Dall’Nba all’Open Arms: la storia di Marc Gasol

18 Luglio 2018 12.12
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C'è una foto che ha fatto il giro dell'Europa. È Josephine, superstite dell'ultimo naufragio di migranti in acque libiche, una storia scritta negli occhi. Ma dietro quella donna ci sono tante braccia tese e un'altra storia, opposta e vicina. È quella di Marc Gasol, asso spagnolo del basket professionistico Usa da 20 milioni di dollari di ingaggio l'anno: finita l'Nba ha deciso di salire sulla Open Arms, nave della Ong iberica, per salvare vite nel mediterraneo. «È incredibile che così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare», ha twittato il 33enne centro dei Memphis Grizzlies, sotto la foto che lo ritrae col caschetto rosso e il salvagente indosso mentre solleva la barella con su Josephine, dal gommone all'Open Arms. «Perché sono qui? Volevo venire già un anno fa, ma c'erano gli Europei e non ho potuto. I rischi che corre un professionista Nba in queste operazione di salvataggio per me passano in secondo piano», ha raccontato a El Pais, da bordo della nave Aster, Marc che col fratello Pau ha portato la Spagna in Nba.

LA DECISIONE DOPO LA FOTO DEL PICCOLO AYLAN IN TURCHIA

«Ricordo che la foto del bimbo siriano morto sulla costa turca nel 2015 (il piccolo Aylan N.d.r) mi provocò un senso di rabbia, capii che tutti noi dobbiamo fare la nostra parte per fermare queste tragedie. È stato allora che ho incontrato Oscar Camps di Open Arms: la sua convinzione mi ha impressionato, ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse economiche, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano». Gasol ha confermato la versione dell'Ong sulla dinamica del naufragio del 17 luglio.

LA CRONACA DEL SALVATAGGIO: ABBANDONATE TRE PERSONE

«Lunedì», ha raccontato, «avevamo ascoltato conversazioni tra una motovedetta libica e una nave mercantile che segnalava una barca in pericolo: poi abbiamo appreso che la motovedetta aveva riportato i migranti in Libia e distrutto la barca. Ma hanno lasciato almeno tre persone abbandonate». Seguendo il protocollo di ricerca, all'alba del 17 «abbiamo individuato un gommone semisommerso, l'acqua era piena di benzina: sembrava non ci fosse nessuno, poi abbiamo visto questa donna appesa solo con un braccio a un pezzo di legno, e poco più in là un'altra donna e un bambino. Morti».

GASOL: «L'HO FATTO PER I MIEI FIGLI»

«È una situazione che va ben oltre i miei sentimenti: stiamo parlando di atti disumani, criminali. Queste persone devono essere salvate. Io ho due figli», ha concluso l'asso Nba, per tre volte in campo nell'All Star Game americano, «Voglio essere un esempio per loro. E immagino la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo».

VOLONTARIATO PER VOCAZIONE CON LA GASOL FOUNDATION

Già a maggio il cestista aveva preso parte a una raccolta di fondi benefica per la Proactiva Open Arms, insieme ad altre personalità spagnole dello sport e dello spettacolo. Il sostegno alla Ong non è però la prima iniziativa benefica intrapresa da Marc Gasol. Lui e il fratello Pau nel 2013 hanno fondato una propria associazione la Gasol Foundation. La Ong si occupa di dare sostegno alla prima infanzia in particolare per migliorare l'alimentazione dei bambini e combattere l'obesità infantile. Non solo. A marzo, insieme a diversi compagni di squadra, ha preso parte da una serie di iniziative in favore dell'ospedale per la prima infanzia Hoops for St. Jude di Memphis.

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