Maschi, ribellatevi!

Gabriella Colarusso
26/01/2011

Ciccone: «Non solo Berlusconi. Si fanno largo altri modelli».

Maschi, ribellatevi!

Maschi ribellatevi. Maschi difendetevi. Donne, stracciate i
vostri appelli in difesa delle fanciulle perbene e lasciate
parlare gli uomini, quelli nascosti, forse anche
inconsapevolmente, nei giardini delle feste hardcoriane. Perché
l’occhio guardone, la negazione del rifiuto, il fascino
ridotto a ricchezza e potere, il cortigiano che tradisce il re,
insomma quel maschio disposto a corrompere e a mentire, nulla ha
a che vedere con la trasgressione, il godimento, la libertà
individuale. È piuttosto la declinazione in formato reality
di un’antica schiavitù.
«Il caso Berlusconi, e Berlusconi stesso, non hanno nulla di
trasgressivo. Sono anzi rappresentativi di un modello
tradizionale, conservatore e direi coercitivo di mascolinità»,
riflette Stefano Ciccone, autore di Essere Maschi
(Rosenberg & Sellier), uno dei pochi testi italiani, forse
l’unico, del genere men’s studies, che affronti
un tema purtroppo estraneo al dibattito pubblico italiano ma di
strettissima attualità nel mondo anglosassone: la “questione
maschile”.
O, se si vuole, l’urgenza di una “rivoluzione maschile”.
Perché nel lettone di Putin non s’incrina il rispetto per la
ragazza perbene, come si affannano a ripetere le nostalgiche di
un certo femminismo, ma il desiderio di emancipazione
dell’uomo, ingabbiato da secoli in uno schema patriarcale che
lo vuole carrierista, potente, sicuro di sé e capace di
governarsi, mai umano o poco umano, mai padre, mai perdente, mai
degno di un rifiuto.
Domanda. Lei dice che Berlusconi non ha nulla di trasgressivo.
Sposa la tesi di Emilio Fede o c’è qualcosa che sfugge della
fenomenologia berlusconiana?

Risposta. Non credo che sia utile ragionare
sulle cronache di questi giorni pensando che si tratti di una
patologia, né servono certi afflati moralistici, perché il
comportamento del premier non ha nulla di trasgressivo, ma è
anzi rappresentativo di un modello tradizionale, conservatore,
direi coercitivo, di mascolinità.
D. E il vitalismo di Silvio, espressione di una rinnovata
libertà individuale, secondo molti?

R. Quale libertà? Quella di essere, noi maschi
intendo, come siamo obbligati a essere? Uomini di potere, che
“portano il pane a casa”, che fanno carriera e sanno usare
soldi e fortuna per avere donne che non li desiderano. È il
modello patriarcale che domina il maschio da secoli. Chi esce dal
quel modello, viene punito. Ma a quell’icona sembrano
richiamarsi anche molte donne che in questi giorni scrivono
appelli.
D. Si riferisce alle deputate del Pd?
R. Sì anche. Nel loro testo si dice: ‘un
uomo che non sa governarsi non può governare’. Questa idea
rimanda alla capacità di controllarsi, di dominarsi del maschio
che è tipica del concetto tradizionale di mascolinità. Esprime
la nostalgia per un ordine patriarcale che non è
l’alternativa ai canoni berlusconiani, ne è la conferma.
C’è un altro modo di essere uomini, che non ha nulla a che
fare con il moralismo.
D. I bravi padri di famiglia tutti casa e chiesa?
R. No, ripeto, niente moralismi. Parlo degli
uomini che non rimuovono l’idea dell’esistenza del
desiderio femminile. Berlusconi mi parla di una illimitata
disponibilità delle donne, negandone così il piacere e
relegandolo a una sessualità di servizio. L’ “altro
uomo” invece è quello interessato a incontrare il desiderio
femminile e quindi anche il rifiuto delle donne.
D. Piero Ostellino ha scritto «Donne sedute sulla loro
fortuna». Natalia Aspesi ha risposto:
«Uomini
pronti a servire, mentire, uomini inginocchiati
».
Guerra tra generi?

R. È poco interessante discutere delle donne in
relazione a questa vicenda. Parliamo della rappresentazione
dell’uomo che viene fuori dalla storia di Ruby. Un maschio
che, oltre a negare l’esistenza del desiderio femminile,
difende la propria mascolinità con le battute omofobe, perché
è quello che da secoli ci insegnano: un vero uomo, virile ed
eterosessuale, si definisce in quanto tale solo in opposizione
all’omosessualità. Di qui le battute sui gay, che non sono
contro i gay, ma in difesa della propria identità sessuale.
D. Se non è Ruby, se non sono le fanciulle di via Olgettina,
che anzi sembrano confermarlo, chi può rompere questo
schema?

R. Nelle scuole dove insegno sono sempre più
numerose le ragazze che non dissimulano il proprio desiderio
sessuale, anzi ne parlano, corteggiano i loro compagni.
Riconoscono il proprio piacere e vogliono prenderselo. Saranno
loro a ribaltare lo schema berlusconiano.
D. Le donne libereranno gli uomini, ma quali uomini?
R. Quelli che non temono, per esempio, di
mettere in discussione la propria immagine pubblica, magari la
propria carriera e il proprio potere, per la paternità. Quelli
che chiedono il congedo parentale senza vergogna. Quelli che
sapranno liberarsi dalla costrizione per la quale se si è uomini
bisogna, nell’ordine: mantenere la donna e la famiglia,
tentare la scalata sociale, sacrificare al ruolo pubblico il
proprio privato.
D. Maschi di tutto il mondo unitevi?
R. Beh, sì, se proprio dovessi fare un appello
lo farei agli uomini. In Italia sono sempre di più quelli che
hanno scelto liberamente un’altra mascolinità, e non parlo
di omosessualità, ma purtroppo si tratta ancora di cambiamenti
individuali, che hanno poca visibilità pubblica e la cui
“rivoluzione silenziosa” viene spesso neutralizzata con il
dispositivo del ridicolo: «ah!», si dice,  «fai le
pappine, cambi i pannolini». E invece no. Perché, oltre
l’antropologia berlusconiana, c’è un altro desiderio e
un altro modo di essere uomini. Un’altra idea di libertà.