Marcoule non è Fukushima

Marcoule non è Fukushima

13 Settembre 2011 07.30
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L’esplosione il 12 settembre nel deposito di scorie della centrale nucleare di Marcoule, a pochi chilometri da Montpellier, ha scatenato l’incubo Fukushima in tutta Europa. A rassicurare i vicini – italiani soprattutto, visto che Torino dista appena 250 chilometri dall’impianto – si è precipitato l’Eliseo che a una manciata di ore dall’incidente, ha diramato comunicati sull’assenza di fughe radioattive. Rassicurazione rafforzata, pochi minuti dopo, dall’Autorità per la sicurezza nucleare di Parigi che ha prontamente archiviato il caso.
IL RITORNO DELL’INCUBO. «Mi auguro che l’incidente», ha detto a Lettera43.it Fabrizio Campi, docente di Radio protezione al dipartimento di Fisica nucleare al Politecnico di Milano, «si riveli davvero un evento marginale».
Difficile, infatti, non pensare a Fukushima. Anche in Giappone, le autorità si affrettarono a sminuire la portata dell’incidente che, poi, fu classificato di livello 7, lo stesso di Chernobyl.

DOMANDA. Che idea si è fatto dell’incidente francese?
RISPOSTA. L’impianto di Marcoule ha una potenza bassa rispetto alla media dei reattori nucleari. Per giunta l’incidente ha interessato il forno di smaltimento dei metalli contaminati, quindi non si è verificato il temuto rilascio di colonne d’aria radioattiva.
D. Scampato pericolo, quindi?
R. Direi di sì. Queste scorie hanno un’emissione di raggi molto bassa, neanche lontanamente paragonabile a quella della barre atomiche.
D. In caso di esplosione in un reattore cosa sarebbe accaduto?
R. Di fronte all’emergenza nucleare parte in automatico un protocollo fissato dall’International commission on radiological protection (Icrp) che prevede la messa in sicurezza della popolazione civile in tre fasi: ripararsi in ambienti chiusi, assumere iodio stabile e, infine, procedere all’evacuazione.
D. Andiamo per punti.
D. Per prima cosa bisogna chiudersi in casa, preferibilmente tendendo le finestre sigillate, fin quando non viene determinata la gravità dell’incidente.
D. Poi viene l’assunzione di iodio.
R. Le pastiglie di iodio stabile servono a saturare l’assorbimento di quello instabile da parte della tiroide. In questo modo, se esposti a una nube radioattiva, le particelle di iodio instabile non vengono assorbite via inalazione dalla ghiandola, ma espulse automaticamente.
D. Lo iodio va assunto prima o dopo le esposizioni?
R. L’assunzione deve essere preventiva e a un dosaggio proporzionato al valore delle radiazioni presenti in atmosfera. Ma eviterei le assunzioni fai da te.
D. Ma le pastiglie servono veramente?
R. Basta dire che se i bambini di Chernobyl avessero assunto iodio stabile prima dell’esposizione, si sarebbero evitati molti casi di tumori alla tiroide. Ma assunto in circostanze normali, lo iodio può provocare danni gravi al sistema cardiaco.
D. Come vengono assorbite le radiazioni?
R. Attraverso il deposito sull’epidermide e l’eventuale assorbimento cutaneo, l’ingerimento e l’inalazione.
D. A parte lo iodio, com’è possibile difendersi?
R. Il consiglio in caso di esposizione è detergersi in profondità ed evitare di assumere acqua e cibo contaminati.
D. Parliamo di evacuazione. Come si è visto a Fukushima, non sempre la delimitazione delle aree a rischio è efficace.
R. I protocolli devono seguire una logica e quella a cerchi concentrici magari non sarà efficace al 100%, ma è la più semplice.
D. E i cosiddetti hot spot?
R. Gli hot spot sono radiazioni che precipitano al suolo dopo un evento esplosivo. Ma sono l’entità della deflagrazione, i rilasci in atmosfera e la direzione dei venti a stabilire, in una seconda fase, come evitarli.
D. Mentre l’Italia ha ribadito il no al nucleare, la Francia non ha fatto nessun passo indietro. Dovremo vivere sempre con l’incubo dietro casa?
R. Non dobbiamo farci abbindolare dai giochi della politica. La Svizzera, per esempio, ha detto no all’atomo solo quando le sue centrali saranno dismesse, nel 2043. La Germania, invece, vuole imporsi nel settore delle rinnovabili.
D. I risultati del referendum però parlano chiaro.
R. Resto convinto che quesiti del genere non dovessero essere sottoposti ai cittadini. È come se ci venisse chiesto: «Volete pagare le tasse?». Sono un fisico nucleare e ho le mie idee, ma non mi pare giusto che queste condizionino una scelta di così ampia portata economica e sociale.
D. Dobbiamo avere fiducia nelle multinazionali come l’Areva che gestisce impianti come Marcoule?
R. Personalmente mi fido degli organi indipendenti preposti al controllo, soprattutto in un Paese come la Francia. Credo anche che nessuna società privata, per quanto orientata al profitto, possa correre il rischio di subire gravi danni o arrivare a perdere il capitale investito, abbassando la guardia sulla sicurezza.

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