Il M5s preme per alzare il deficit ma Tria non cede

Il M5s preme per alzare il deficit ma Tria non cede

26 Settembre 2018 20.09
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Il Movimento 5 stelle ha alzato l'asticella della sfida sulla manovra che Luigi Di Maio vuole «degna» delle promesse fatte agli italiani. Per reperire risorse il M5s ha continuato a chiedere al Tesoro di portare il rapporto deficit/Pil ben al di sopra di quanto ipotizzato in questi giorni sfiorando al rialzo la soglia psicologia del 2%. Il tutto cercando di portare dalla sua anche la Lega, inizialmente scettica, ma poi sempre più dialogante, verso una forzatura così netta che potrebbe far saltare gli equilibri nel governo, con Giovanni Tria sempre più sotto pressione, ma pronto a dare battaglia fino all'ultimo.

TRIA TIENE FISSA LA LINEA AL 2%

Un quadro che ha messo il Quirinale in una situazione di alta vigilanza, sempre molto attento ai rischi di una ricorsa che potrebbe avere esiti negativi sui mercati. Il presidente del Consiglio, impegnato all'Assemblea generale dell'Onu, ha seguito gli sviluppi romani alla ricerca di un equilibrio che tenga in carreggiata il governo mettendo sul tavolo tre diverse opzioni. Tria intanto non molla la sua linea del Piave del 2% inviando segnali precisi ai due vicepremier, segnali che qualcuno in parlamento ha interpretato anche come l'intenzione di arrivare all'estrema conseguenza: le dimissioni.

IL MINISTRO: «AGISCO NELL'INTERESSE DELLA NAZIONE»

Il ministro non è entrato direttamente nelle polemiche sul suo ruolo ma ha ricordato di aver giurato «nell'interesse della nazione e non di altri, e», ha sottolineato, «non ho giurato solo io». Parole cui i due vicepremier hanno ribattuto sottolineando che «l'interesse della nazione è che la gente torni a lavorare e paghi meno tasse», ha detto Salvini, e che quest'anno la manovra sarà «per i cittadini» gli ha fatto eco Di Maio.

PRESSIONI ALTISSIME PER UN M5S ASSEDIATO PER IL CASO GENOVA

La tensione resta altissima: il Consiglio dei ministri non viene ancora confermato e Di Maio reclama un nuovo vertice di governo. L'urgenza per il M5s è anche quella di fare più di un passo in avanti non solo per contrastare l'avanzata della Lega ma per tenere a freno l'insofferenza che monta in queste di fronte alla debolezza delle risposte offerte ai cittadini di Genova, con gli sfollati che hanno minacciato di arrivare a manifestare proprio sotto casa di Beppe Grillo. Sarebbe un'affronto che il capo politico M5s non può consentire ed anche per questo ha convocato per domani una riunione congiunta dei parlamentari non solo per informarli sulla manovra ma per convincerli a rimettersi al lavoro per riallacciare subito un filo diretto con i territori.

CONTE TENTA LA MEDIAZIONE TRA DI MAIO E TRIA

«Non mi inquieto, un decimale in più o in meno non è un problema», è il ragionamento che fa in queste ore Giuseppe Conte ostentando tranquillità a dispetto dello scontro senza precedenti in corso in Italia. Il premier da New York è in continuo contatto con Roma, in particolare con Di Maio, il filo è continuo: anche il 25 settembre sera il premier era informato dei toni di battaglia che il leader M5s ha usato nella riunione con i ministri pentastellati. Il compromesso individuato era fissare l'asticella all'1,9% e poi trattare qualche decimale in più nell'iter parlamentare della manovra. Ma dopo il niet di Di Maio anche la mediazione di Conte sembra orientarsi in un'altra direzione: convincere Tria a sposare da subito un'altra percentuale di deficit, poco sopra il 2% (ma non il 2,4% che porterebbe a una bocciatura automatica dell'Ue), giustificando i decimali in più come spesa per investimenti.

SI PUNTA AL SILENZIO DELL'UE IN VISTA DELLE EUROPEE DEL 2019

Non a caso il premier ha annunciato «un piano per le infrastrutture». L'Ue, è il ragionamento di fonti pentastellate, non può permettersi in questa fase di pre-campagna elettorale, con i sovranisti alle porte, di bocciare uno sforamento ragionevole sotto il 3%. C'è infine l'ipotesi di una terza via, che ricorda il precedente del governo Renzi nel 2016: indicare nel Def la percentuale dell'1,9% e poi alzarla già con la risoluzione parlamentare al Def. Ma la terza via 'renziana' potrebbe non bastare al leader M5s e anche i suoi collaboratori giudicano questa via "molto ardita tecnicamente".

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