Giovanna Faggionato

Malta, la denuncia di Galizia all'Ue e le storture del sistema fiscale

Malta, la denuncia di Galizia all’Ue e le storture del sistema fiscale

19 Ottobre 2017 08.58
Like me!

da Bruxelles

Avevano parlato con lei per quattro ore e mezza. Quello che Dafne Caruana Galizia, la giornalista investigativa ammazzata in un brutale attentato il 16 ottobre, aveva detto agli eurodeputati della Commissione di inchiesta sui Panama Papers, in un incontro a Malta lo scorso febbraio, è riassunto in poche righe del resoconto di missione, ma è molto significativo. Prima di tutto aveva spiegato che quei documenti non raccontavano semplicemente una storia di evasione fiscale, ma rivelavano crimini e corruzione. Aveva criticato fortemente il nuovo programma di acquisto della cittadinanza maltese, uno strumento utile ai criminali per approfittare dell’hub dell’Isola, e anche il fatto che a Malta si possono nominare azionisti e direttori senza comparire nel registro delle imprese. Soprattutto aveva dichiarato che i politici di entrambe le parti, non di una sola, la incolpavano di rovinare l’immagine del Paese.

NEL MIRINO DI ENTRAMBE LE PARTI. Galizia era da poco stata querelata per diffamazione dal ministro dell’Economia e i suoi beni erano stati congelati fino alla fine del processo, come ha ricordato una deputata maltese che all’epoca aveva scritto al vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans per segnalare i gravi attacchi alla libertà di stampa nello Stato Ue. Eppure Galizia aveva bene chiara la situazione: il problema era sistemico. A due giorni dal suo assassinio, la Commissione Panama Papers ha votato la sua relazione finale e le raccomandazioni conclusive. All’ultimo è stato aggiunto un emendamento per ricordarla e condannare il suo omicidio. Quei deputati, però, nel loro resoconto di missione raccontano una parte di quello che lei ha visto tutti i giorni.

Il ministro maltese dell'Energia Ninu Zammit – coinvolto nei Panama Papers – non ha nemmeno risposto al loro invito. Il capo di gabinetto del premier Joseph Muscat, Keith Schembri, non si è presentato all'ultimo minuto. Il ministro delle Finanze Edward Scicluna invece li ha incontrati e ha contestato ai Verdi europei di avere definito Malta un paradiso fiscale. Il sistema di tassazione nell'isola, sono le parole riportate nel resoconto di missione, «ha le sue specificità, dovute alla sua posizione e alla mancanza di risorse naturali. Malta deve rivolgersi e essere attrattiva per aziende internazionali». L'unica ammissione: in effetti ci possono essere spazi per gli «abusi» ma «come succede in altri Paesi europei». Colpiti e affondati.

«AUTORITÀ FISCALI ALTAMENTE POLITICIZZATE». Malta, è il mantra che hanno ripetuto le autorità dell'isola agli europarlamentari, rispetta le regole fiscali dell’Ue e quelle dell’Ocse. E però si è opposta a tutti i passi avanti sulla regolamentazione fiscale, a partire dalla Cctb, la Common consolidate corporation tax base, cioè l'imposizione fiscale unica per le imprese che eviti i fenomeni del transfer pricing e metta in chiaro dove i profitti sono prodotti e su cui i leader Ue sono in stallo da anni. Ma del resto che colpa le si può fare?, è il ragionamento. Malta è in nutrita compagnia – dall'Irlanda al Lussemburgo -, tanto che il ministro ha rivendicato di non non aver mai detto un no in solitaria nel consesso europeo. Sulla diffusione degli intermediari e dei consulenti per la creazione di scatole panamensi, la linea è simile: «Bisogna trovare il giusto equilibrio tra business e lotta al riciclaggio». Il giudizio degli eurodeputati è in ogni caso netto: «Le autorità che si devono occupare della lotta alla frode fiscale e all'anti-riciclaggio sono altamente politicizzate» e lo sono «anche i giornalisti». Mentre i cronisti definiscono altamente politicizzato il processo che porta un report dell'unità finanziaria di intelligence a diventare una vera e propria inchiesta e senza possibilità di ricorso nel caso in cui tutto finisce nel nulla.

Nessun magistrato può indagare in maniera indipendente sul riciclaggio nell'isola di Malta. Deve per forza passare dalla polizia, quella che la giornalista Galizia definiva senza mezzi termini corrotta. È la polizia a occuparsi per esempio delle indagini coordinate dalla Unità di intelligence finanziaria (Giu). La delegazione dell'Europarlamento definisce la Fiu « non equipaggiata per portare a termine i suoi compiti»: un caso, ipotizzano i parlamentari, di mala amministrazione. In più, anche quando si muove a volte non va da nessuna parte: «Tra il 2013 e il 2015 i numeri di confische e di arresti sono molto bassi rispetto ai rapporti inviati dall'unità alla polizia». Anche quella sull'attuale ministro del Turismo Konrad Mizzi è finita in una bolla di sapone: eppure il politico non è riuscito a dare una spiegazione agli eurodeputati sul perché avesse una società in Nuova Zelanda, gestita a sua volta da una panamense e dedita a occuparsi del traffico di rifiuti.

«UN PROBLEMA DI RISORSE». L'opinione dei diretti interessati, riportata nel resoconto di missione, è che c'è «un problema di risorse». Secondo la divisione che si occupa del fisco è un problema di risorse anche quello alla base della mancanza di scambio di informazioni con gli altri Paesi Ue, previsto invece dalla direttive europee. Malta non ha mai fornito spontaneamente informazioni, si legge nel rapporto: ha cominciato a farlo solo nel 2016, quando le istituzioni europee lo chiedono dal 1977. E pensare che l'inchiesta dei Panama Papers ha portato all’apertura di indagini su 237 persone e al recupero di 2,8 milioni di tasse non pagate e con Swiss Leaks è andata anche meglio: 7,1 milioni di euro recuperati. Le inchieste fanno bene al fisco maltese e quindi ai suoi cittadini. E però anche qui c'è da combattere con la legge per applicare la legge: sull'Isola l’onere della prova spetta tutto alle autorità fiscali al contrario che in molti altri Paesi.

ACCORDO TRASVERSALE TRA I PARTITI. L'autorità per i servizi finanziari, una struttura da 500 dipendenti che vigila su un settore che da solo vale il 7,3% del Pil, non è messa a conoscenza dei rapporti sulle operazioni sospette. E certo non si occupa dei numerosi intermediari che creano le società offshore: «La questione è politica, non ci sono regole internazionali su questo punto e peraltro ci sono già troppe regole», sono le parole riportate nel resoconto dell'Europarlamento, «se non lo facessero a Malta, lo farebbero da un’altra parte». I politici invece riducono tutto a una questione di opposizione e governo. Mizzi invece di dare spiegazioni convincenti ha attaccato un deputato dell'opposizione e ha persino contestato la Commissione. Ma l'opposizione tra i due partiti principali cela un patto resistente: «C'è un accordo trasversale sul fatto che il sistema fiscale non deve cambiare», è la sintesi offerta da Matthew Vella, editore di Malta Today. Galizia aveva fatto il passo in più, vedendo non solo l'evasione ma molto altro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *