Marchionne come la Thatcher

Redazione
30/09/2010

Uno showdown, una resa dei conti. Così definisce il Financial Times, in una dettagliata ricostruzione pubblicata il 30 settembre, il...

Marchionne come la Thatcher

Uno showdown, una resa dei conti. Così definisce il Financial Times, in una dettagliata ricostruzione pubblicata il 30 settembre, il confronto tra Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, e l’intero sindacato italiano.
Il manager globale, e la sua visione di internazionalizzazione del gruppo, alle prese con le spinte ostili al cambiamento del mercato del lavoro.
“La scommessa di Marchionne”, titola il quotidiano britannico, che traccia un parallelo con il più celebre testa a testa di questo tipo avvenuto in Gran Bretagna, quello che vide opposti il primo ministro conservatore Margaret Thatcher e i minatori britannici nel lontano 1985.

“Momento Thatcher”

L’Italia sta attraversando il suo “momento Thatcher” oggi, con un’enorme differenza rispetto al Regno Unito: la crociata non è portata avanti dalla politica, ma da un manager a capo della più grande industria privata italiana.
Un manager con una visione chiara: la produzione in Italia, così com’è stata concepita finora, non funziona più. E deve aumentare: da 600 mila automobili all’anno, a 1.4 milioni entro il 2014. Per dimostrare l’inefficienza di Fiat-Italia, Marchionne si è presentato con una serie di dati inequivocabili: la produzione di macchine, per operaio, in Italia, Polonia e Brasile, il principale mercato di Fiat.
I numeri sono chiari: italiani ultimi. Ma il sindacato non ci sta, rimanda al mittente le accuse e controrilancia: la colpa è proprio del manager italo-canadese, che non ha dato alcun nuovo modello di automobile da produrre in patria negli ultimi due anni.
È in uno scenario confuso, con interventi delle istituzioni, della politica, e anche del Papa, che si muove Marchionne, sottolinea il Ft. Si muove contro un sistema iper-protettivo, cercando di scardinarlo alla base. E lo sta facendo in modo poco ortodosso, con ultimatum e minacce di chiudere le fabbriche italiane se non si accettano i nuovi contratti di lavoro e un’organizzazione simile a quella instaurata in Chrysler, negli Usa.
Una battaglia appena cominciata, ma già nel vivo dell’azione: dai suoi esiti dipenderà non solo il futuro di Fiat, ma probabilmente anche quello dell’organizzazione del lavoro in Italia.