Marx? Uno di destra

Bruno Giurato
25/01/2011

Per i filosofi starebbe con la Lega e lascerebbe la Fiom.

Marx? Uno di destra

Tra crisi economica e caduta delle ideologie torna lui. Se Marx non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Non è una battuta. Karl Marx (1818-1883), il filosofo di Treviri, colui che ha traghettato la visione del materialismo antico in chiave di analisi economica e disincanto ontologico (ed è stato usato e abusato per navigare tra i marosi del secolo breve) allo stato attuale serve tanto a destra quanto a sinistra. Anzi, forse più a destra che a sinistra.
UNA FIORITURA DI TESTI. L’ultima interessante ripresa è un‘intervista allo storico Eric Hobsbawm uscita il 16 gennaio 2011 sull’Observer, in occasione dell’ultimo libro del grande vecchio del marxismo europeo, How to change the world. Tales of Marx and Marxism. Dal libro di Hobsbawm, 93 anni, viene fuori un Marx liberato dagli eccessi ideologici dei decenni precedenti, analista lucido del mondo globalizzato (merito accordatogli anche da papa Benedetto XVI), fortemente anti-utopista. Il cui pensiero sarebbe un correttivo agli eccessi del capitalismo che avrebbero portato alla crisi economica. Il libro ha provocato reazioni e dibattito, in particolare una polemica recensione di James Purnell su Prospect Magazine.
Ma anche in Italia il rinascimento marxiano è un dato di fatto, da qualche anno. Tra gli ultimi testi editi ricordiamo il volume di Nicolao Merker, Karl Marx. Vita e opere (Laterza), la traduzione di Francis Wheen, Karl Marx. Una vita (Isbn edizioni); Karl Marx di Stefano Petrucciani (Carocci), e Karl Marx. Il capitalismo e la crisi, curato da Vladimiro Giacchè (Derive Approdi). E su un versante quasi pop-philosophie riocordiamo anche Bentornato Marx! del giovanissimo Diego Fusaro (Bompiani).

Marx serve anche alla destra

Uno dei primi attori dell’ondata marxiana è Corrado Ocone, filosofo socialista liberale, crociano, docente all’università Luiss di Roma e autore di Marx visto da Corrado Ocone (Luiss University press), fortunato testo del 2007. Ocone è anche l’organizzatore del Seminario permanente di studi marxiani, sempre nell’ambito dell’ateneo confindustriale.
A Ocone abbiamo chiesto il motivo delle riprese marxiane di questi anni. «Marx è semplicemente un autore classico da cui non si può prescindere, i suoi sono insegnamenti universalmente umani. Ha pensato in profondità, anche se, come diceva Hegel, «grande pensatore, grande errore». Ha dato gli strumenti fondamentali per capire «il modo di produzione capitalistico» (Marx non ha mai usato il sostantivo capitalismo). I presupposti e i meccanismi della società attuale sono stati messi in luce per la prima volta da lui. Da questo non può prescindere anche chi marxista non è».
IL MONDO RIDOTTO A MERCE. Secondo Ocone, Marx oggi è necessario anche a destra. Storicamente i pensatori liberali si sono da sempre confrontati con il loro ‘miglior nemico’, e lo ha fatto in maniera approfondita lo stesso Benedetto Croce, ma oggi le analisi disincantate di Marx sono un ingrediente essenziale per capire l’economia e la società.
«Il mondo di produzione di oggi assume caratteristiche di globalizzazione, con il predominio totale della finanza, il predominio del capitale per il capitale. È un mondo ridotto a merce, come ne il Manifesto. Quello che Jacques Derrida, che è stato un grande studioso di Marx, definisce ‘il mondo degli spettri’», continua Ocone.
In questa prospettiva Marx è un ottimo correttivo rispetto al capitalismo puro: «Marx ha capito che il modo di produzione capitalistico è il migliore finora conosciuto (e infatti nessuno come lui ha messo in luce l’aspetto positivo della borghesia), ma tende, se lasciato libero, a occupare spazi non suoi e infine a contraddire le sue premesse. Il compito della politica è proprio limitare le conseguenza negative del capitalismo: un compito di regolazione e controllo, dunque. La politica da sempre è un mix di rapporti di forze e idealità», conclude il docente della Luiss.

Umberto Curi: La Lega? È marxista

Umberto Curi, ordinario di storia della filosofia contemporanea all’università di Padova, e storico interprete di Marx, mette in luce un paradosso produttivo nella reinassance marxiana: «La ragione di forndo del ritorno di Marx», ha dichiarato a Lettera43.it «è la caduta del marxismo stesso, che ha fatto emergere l’intrinseco rilievo teorico del suo pensiero. Marx è stato maltrattato perché travisato dalle ideologie. Uno dei non molti aspetti positivi della caduta del muro di Berlino è stato sottrarre Marx all’identificazione con le ideologie di partito».
Secondo Curi bisogna anche chiarire i legami tra Marx e la filosofia antica: «Nello scritto giovanile sugli atomisti sono significative le ultime frasi, quelle che parlano di Prometeo come ‘grande santo e martire del calandario filosofico’. Quindi non è tanto importante la sua vicinanza al materialismo antico, quanto il riconoscimento della grandezza di Prometeo, figura tutta umana, simbolo di affrancamento della ragione da qualsiasi tutela. Marx resta un indisciplinato. È un aspetto che oggi i giovani sanno cogliere benissimo: il tratto distintivo dell’antidogmatismo. Nella corrispondenza con Engels, per esempio, si vede bene l’aspetto corrosivo, caustico, di Marx».
Ma quali sono, secondo Curi, i testi da cui partire? «Forse il testo chiave è il primo libro del Capitale, in particolare la IV sezione, in cui riesce a svelare il meccanismo oggettivo del funzionamento del capitalismo. È un momento di grandiosa tragicità prometeica. C’è un punto, proprio nel carteggio con Engels, in cui Marx indica i meriti del lavoro fatto (cosa strana in lui, che andava ripetendo: ‘io non sono un marxista’). Secondo lui il meglio del suo lavoro era la scoperta del lavoro come valore concreto/astratto e la scoperta dell’origine del plusvalore»
CONTRO LA RETORICA PACIFISTA. Ma, un secolo e passa di distanza e dopo intere biblioteche scritte su di lui, può un pensatore come Marx essere usato come profeta politico per gli anni a venire? Secondo Curi «è impossibile tirare Marx per la giacca come profeta di scenari futuri. Proprio questa tendenza ha portato prima ad osannarlo e poi a dimenticarlo. Ma lui l’aveva detto: “Mi rifiuto di fornire ricette per le osterie dell’avvenire”. Fu un maestro dell’analisi. Non tanto nelle dispute astratte sul metodo, quanto nella capacità di usare gli strumenti necessari (filosofici, sociologici, economici, letterari) e di individuare le linee di tendenza. Da questo punto di vista è un nostro contemporeaneo, non un profeta».
E il primo merito di Marx, secondo Curi è quello di aver riconosciuto la base conflittuale della politica: «Quella di Eraclito-Platone-Karl Schmitt è la linea filosofica secondo cui Polemos, il Conflitto, è il re di tutte le cose, e questo vale contro ogni retorica fiaccamente pacifista. Il vero problema politico è come disciplinare il conflitto. Già Platone riconosce la “strutturalità” e l’ineluttabilità del conflitto. Infatti i teorici comunisti dicevano che la rivoluzione e l’affrancamento delle classi oppresse sarebbero avvenute in concomitanza con una guerra mondiale. Non a caso la rivoluzione russa avvenne durante la prima guerra mondiale. Alla base, quindi c’è la consapevolezza dell’incancellabilità della guerra, della crisi, dall’orizzone umano. D’altra parte il compito della politica è proprio questo, quello di incanalare le energie del polemos».
Oggi, secondo Curi, la forza politica che in Italia incarna meglio una politica basata sui reali rapporti di forza e non solo sulle idealità potrebbe essere la Lega: «Oggi il leghista è marxiano nel senso della difesa degli interessi. La Lega è marxista sia perché è rimasta l’ultima organizzazione politica leninista, sia perché i militanti sono mossi da un forte afflato ideale. Ma c’è qualcosa di più. Il tema del federalismo trova fondamento concettuale nel fatto che è il tentativo di valorizzare i poteri originari, quelli del territorio. Il radicamento territoriale. Gianfranco Miglio, il principale teorico leghista, sosteneva posizioni di questa natura».

Karl avrebbe scaricato la Fiom

Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, filosofo formatosi con l’operaismo e approdato a una rilettura sentita della filosofia  dell’esistenza e della krisis, è una federalista convinto, da tempo. Notevoli le sue discussioni sul federalismo con Gianfranco Miglio. Cacciari precisa la differenza tra il suo concetto di federalismo e quello attuale della Lega bossiana. «Il federalismo di Miglio andava oltre lo stato, mirava e presupponeva una riorganizzazione federalistica dell’Unione Europea», ha detto Cacciari a Lettera43.it, «quello della Lega attuale è anacronistico, fatto di una serie di piccoli staterelli che si tengono stretto il loro capitale, che rassicurano cittadini malati di xenofobia».
Anche per Cacciari la forza di Marx è avere scoperto lo stato di perenne conflittualità, strutturale all’economia, anzi all’uomo. Di più: la forza marxiana è sempre il riferimento alla dialettica di Hegel, cioè la scoperta della ‘produttività del negativo’. E ovviamente, secondo Cacciari, non si tratta di una produttività semplicemente analitica.
«L’importanza di M.», ha spiegato Cacciari, «è sia nella forza analitica, sia nel discorso politico. Se fosse stato solo un economista politico non si ricorderebbe. La sua forza è proprio nel fatto che, in base all’analisi scientifica si possono prevedere crisi e fine del capitalismo. Dal punto di vista dell’economia ha compreso che per il sistema capitalistico è in crisi fisiologica. È pieno di salti, rotture, mutamenti di stato legati a cambiamenti tecnologici. Ora ci troviamo proprio a quel punto, a partire dal grande salto tecnologico degli anni 80/90: un eccesso di danaro che non si riesce a trasformare in merce. Un’invasione di beni che immobilizza il mercato».
I CONTRATTI SONO SUPERATI. E come conciliare, quindi, il fatto che il mercato si evolve con la salvaguardia dei diritti dei lavoratori? Il conflitto è in corso e un esempio anche drammatico è nella vicenda del referendum di Mirafiori, che ha contrapposto la dirigenza Fiat alla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici. «Anche Marx aveva chiaro che il capitalismo mondiale sarebbe fuoriuscito da ogni forma di contrattazione nazionale. Queste ormai sono forme luddistiche», sostiene Cacciari, «le regole di contrattazione nazionale possono sognarsele solo il vecchio sindacalista della Fiom ed Emma Marcegaglia. Bisogna prendere atto dell’impotenza di certe battaglie. È legittimo che l’operaio si difenda, ma è ovvio che a questo punto non c’è niente da fare», conclude.
E a questo punto sorge spontanea, per restare in tema, la domanda di Lenin: «Che fare?» di fronte alla crisi economica globale? Cacciari ha una risposta che andrebbe oltre: «L’unica novità che Marx non aveva previsto è la possibilità che l’intervento pubblico internazionale potesse salvare il sistema. Aveva ben chiaro, come del resto gli economisti liberisti, il carattere globale del capitalismo, ma non poteva prevedere la possibilità di un intervento pubblico coordinato, a livello sovranazionale. A mio parere è l’unica strada attualmente percorribile».