Massimo Del Papa

In Rai troppa politica e poca televisione

In Rai troppa politica e poca televisione

01 Agosto 2018 10.00
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Circola una battuta: la disoccupazione è in rialzo, altri 83 mila a spasso, ma qualcosa si muove, lavoro l'han trovato Luigi Di Maio e alcuni amici suoi di Pomigliano d'Arco. L'intendenza seguirà, come diceva Napoleone. Tra l'intendenza, anche l'emittenza e qui siamo al surreale: Marcello Foa in bilico alla presidenza della Rai (è stato bocciato dalla commissione di Vigilanza) e a non volerlo più di tutti è Silvio Berlusconi, sul cui Giornale Foa scriveva e tiene ancora un blog personale. Sono i misteri dolorosi della democrazia democratica, per i quali quello che fanno gli altri è lottizzazione sparata, quando lo facevamo noi era promozione dei migliori. E viceversa, si capisce: è dal 3 gennaio 1954 che la Rai è un safari di segnalazioni e, ai suoi tempi radiosi, il gran capo Ettore Bernabei aveva istituito addirittura un ufficio raccomandazioni, con tanto di personale specifico, come in un film di Fantozzi. Ha fatto storia un'altra battuta: «Ne hanno assunti quattro: un democristiano, un socialista, un comunista e uno bravo».

LA RAI SCHIACCIATA DA DUE PESI E DUE MISURE

«Viva la Rai, quante battaglie nei corridoi», cantava Renato Zero. E sempre quella certezza autoindotta, inossidabile: gli altri, tutti schifosi avventizi, tutti prostituti, non come me che sono veramente un fuoriclasse e, se pure ho una quindicina di tessere in tasca, di stare dove sono me lo merito e hic manebimus optime. Perché c'è anche il corollario: se rimuovono i concorrenti è fisiologica alternanza, aria fresca, se mandano via me è regime.

Foa, dunque, è improponibile (e difatti non passa): è un sovranista, che oggi è dire peggio che cannibale, e inoltre ha criticato Mattarella. Volendo ci sarebbe di peggio, Foa è uno di quelli convinti che i vaccini facciano male, e c'è da rabbrividire a immaginare certi programmi affidati a propagandisti e cialtroni novax. Ma su questo, curiosamente, non si agita nessuno, è il sottopancia politicante, lottizzatorio a premere. Si scandalizzano le opposizioni, in primis quella del Pd che aveva farcito il Servizio Pubblico di tanti di quegli intellettuali organici da farlo scoppiare: dentro ai palinsesti non ci stavano tutti, neppure in formato compagnia di giro e qualcuno che pareva inaffondabile, come Santoro, a forza di andare e venire s'è usurato. Altri, come la Guzzanti, la Dandini sono ufficialmente dispersi, anche se magari riaffiorano per canali radiofonici che quasi nessuno ascolta (la Rai ha anche questo problema d'etere, del quale, tanto per cambiare, nessuno si cura). Adesso tocca ai sovranisti, i giallo-verdi e Di Maio parla di rivoluzione culturale: il giovane non favoloso è noto per le iperboli, cui fa riscontro una produzione reale assai più modesta. La Rai ha 14 mila assunti più i precari, ma per fare la rivoluzione a Luigi basta cambiare direttore generale e presidente, che nella Rai di fatto non è neanche un notaio, è più che altro un taglianastri, una bandierina semovente.

L'ALLEANZA DI GOVERNO IGNORA LA CULTURA

Ci si scanna allegramente, si coglie l'occasione per disfare definitive alleanze, come quella, pare, tra il Capitano, Salvini, e l'ex Cavaliere, Berlusconi: alla fine, la Rai è sempre servita a questo prima che a ogni altra cosa, sicché uno pensa: bè, così fan tutti e se non altro cambierà il parterre dei soliti noti coi soliti discorsi e le solite propagande, la triste allegria di Fazio, la pensosità forse sottovuoto spinto di Augias, la cupezza di qualche figlio di un cognome che si considera di casa a vita. Sì, ma in cambio cosa arriva? Perché la cosa più interessante, a proposito della «rivoluzione culturale contro i parassiti e i raccomandati», ed è Di Maio a parlare, è che nessuno perde tempo a discutere di programmi, idee, format, missione aziendale. In una Rai che, per dirne una sola, ha appena rinunciato ai Mondiali di calcio, e di fatto perde posizioni su posizioni nello sport, che regge a fatica e al prezzo di un costante imbarbarimento la concorrenza del sabato sera, nella fascia pomeridiana ha praticamente rinunciato a combattere con la trashonnivora D'Urso, non sa opporre niente agli show neonazionalpopolari come X Factor, che è una Canzonissima impasticcata del terzo millennio, e via trasmettendo. Cosa ci aspetta nella rivoluzione culturale di una alleanza di governo che di cultura fa a meno (leggi anche: Philippe Daverio sullo stop ai musei gratis di Bonisoli), che di intrattenimento non parla mai? Una bella striscia serale sulle scie chimiche? Orizzonti della scemenza e della tecnica? Come sconfiggere le malattie con la forza dell'immaginazione? E il Sanremo sovranista, come sarà? Chiuderanno il porto turistico? Avremo corsi serali dall'Università della vita, della strada, del blog?

Perché Foa può essere presidente Rai anche senza voti

La commissione di Vigilanza ha bocciato la nomina. Ma il giornalista voluto dalla Lega è anche il membro più anziano del cda. E potrebbe assumere l’incarico ad interim: “Mi rimetto alle decisioni dell’azionista”. La commissione di Vigilanza ha bocciato la nomina di Marcello Foa alla presidenza della Rai.

I PARTITI PASSANO, IL CANONE RESTA

Tutto quello che puoi pensare può essere vero, sia per la densità curriculare dei rivoluzionari, sia perché nessuno, ti giuro, nessuno si dà la pena di fornire schiarite o se non altro indizi su alcunché: gli anticulturali per vocazione, gli (ex) odiatori della televisione ereditano il massimo presidio culturale e non sanno che farne, esigono fedeltà, come da che mondo è mondo e da che Rai è Rai, però sembra che l'Aziendona sia nient'altro che una camera di compensazione di alleanze, logiche, vendette. Cosa che è sempre stata, d'accordo, ma non solo questo: bene o male, c'è da mandare avanti la baracca che è, bene o male, la baracca più grossa dell'intrattenimento bene o male culturale del Paese. E invece non se ne ricorda nessuno e su questa percezione più da peracottari che da rivoluzionari si misura il perenne sprofondo dalla Rai di Canzonissima e di Carosello, di Mina e Battisti, del Cacao Meravigliao, di Baudo e i suoi estenuanti fantastici programmoni. Una gigantesca medusa sempre più esangue, il solito ufficione di collocamento per senz'arte né parte. E si può star tranquilli che, di tutte le odiate trovate dello stramaledetto Renzi, almeno una resterà dove sta: il canone blindato in bolletta, perché i regimi passano, i partiti passano, ma il motto della Rai è sempre lo stesso ed è l'esatto contrario di quello di Frank Zappa, «siamo qui per perdere soldi». E per perdere tanti soldi bisogna spremerne di più dai cittadini spettatori, ovviamente nel nome del cambiamento, della rivoluzione, della lotta ai parassiti raccomandati.

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