Viaggio nelle Marche cancellate dal lockdown

Massimo Del Papa
15/04/2020

Il quarto inverno da terremotati è passato. Ma la primavera non è arrivata. Se la ricostruzione va a rilento, l'emergenza coronavirus ha bastonato l'intera regione, già in piena crisi. Dal calzaturiero, con 9 mila aziende ferme, al turismo sospeso come ovunque. Questa terra non si arrende. Ma solo perché non ha più nulla da perdere.

Viaggio nelle Marche cancellate dal lockdown

Non fosse per le mascherine, il coronavirus non l’avrebbero neanche visto arrivare.

Neanche un contagiato, niente ambulanze, nessuna sirena rompe il silenzio. Per forza, quassù l‘isolamento è sovrano. Il silenzio non ha barriere, non trova ostacoli.

Quassù è nelle alte Marche, quelle del Maceratese: Pieve Torina, Visso, i villaggi montani azzerati dal terremoto.

LA QUARANTENA IN UN MODULO PREFABBRICATO

Quarto inverno da baraccati, e non sarà l’ultimo, ma il lockdown, come lo chiamano, con la forza dei decreti è salito fino a qui. Isolamento sopra isolamento. In due in una Sae, che sarebbe Soluzione Abitativa Emergenziale ma è la casetta prefabbricata dei tre porcellini, da 40 metri quadri, che salgono a ben 60 se il nucleo di disperati arriva a 4 unità. Nessun positivo al virus, nessun progetto. Tutto fermo. Anche quello che timidamente, a volte “illecitamente”, vale a dire intrapreso con la forza di una ribellione alla burocrazia infame, era stato intrapreso. Tutto bloccato, salvo l’alienazione. Questo silenzio che non parla la lingua della natura, del sole, degli uccelli, del risveglio a primavera, ma della desolazione del nulla. Neppure più la forza di abbattersi, questa gente ormai le ha viste tutte.

IL CROLLO DEL CALZATURIERO: 9 MILA AZIENDE AL TAPPETO

Più in basso, il distretto calzaturiero del Fermano-Maceratese ha ricevuto la mazzata finale. Novemila fabbriche e fabbrichine, spesso famiglie in parvenza di attività, atterrate. Non in ginocchio, proprio al tappeto. Prima la crisi, endemica, poi la riconversione penosa da produttori a terzisti, poi i cinesi, sempre loro, che da terzisti si facevano produttori, mangiavano spazio e mercato, adesso il virus dei pipistrelli o chissà che altro. E questo è uno dei due settori cardine. L’altro è ancora più giù, lungo la fascia costiera. È il turismo. Tutto rinnegato, prenotazioni annullate, albergatori, ristoratori, stabilimenti balneari con le mani nei capelli. La Riviera del Conero, la più rinomata della regione, con le sue Numana e Sirolo, è solo un grosso interrogativo, una matrioska di questioni: basteranno guanti e mascherine? Basteranno le distanze che tutti ci imporremo? Cosa dobbiamo fare, anche solo per promuoverci, se dal governo non ci danno una indicazione che sia una?

LA ROVINA DEL TURISMO E DELL’INDOTTO

Ma la signora Ursula Von der Leyen, quella che pare Charlotte Rampling nel Portiere di Notte, sinistra più che mai ha ringhiato: «Non prenotate ancora le vacanze estive», tanto non ve le facciamo fare. Si raccomanda? È una euroburocrate o una Savonarola? E questa dichiarazione, questa ennesima gaffe, o lapsus, come li contrabbandano quando invece sono mazzate scientificamente volute, ha stroncato il comparto, dalla Riviera del Conero alla Riviera delle Palme, dal nord al sud della regione. C’è un titolare di un camping, a sud del Fermano, che a pieno regime occupa 200 persone. Duecento famiglie, all’incirca, che dipendono dalle vacanze degli altri; di più, perché poi c’è l‘indotto, trattorie, localini, negozi che aspettano.

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Due anni fa l’indotto è stato ammazzato perché la la magistratura a Chiesa gli ha bloccato tutto per una astrusa storia di presunti abusi riferiti ai parcheggi auto, roba contorta che nessuno ha capito, l’imputato meno di tutti. Dopo due estati perse, i giudici lo hanno prosciolto da tutto. Felice Chiesa stava per ricominciare, imperterrito, è arrivata la pandemia. Lui non si arrende mica: «Restiamo vivi, aspettiamo e ripartiremo, perché abbiamo 200 persone, 200 famiglie che non possiamo abbandonare». Felice Chiesa ha 90 anni.

FERMI I PESCHERECCI A PORTO SAN GIORGIO

Ferma anche la pesca, marinai con le reti in mano, pescherecci che oscillano indifferenti alla marina di Porto San Giorgio. Non aspettano di partire la notte, non sanno quando potranno riaccendere il motore e le lampare. Negli altri Paesi d’Europa e del Nord Africa lo sanno, qui no.

I VIGLIACCHI ABBANDONI DI ANIMALI

Emergenza genera emergenza, chiama emergenza. In queste contrade sospese tra modernità ed eterna campagna, non mancano quelli convinti che un animale è un focolaio e approfittano per scaricarne sempre di più. Tradimenti ignoranti e ignobili, che non si sa come arginare perché, come dice la volontaria Lada Taska: «Come fare se non ci possiamo muovere?». Ma gli animali non sono veicoli di infezione, sono solo vittime e lo sono tre volte: dei pregiudizi, dell’opportunismo, dell’egoismo degli umani e così tutto resta appeso al buon cuore di chi ce l’ha. Come a Servigliano, in provincia di Fermo, dove un vigile urbano a ricoverare quattro cagnolini abbandonati, destinati a morte certa, ci ha pensato lui e adesso i cuccioli sono salvi.

TANTI CONTAGI, ZERO RISORSE

Le Marche sono forse la regione più straziata da questa assurda tragedia del mondo. Quella che proporzionalmente ha più contagi e meno risorse. Che non ha più un’economia. Che ormai vive a strascico. Piccola, equivocata regione, misconosciuta regione che non si arrende, ma come chi non ha più niente da vincere né da perdere. Come chi ha sofferto troppo, ormai, per avvertire ancora dolore. Qui sono finite le lacrime e la rassegnazione non fa più paura. Qui stiamo nelle mani di Cristo, tutti.