Lettera aperta a Manuel Bortuzzo

23 Febbraio 2019 13.00
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Caro Manuel Bortuzzo,

in questi giorni tutti ti scrivono messaggi carichi di affetto, stima e incoraggiamento. L'ottimismo e la positività con cui stai affrontando il trauma che hai subito e le molte nuove sfide che da ora ti attendono stanno commuovendo l'Italia intera. Ho deciso anch'io di scriverti una lettera forse, per certi aspetti, un po' “fuori dal coro”.

STORIE DI "TRAGICI ERRORI

Un tragico errore. Così l'avvocato di Lorenzo Marinelli, uno dei due giovani che la notte del 3 febbraio scorso ti ha sparato ferendoti gravemente, ha definito il proiettile da cui sei stato colpito. Anche la mia condizione di disabilità è stata determinata dal “tragico errore” dei medici che al momento del parto non hanno assistito mia mamma come avrebbero dovuto. Io quindi, che disabile ci sono nata e da 40 anni e poco più convivo con le conseguenze di quello “sbaglio” compiuto da altri, penso che la vera tragedia non sia ritrovarsi con un corpo fuori “norma”, ma vivere in un mondo impregnato di abilismo fino al midollo. Il pieno significato di questa parola lo capirai, ahimè, molto presto, vivendone le ripercussioni concrete sulla tua pelle.

Credimi, non ti sto augurando del male e, anzi, da quel poco che ho intravisto di te tramite i social media sono sicura che affronterai con successo tutte le sfide che la vita ti presenterà. Infatti mi sembra proprio che tu stia iniziando questo nuovo capitolo della tua storia con lo spirito giusto e ciò mi fa molto piacere. Ti auguro di imparare a riscoprire il tuo corpo, che ora ha qualche limite in più, ma quei limiti non sono affatto scontati. Al contrario spesso, ponendoti obiettivi realistici, li potrai superare. Io lo sperimento frequentemente su di me: tra la polarità delle “cose che so fare” e quella delle “cose che assolutamente non riesco a fare” c'è un'infinita gamma di autonomie che nella quotidianità sono in grado di raggiungere poco alla volta. Sarà bello anche per te scoprirle, vedrai. La disabilità, temporanea o permanente che sia, è considerata comunemente una “sfiga”, ma non è così. Dipende tutto da noi, da come viviamo la nostra condizione.

NON È UN MONDO PER DISABILI

Essere una persona con disabilità, non lo nascondo, comporta delle difficoltà perché quello in cui viviamo non è un mondo per disabili. È proprio questo il significato della parola “abilismo”, spiegato in parole povere. Ed è anche l'unica vera disgrazia di vivere in condizione di disabilità. Te ne accorgerai anche tu, purtroppo. Per esempio tutte le volte che una scalinata ti impedirà di raggiungere il luogo dov'eri diretto o che non potrai salire sull'autobus a causa di un guasto alla rampa di accesso oppure dell'incompetenza di un autista che non saprà come farla funzionare. In quelle occasioni ti renderai conto che in realtà l'edificio in cui avresti voluto entrare e il mezzo di trasporto sul quale saresti dovuto salire pulluleranno di “abili”, cioè saranno del tutto accessibili a chi può camminare sulle proprie gambe. E gli altri, quelli che si muovono in modo differente dalla maggioranza, come fanno? – forse ti chiederai. Non è un problema loro. Dei normodotati, intendo. Nemmeno si pongono la questione. Perché? Complesso capirlo, ancor più spiegarlo.

Penso c'entri con l'idea secondo cui chi è diverso è strano, sbagliato, anormale. Inferiore, soprattutto. In certi casi incute pure molta paura perché forse fa ricordare che da vicino nessuno è normale. L'incontro con chi è portatore di differenze costringe ciascuno di noi a ricordarsi della propria fetta di sé fuori norma con cui non sempre si è disposti a fare i conti. Per tutti questi motivi è più facile cercare di escluderlo, ignorandolo, rifiutandolo o relegandolo in contesti ad hoc. Il “diverso” è considerato una minoranza, anche se l' “anormalità” riguarda tutti, e, se oggi le minoranze sono più o meno (forse meno) accettate come esistenti, lo spazio a loro riservato dalla gente “normale” è molto più ristretto di quanto ci si potrebbe immaginare. Questo è ciò che il mondo degli “abili” – chi più, chi meno – pensa delle persone con disabilità. Io la vedo diversamente. Essere una donna disabile mi ha offerto l'opportunità di guardare la realtà da una prospettiva differente e di scoprire che ci possono essere mille modi diversi di raggiungere un obiettivo.

QUEL CHE I "NORMALOIDI" NON CAPISCONO

I “normaloidi”, abituati come sono a considerare un unico modello di vita, il loro, non riescono a capirlo. Spero che invece da oggi in poi tu lo possa sperimentare nel quotidiano. Io posso dirmi soddisfatta di come sono e vivo, ti auguro di poter pensare la stessa cosa di te stesso. Forse, come succede a praticamente tutti noi disabili, ti capiterà di incontrare qualcuno che ti guarderà con occhi colmi di pietismo e ti parlerà con voce melensa, considerandosi molto più fortunato di te. Insultarlo non serve, credimi, non capirebbe. Piuttosto, magari potresti invitare il malcapitato in piscina e sconfiggerlo senza pietà in una gara di nuoto. Sperimenterai sulla tua pelle che purtroppo il mondo dei “normodotati” deve percorrere ancora molta strada per costruire una società in cui le parole “pari opportunità” non siano solo un concetto formale ma diventino una realtà concreta.

Ti auguro un forte in bocca al lupo per il tuo percorso di riabilitazione e di vita,

Un abbraccio a te e alla tua famiglia

Adriana

Ps. Nell'intervista che hai rilasciato a Bruno Vespa hai dichiarato che per ora non pensi di entrare a far parte della squadra di paralimpici perché preferisci impegnarti a “tornare come prima”. E' una tua decisione, va rispettata. Secondo me, però, un impegno non esclude l'altro. Gli atleti paralimpici da anni sono impegnati nell'obiettivo di cambiare, attraverso lo sport, l'immagine che comunemente si ha delle persone con disabilità. Secondo me hanno bisogno anche del tuo aiuto, pensaci!

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