ThyssenKrupp, sì del tribunale tedesco all'arresto dei manager

ThyssenKrupp, sì del tribunale tedesco all’arresto dei manager

22 Febbraio 2019 12.30
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Potrebbe presto esserci una svolta sul delicato caso della ThyssenKrupp. Il Tribunale regionale di Essen ha deciso che l'ordine di carcerazione dei due manager tedeschi, emesso dall'Italia nel 2016, è applicabile anche in Germania. I giudici si sono espressi in due momenti distiniti. Il 17 gennaio sul caso di Harald Espenhahn e il 4 febbraio su Gerald Priegnitz. Secondo il portavoce del tribunale, i due manager hanno impugnato la decisione, presso la Corte di appello di Hamm. E non potranno essere arrestati prima della pronuncia.

IN CASO DI CONFERMA DELLA CONDANNA PENA MASSIMA DI 5 ANNI

In Germania i due manager non potranno comunque scontare una pena superiore ai cinque anni di carcere, e cioè il massimo previsto per il reato di omicidio colposo, ha chiarito ancora il portavoce. La Cassazione, in Italia, aveva condannato Espenhahn a nove anni e otto mesi, e Priegnitz a sei anni e 10 mesi, in seguito al rogo del 6 dicembre 2007, negli stabilimenti di Torino, dove morirono sette persone.

LA PROCURA DI TORINO: LA RICHIESTA DI ARRESTO È DI MESI FA

Per decidere sull'applicazione dell'ordine di carcerazione dei due manager, il tribunale di Essen aveva chiesto all'autorità giudiziaria italiana la traduzione in tedesco di tutte le sentenze pronunciate sul caso e non solo, come da prassi, l'ultima della Corte di Assise di appello. Il procuratore generale del Piemonte, Francesco Saluzzo, lo scorso luglio aveva formato un collegio di otto traduttori che in pochi giorni avevano portato a termine il lavoro. Le carte erano poi state immediatamente trasmesse in Germania. Secondo quanto si è appreso, la richiesta di arresto dei due condannati da parte della procura locale, accolta dai giudici Essen, è di alcuni mesi fa.

I PARENTI DELLE VITTIME: «CI FARANNO MORIRE TUTTI»

«Sono disgustata, ci hanno presi in giro fin dall'inizio. Con tutto quello che ci hanno fatto passare, ci stanno facendo morire uno dopo l'altro»: non ha nascoto l'amarezza Laura Rodinò, sorella di Rosario, uno dei sette operai morti nel rogo di 11 anni fa. «Non posso immaginare che possa esserci ancora un altro appello», ha aggiunto a proposito del ricorso dei manager tedeschi. «Siamo stufi, l'Italia non deve permettere una cosa del genere». «Quei due assassini sono stati condannati in Italia e devono rispettare la legge italiana, non ci importa niente di quella tedesca. Certo», ha detto ancora Rodinò, «sono contenta che i giudici tedeschi abbiano preso questa decisione, ma perché solo dopo tutto questo tempo e solo dopo che li abbiamo 'stanati' con la nostra battaglia? Ce ne hanno fatte passare talmente tante, che non possiamo non pensar male».

LA RABBIA PER LA SCARCERAZIONE DEGLI ALTRI CONDANNATI

Ad accrescere la rabbia della donna, la notizia dei giorni scorsi che i due condannati italiani hanno lasciato il carcere e sono stati affidati ai servizi sociali. «Alla fine hanno ottenuto quello che volevano praticamente gli hanno concesso la grazia. È un'offesa per mio fratello e le altre vittime, per noi e per tutti i cittadini italiani. Non hanno ammazzato sette animali, ma sette persone», il suo sfogo, «ma sono stati rispettati di più degli assassini che non mio fratello al cimitero». Il riferimento a Cosimo Cafueri che nel dicembre scorso è stato scarcerato. L'ex responsabile della sicurezza dello stabilimento, condannato a sei anni e otto mesi con l'accusa di omicidio colposo plurimo, è uscito dal carcere su disposizione del Tribunale di Sorveglianza di Torino che lo ha affidato ai servizi sociali, dove sconterà il resto della pena come volontario della Croce Rossa. A ottobre anche Marco Pucci, ex consigliere della Thyssen condannato a sei anni e 10 mesi e detenuto a Terni, aveva ottenuto questa possibilità dal Tribunale di Sorveglianza di Spoleto.

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