La possibile ricetta per evitare l’aumento dell’Iva

L'Italia deve recuperare 1,5 punti di Pil in un contesto di crescita quasi nulla. Risparmi e tagli alle spese come alternative per tappare il buco.

10 Agosto 2019 20.06
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Mentre il governo gialloverde si squaglia sotto il sole di San Lorenzo, sulla scrivania del ministro Giovanni Tria si impilano fogli di calcoli destinati a passare in eredità a chi ne prenderà il posto al Mef. All’Italia servono almeno 26-27 miliardi, un punto e mezzo di Pil, per sistemare i conti e garantire, al minimo, il blocco degli aumenti dell’Iva e il finanziamento delle spese indifferibili. A questo si aggiungere la richiesta di un aggiustamento strutturale da 10 miliardi, lo 0,6% del Pil, chel’Ue avanzerà come ogni anno visto l’alto debito, e che potrebbe essere ridimensionato solo con una faticosa trattativa con la Commissione.

23 MILIARDI PER BLOCCARE L’IVA

Bisogna correre ai ripari in fretta e trovare strade alternative all’aumento dell’Iva da 23 miliardi di euro, autentico spauracchio per i consumi. E per sbloccare i dossier del Mef serve un governo politicamente forte in grado di chiedere spazi di deficit a Bruxelles. Il salva-conti di fine giugno ha leggermente migliorato la situazione della finanza pubblica, permettendo di evitare la procedura di infrazione e riportando il deficit al 2%. Ma non tutti gli effetti si dispiegheranno anche il prossimo anno, come ha osservato l’Upb, e comunque sul contesto pesa fortemente il peggioramento delle prospettive di crescita. Peraltro le casse italiane dovranno fare a meno dell’extra-dividendo di Cdp e di incassi fiscali corposi come il miliardo recuperato dall’accordo con Kering. Mentre i risparmi per il reddito di cittadinanza, che quest’anno potrebbero arrivare a 1,2 miliardi, si azzereranno nel 2020.

RISPARMI DA QUOTA 100

Le buone notizie, per chi dovrà fare i conti con le casse pubbliche, riguardano le minori spese per quota 100: l’Ufficio parlamentare di Bilancio calcola in 1 miliardo i risparmi del 2019 che salirebbero a 2,4 miliardi nel 2020. Decisamente troppo poco rispetto ai 23 miliardi necessari per evitare l’aumento dell’Iva. Il resto andrebbe cercato con tagli pesanti della spesa pubblica (il Def già metteva in cantiere 2 miliardi di spending review, che dovrebbero almeno triplicare). Resta comunque la carta della flessibilità da giocare: il governo già aveva preventivato, ad aprile, di chiedere altri 3,7 miliardi (circa lo 0,2%), dopo lo 0,18% chiesto per il 2019 per l’emergenza dopo il crollo del Ponte Morandi e per il piano contro il dissesto idrogeologico. Così si arriverebbe a coprire circa la metà degli interventi (12-13 miliardi): il resto andrebbe cercato ‘nelle pieghe del bilancio’, recuperando magari capitoli di spesa finanziati ma mai utilizzati con una razionalizzazione degli incentivi per le imprese o, più delicato politicamente, delle tax expenditures.

POSSIBILI SACRIFICI ALLA SANITÀ

Possibile anche che si chieda un nuovo sforzo alla sanità, facendo saltare i 2 miliardi di aumento del Fondo sanitario nazionale previsto per il prossimo anno, come già accaduto in passato. C’è poi il rischio spread da non sottovalutare: se il differenziale col Bund tedesco, in netto rialzo nell’ultima settimana (30 punti solo venerdì quando si è aperta ufficialmente la crisi), restasse comunque entro i 250 punti non ci sarebbero sostanzialmente effetti sulla spesa per interessi, già calcolata ad aprile su quei rendimenti. Difficile però, viste le turbolenze attese dagli analisti anche per le prossime settimane, che si possa immaginare di avere a disposizione un ‘tesoretto’ da spread, calcolato in 1,9 miliardi per il prossimo anno sulla base dei 200 punti di inizio luglio.

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