Quattro incognite sul giudizio dei conti pubblici dell'Italia

Quattro incognite sul giudizio dei conti pubblici dell’Italia

28 Settembre 2018 17.24
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«In fondo, quando i mercati volevano mandare via Berlusconi nel 2011, successe ben di peggio»

GLI EFFETTI DELLA MANOVRA DEL POPOLO

L’unico sovranismo che riusciamo a realizzare in questo Paese è quello della confusione, che regna indisturbata a colpi di fumo negli occhi. I mercati non sono che l’espressione della somma di tutti gli operatori che vi partecipano, alla ricerca delle migliori opportunità rispetto al rischio. Il temutissimo spread, nella prima giornata dopo l’approvazione di una Manovra del Popolo, si è allargato in misura modesta: circa 20 punti base.

​Ma le ragioni non sono di una diversa “volontà” dei mercati rispetto a situazioni critiche del passato: lo scenario d’investimento nel 2011 era completamente diverso da quello presente oggi, con la Bce impegnata attivamente – e quotidianamente – negli acquisti di titoli di Stato. È per questo che gli investitori hanno preferito scaricare i titoli azionari, primi fra tutti le banche. Sulla valorizzazione dell’economia italiana e il giudizio dei suoi conti pubblici, ora, gravano da qui a fine anno quattro elementi rilevanti:

1. ll giudizio della Commissione europea sul Def: la Commissione è in una situazione di debolezza politica, dovrà scegliere se acconsentire a un maggior deficit, che resta all’interno del parametro-totem del 3%, oppure se sanzionare l’Italia alimentando la narrativa populista.

2. Le dimissioni del ministro Giovanni Tria: è evidente che presentarle insieme al Def avrebbe solo esacerbato la reazione del mercato a danno del Paese, ma dopo quanto avvenuto il ministro ha perso ogni autorevolezza, la sua funzione di frangiflutti con dichiarazioni rassicuranti è evirata, le dimissioni non tarderanno ad arrivare e, per come si è sviluppata la vicenda della Manovra del Popolo, il suo successore sarà un mero esecutore del Contratto di governo.

3. Le agenzie di rating: tra ottobre e novembre arriveranno le valutazioni di Standard&Poors e Moody’s sui titoli di Stato italiani. Non potranno che, per coerenza, essere abbassate, avvicinando pericolosamente i Btp a diventar eufficialmente titoli “speculativi” non adatti alla grande platea degli investitori. Sarà perciò ancora più importante vedere quale sarà l’outlook abbinato al giudizio di rating, perché l’outlook esprime la prospettiva per la successiva revisione: se a un abbassamento di rating si abbinasse un outlook negativo (una “promessa” di ulteriore taglio) la faccenda diventerebbe ancor più problematica.

4. La Bce: Mario Draghi ha da mesi annunciato che l’espansione del Quantitative Easing terminerà a fine anno 2018. Tutti i Paesi dell’Area euro torneranno così alla normalità, cercando sul mercato investitori per le proprie esigenze di rifinanziamento. L’Italia emette quasi 400 miliardi di euro l’anno di nuovi titoli, gli investitori andrebbero considerati con maggior affetto…

LA CONFUSIONE DEL GOVERNO SUI MERCATI

Pertanto dichiarazioni come «i mercati dovranno farsene una ragione» sono un po’ preoccupanti, fanno sospettare che il vertice della compagine di governo sia confuso su cosa siano e come funzionino i mercati. La confusione che regna sovrana è anche figlia di settimane passate a dibattere sul numero: 1,6% 1,8% 2,4% o spingersi fino a 3% o magari anche oltre? È un dibattito noiosissimo e incomprensibile ai più. Spendere più di quanto si incassa (è questo il significato di “fare deficit”) è opportuno o no a seconda di come si spende.

SUSSIDI PIÙ CHE INVESTIMENTI

Più che il numerino dovremmo concentrarci sui contenuti: nel Def più che investimenti pubblici, si punta su sussidi sperando che facciano aumentare la domanda delle famiglie. Si parte dalla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia sull'Iva (costo: 12,5 mld di euro), si prosegue con la revisione della legge Fornero con l'introduzione di «quota 100» per andare in pensione (costo: tra i 6 e gli 8 mld di euro), per andare sulla flat tax sugli autonomi (costo 1,5 mld di euro), fino allo stanziamento a favore dei risparmiatori colpiti dai crac bancari. L’altro boccone grosso è il reddito di cittadinanza, per il quale sono stati stanziati 10 miliardi. Il dispositivo interesserà 6,5 milioni di persone con l’obiettivo di far arrivare loro 780 euro al mese. Qui però a intervenire non ci sono i mercati, ma l’aritmetica: 10 miliardi diviso 6,5 milioni di persone, diviso 12 mesi equivale a 128,2 euro al mese. E nella somma sarebbe inclusa anche la riqualificazione dei centri per l’impiego.

IL NODO DELL'EVASIONE FISCALE

La speranza che questi soldi distribuiti a pioggia possano produrre più Pil di quanto costano pare vana, specie se si abbina il messaggio incluso nella manovra: una quota dei beneficiari sono lavoratori in nero, che riceveranno un assegno mensile finanziato condonando l'evasione fiscale non riscossa. La tentazione di chi è un lavoratore che paga normalmente le tasse è di sentirsi due volte gabbato e/o stupido.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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