Sacerdozio uxorato in Italia: prime aperture del papa

Francesco apre alle nozze per i preti greco-cattolici di rito bizantino, inquadrati ora in un Esarcato apostolico. Per loro il matrimonio sarà possibile anche nel nostro Paese.

15 Luglio 2019 15.15
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Preti sposati anche in Italia: ma solo se greco-cattolici di rito bizantino. È quanto sarà possibile d’ora in avanti grazie alla decisione presa da papa Francesco che ha dato forma istituzionale alla presenza della forte comunità di fedeli ucraini greco-cattolici inquadrata ora in un Esarcato apostolico (una sorta di grande diocesi che comprende tutto il territorio italiano).

Ad oggi, secondo il Vaticano, i fedeli ucraini residenti in Italia sono circa 70 mila, suddivisi in 145 comunità assistite da 62 sacerdoti. L’amministratore apostolico è il cardinale Angelo De Donatis, vicario del pontefice per la diocesi di Roma, una scelta che indica l’importanza e la delicatezza della novità. La Chiesa greco-cattolica ucraina di rito orientale, infatti, è in comunione con la città eterna, riconosce cioè l’autorità del vescovo di Roma, ma mantiene la propria tradizione di cui fanno parte i preti sposati.

Nella Chiesa cattolica esistono altri casi di sacerdozio uxorato come quello della Chiesa maronita libanese

Nel nostro Paese per la verità esistevano già delle eccezioni, come l’Eparchia di piana degli albanesi in Sicilia per i cattolici di rito orientale, ma si tratta di esperienze di antica tradizione circoscritte anche numericamente. In generale, tuttavia, nella Chiesa cattolica esistono altri casi di sacerdozio uxorato come quello della Chiesa maronita libanese, ci sono poi i preti anglicani convertiti al cattolicesimo cui è consentito ovviamente di conservare la propria famiglia se già sposati in precedenza.

CRESCE IL NUMERO DI CATTOLICI ORTODOSSI IN ITALIA

Con l’istituzione dell‘Esarcato dei greco-cattolici in Italia è avvenuto però qualcosa di particolarmente significativo: di fatto è la certificazione che le migrazioni moderne stanno contribuendo a cambiare anche la Chiesa, ne modificano il volto, le fanno percorrere strade inedite. La decisione di Francesco, infatti, è dovuta a una svolta ‘demografica’ verificatasi in poco più di 20 anni, da quando cioè è cominciato il flusso di arrivi dall’Ucraina e da altre regioni contigue dell’Europa orientale verso il nostro Paese. Non a caso la loro «cura pastorale», ha ricordato ancora il Vaticano, era stata affidata fino ad ora al Servizio Migrantes della Cei.

Papa Francesco (foto di Tiziana Fabi/Afp-LaPresse).

Accanto a ciò si consideri che le comunità di fedeli ucraini sono diffuse un po’ in tutto il Paese, non c’è insomma un limite geografico, un ambito definito. In questo senso va rilevato come l’Italia, attraverso i flussi migratori degli ultimi decenni, sia diventata un Paese plurireligioso in cui anche il cristianesimo è cambiato: accanto ai cattolici cresce fra l’altro il numero di ortodossi che si sono stabiliti in Italia (si pensi solo ai rumeni), e la stessa Chiesa di Roma si trova a dover affrontare e gestire novità impensabili fino a poco tempo fa.

L’INCONTRO TRA IL PAPA E L’ARCIVESCOVO DI KIEV SHEVCHUK

Papa Francesco si è incontrato con l’arcivescovo maggiore di Kiev,  Svjatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, nei primi giorni di luglio, a ridosso della visita compiuta dal presidente russo Vladimir Putin in Vaticano. Se il conflitto in Ucraina, il ruolo minaccioso della Russia, la volontà della Santa Sede di portare avanti una linea negoziale con Mosca non di pura contrapposizione sono stati temi trattati con l’episcopato ucraino, la scelta di dare vita a una struttura permanente greco-cattolica in Italia deve essere andata incontro anche ai desideri di Kiev che deve ‘governare’ non poche comunità sparse in America e in Europa.

Papa Francesco e l’arcivescovo di Kiev Svjatoslav Shevchuk.

Da parte sua, Francesco, mette un altro tassello a quell’idea di Chiesa che mantiene una sua unità di fondo nella comunione con la sede di Pietro, ma non rinuncia ad arricchirsi delle sue diverse tradizioni di cui indubbiamente le chiese orientali fanno parte. Se poi il prossimo sinodo sull’Amazzonia, che si celebrerà a Roma li prossimo ottobre, dovesse decidere di aprire la porta all’ordinazione di uomini sposati, preferibilmente indigeni, la cui autorità è riconosciuta dalle comunità locali, per sopperire alla cronica mancanza di sacerdoti in una regione del mondo tanto vasta e popolata come quella della foresta pluviale sudamericana, ci sarebbe un ulteriore importante segnale di cambiamento. In gioco non ci sarebbe tuttavia l’abolizione o il superamento del celibato obbligatorio, quanto piuttosto la convivenza di differenti esperienze e cammini di fede dentro una Chiesa non più monolitica e per questo aperta al futuro.

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