Cosa ci dice quel «non vi faccio parlare più» di Mara Venier rivolto ai giornalisti

Paolo Madron
13/02/2024

I 400 COLPI. La minaccia rivela la rabbia di fronte al tentativo di violare l’onnipotenza del conduttore, spostando il dibattito dalle canzonette ad altro, complici le performance di Ghali e D'Amico. Le va però riconosciuto l’inconsapevole merito di aver squarciato il velo su una fiera delle vanità a cui tutto si sacrifica, anche l’autonomia e la dignità di un mestiere che non dovrebbe alimentarla.

Cosa ci dice quel «non vi faccio parlare più» di Mara Venier rivolto ai giornalisti

L’assoluta predominanza della televisione nel panorama mediatico genera mostri. Tra chi la fa e chi ci va, in cerca di una visibilità altrove negata. Per un giornalista un’ospitata a un talk in termini di ritorno d’immagina rende cento, mille volte più della sua presenza su altri media: carta stampata e social sono ancillari rispetto all’assoluta centralità del piccolo schermo. Per questo allo svuotarsi delle redazioni corrisponde l’infittirsi delle partecipazioni ai talk che nel loro iperbolico dilatarsi offrono spazio a quasi tutti. Non importa se l’accettazione di un ruolo subalterno, rispetto al mezzo e al potere di dare e togliere la parola di chi conduce, ne sminuisce ruolo e figura professionale.

A Venier si può perdonare tutto ma non quel «non vi faccio parlare più» 

Dare e togliere la parola. È quello che ha fatto Mara Venier nel suo salotto della domenica trasformato come oramai consuetudine in passerella per i cantanti reduci da Sanremo. «Così mettete in imbarazzo me. Non vi faccio parlare più, perché non è questo il posto per dire alcune cose». La minaccia era rivolta a chi tra i giornalisti, complici le performance canore di Ghali e Dargen D’Amico, aveva inopinatamente spostato il dibattito dal “sono solo canzonette” alla politica. Si può perdonare tutto a Venier, compreso l’imbarazzo di fronte al fugace accenno ad argomenti che a lei deve essere sembrato l’incipit di una pericolosa deriva verso le sabbie mobili (a parte che tra i requisiti del bravo conduttore si richiede anche la capacità di gestire gli imprevisti), ma non quel «non vi faccio parlare più» che rivela prima lo stupore poi la rabbia di fronte al tentativo di ribaltare i ruoli violando l’onnipotenza del conduttore che non contempla i fuori tema. Di Festival bisognava discutere, non certo d’altro. La digressione non è ammessa, nemmeno sotto forma di richiamo a quel che succede fuori, legittimato tra l’altro dal testo del rapper di origini tunisine.

Dalla ricerca spasmodica di diventare personaggi i giornalisti non escono mai vincitori

E si può perdonare tutto anche ai giornalisti, divorati da un presenzialismo che in molti casi costituisce l’unica garanzia di sopravvivenza professionale, ma non di non essersi alzati abbandonando il palco o per lomeno ribattuto per le rime all’irricevibile diktat di “Zia Mara” (e già l’appellativo sconsiglierebbe la frequentazione). Non facendolo hanno reso ancora più esplicito di quanto già fosse il loro asservimento alle regole del gioco, figurine al servizio dell’insaziabile voracità di palinsesti che trasformano a poco prezzo l’informazione in spettacolo, e dei professionisti in lottatori che si combattono nell’arena mediatica cerando spasmodicamente di diventare personaggi. Dove, se c’è un vincitore, non sono mai loro. Volendo leggerla in positivo, a Venier va l’inconsapevole merito di aver squarciato il velo che copre una fiera delle vanità a cui tutto si sacrifica, anche l’autonomia e la dignità di un mestiere che non dovrebbe alimentarla. Sarebbe bello lei profittasse di quanto successo e levasse quel presidio che lunghi anni in Rai l’ha resa inamovibile. Non è mai troppo tardi per trasformare il non essere all’altezza in una salutare occasione di consapevolezza.