Carlo Terzano

Quali e quanti beni possono essere dismessi dallo Stato

Quali e quanti beni possono essere dismessi dallo Stato

14 Novembre 2018 16.03
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Nel 2005, appena nominato vicepresidente del Consiglio, Giulio Tremonti dichiarò di voler «vendere tutte le spiagge per costruire aeroporti a quattro piste» che facessero «ripartire il Mezzogiorno». Il Tremonti del comico Corrado Guzzanti rilanciava sbarazzandosi dell'intera Sardegna: «Un'isola lontana, che non serve a nessuno. Parlano pure una strana lingua. E se lo dico è perché ho già un compratore: un industriale». Tredici anni dopo, un altro vicepremier, Luigi Di Maio, è solleticato da idee analoghe: dismettere parte del patrimonio statale, pur precisando che non si toccheranno i «gioielli di famiglia». Il Colosseo e Pompei, insomma, resteranno nostri. E continueranno a perdere pezzi, maligneranno alcuni. Quella delle dismissioni non è un'idea nuova. Non c'è governo che non ci abbia fatto più di un pensierino. Ma di cosa si parla con esattezza, quante sono e quanto valgono le proprietà dello Stato?

«La manovra non cambia né nei saldi né nella previsione della crescita, perché è nostra convinzione che serve al Paese per ripartire», ha spiegato al termine del Consiglio dei ministri notturno Di Maio. «Saldi e crescita invariati», come hanno dichiarato coralmente i due vicepremier e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, hanno un costo. Per quanto l'esecutivo giallo-verde intenda restare fermo sulle proprie posizioni nella querelle con Bruxelles, la versione rivista del Documento programmatico di bilancio 2019 mette sul piatto qualcosa in più: un piano di dismissioni genericamente annunciato nella lettera di risposta ai rilievi europei firmata dal titolare del dicastero di via XX settembre ma dettata dai due azionisti di maggioranza: «Per accelerare la riduzione del rapporto debito/Pil e preservarlo dal rischio di eventuali choc macroeconomici», si legge nel documento, «il governo ha deciso di innalzare all'1% del Pil per il 2019 l'obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico. Gli incassi costituiscono un margine di sicurezza» e consentiranno di raggiungere una discesa del rapporto debito-Pil «più marcata e pari a 0,3 punti quest'anno, 1,7 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,4 nel 2021 portando il rapporto dal 131,2% del 2017 al 126,0 del 2021». Dalle vendite l'esecutivo spera di ricavare almeno 18 miliardi (la manovra da fare digerire alla Commissione è da 37).

LEGGI ANCHE: Le reazioni europee alla risposta dell'Italia sulla manovra.

Non è certo un mistero che un Paese come il nostro, dalla storia millenaria, possegga un patrimonio immobiliare inestimabile. La stessa agenzia del demanio, nel censire i beni, precisa che i dati economici sono riferibili al valore inventariale dei beni edificati, non assimilabili a quello di mercato. In totale, all'ultimo conto patrimoniale dello Stato del 31 dicembre 2017, risultano censiti 30.285 fabbricati e 12.900 terreni, per un valore complessivo di 60.454.368.610 euro. Con un incremento rispetto agli ultimi anni, se si pensa che nel 2014 il patrimonio era pari a 58.951.322.281 euro.

I BENI ALIENABILI E QUELLI INALIENABILI

Meglio non fregarsi le mani con cupidigia: secondo l'articolo 826 Codice civile, i beni dello Stato si dividono in disponibili e indisponibili. Questi ultimi, i soli che il legislatore si è premurato a elencare data la loro importanza, sono vincolati a un pubblico servizio e, pertanto, non possono essere sottratti alla loro destinazione originaria. Sono dunque soggetti al vincolo dell’inalienabilità (non si possono vendere) e, per lo stesso motivo, non possono essere dati in garanzia. Di contro, i beni disponibili sono commerciabili a tutti gli effetti e sono sottoposti alla stessa normativa dei patrimoni privati: possono essere alienati, usucapiti e usati come garanzia nei rapporti con i creditori. «Fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato», si legge all'art. 826, «le foreste del demanio forestale, le miniere, le cave e torbiere quando la disponibilità ne è sottratta al proprietario del fondo, le cose d'interesse storico, archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo, i beni costituenti la dotazione della Presidenza della Repubblica, le caserme, gli armamenti, gli aeromobili militari e le navi da guerra. Fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato o, rispettivamente, delle Province e dei Comuni, secondo la loro appartenenza, gli edifici destinati a sede di uffici pubblici, con i loro arredi, e gli altri beni destinati a un pubblico servizio».

I CONTI NON TORNANO

La lettura del codice consente di comprendere che i numeri riportati sopra debbono essere scremati. Per quanto riguarda i fabbricati, l'archivio del demanio censisce «edifici cielo terra, porzioni, singole unità immobiliari, capannoni, chiese, impianti sportivi, infrastrutture, ma anche monumenti». Sotto la definizione “aree” ricadono invece «terreni agricoli, aree edificabili, argini, boschi, giardini, siti archeologici, cimiteri di guerra, montagne, miniere, strade, eccetera». Su 30.285 fabbricati, più della metà (circa il 62%) è patrimonio indisponibile, poco meno del 16% ha valore storico-artistico e solamente 6.804 beni vengono definiti «patrimonio disponibile», con un valore stimato di circa 1,2 miliardi. Sembrerebbe andare meglio con le 12.900 aree, dato che appena poco più del 21% è indisponibile e il 14% ha valore storico mentre circa il 65% è censito come patrimonio disponibile. Il problema è che questo 65% vale solo 759 milioni di euro, ovvero il 16,5% del valore totale delle aree demaniali. Grazie al portale Open Demanio è inoltre possibile consultare le mappe interattive dei beni di proprietà dello Stato per comprendere in quali parti del Paese vengano conservate le nostre ricchezze. Si scopre prevedibilmente che la Regione con più fabbricati pubblici è il Lazio, con 4.382 immobili, di cui più di 3 mila situati nella sola Roma (dove circa il 74% è indisponibile e il 10% ha valore storico artistico), seguita dalla Toscana (2.546 immobili), dal Veneto (2.515) e dalla Sicilia (2.377).

IL TESORETTO DELLE CONCESSIONI DEMANIALI

Questo per avere un panorama di massima lungo cui potranno muoversi e sbizzarrirsi con la fantasia i tecnici del ministero economico. Più verosimilmente, il governo si concentrerà sulle privatizzazioni, sull'allungamento delle concessioni demaniali (su cui pesa però la scure della nota direttiva comunitaria Bolkestein, che mira a liberalizzare i settori degli stabilimenti balneari e dei mercanti ambulanti) e sulla vendita di beni come caserme abbandonate e palazzi rimasti vuoti a seguito di riforme, razionalizzazioni scolastiche e riordini della geografia giudiziaria. Non si tratta, è doveroso precisarlo, di liquidità immediata: come sanno bene gli italiani alle prese con la vendita di un immobile, molto dipende dal mercato. Chi ha fretta di vendere rischia di svendere. Bisognerà inoltre censire gli immobili interessati e valutare lo stato in cui versano. Il guadagno potrebbe essere eroso anche dalla spesa dovuta dai molti uffici pubblici ora in affitto e che, dopo le vendite, non potranno più essere trasferiti in immobili statali. E poi ci sono i beni che il governo ventilava di destinare agli italiani come misure per incentivare le nascite. Tra le operazioni finanziarie di cui si era già parlato sotto l'esecutivo Gentiloni c'erano la cessione del 53,373% del capitale di Enav (la società che gestisce il traffico aereo civile) dal ministero dell'Economia a Cassa depositi e prestiti.

L'OK TIMIDO DI BOCCIA E LA PROFEZIA DI BRUNETTA

Al momento, il progetto annunciato da Tria risulta ancora tutto da disegnare, ma ha ottenuto un timido assenso da parte del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che ha sottolineato come non incida sull'economia reale: «Il debito in teoria si può abbassare con le dismissioni. Riguarda però sempre i saldi di bilancio e non gli effetti sulla economia reale. Si cede una parte di patrimonio per ridurre il debito pubblico: la domanda è quale è l'effetto della manovra sulla economia reale. A noi sembra che la parte di crescita sia molto debole». Renato Brunetta (Forza Italia) ha però ricordato: «I governi passati hanno sempre previsto privatizzazioni per 4,5 miliardi all'anno, senza mai riuscire a ricavarci un euro».

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