Giovanna Faggionato

Matteo Renzi: premier ragazzino, ma il potere è in mano ai vecchi

Matteo Renzi: premier ragazzino, ma il potere è in mano ai vecchi

16 Febbraio 2014 06.05
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Il primo ministro più giovane d’Europa è pronto a governare l’Italia, Paese di vecchi potenti.
Matteo Renzi, 39 anni appena compiuti, premier in pectore deciso a fare tutto nuovo, è destinato a guidare una nazione bloccata in mezzo al guado, con il parlamento più giovane ma la classe dirigente più anziana, immobile e stantia del continente.
In attesa che, oltre alla politica, anche la società cambi verso, l’Italia fa i conti con una élite fatta di baby boomer canuti. 
IL 39,3 DELLA CLASSE DIRIGENTE OVER 65. Stando ai dati dell’Osservatorio del potere di Eurispes, negli ultimi 30 anni la percentuale dei ‘potenti italiani’ in età da pensione è aumentata del 14%, segnando il record nel panorama continentale: nel 2013 il 40,2% dei rappresentanti della classe dirigente nostrana aveva tra i 51 e i 65 anni e il 39,3%, quasi 4 su 10, superava i 65 anni.
Ma chi sono tutti questi senior? Si tratta dei vecchi protagonisti del capitalismo all’italiana, dei presidenti delle associazioni industriali, ma anche dei professori universitari e persino degli insegnanti della scuola pubblica.
MOLTI ATTEMPATI TRA I FAN DEL SEGRETARIO. E molti di loro, da Paolo Scaroni, 67enne amministratore delegato di Eni, al 70enne Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, si sono già dichiarati grandi elettori del segretario democratico.
Per vincere la sfida del rinnovamento, insomma, Renzi è chiamato a portare la rottamazione fuori dai palazzi della politica dritto dentro alle stanze dei bottoni della società italiana, dove si costruisce il futuro del Paese e dove stazionano oggi molti dei suoi ammiratori.

Banche, associazioni industriali e imprese di Stato sono in mano a 70enni

A detenere il record di anzianità è il settore che ha anche il record del potere: quello bancario.
Il rapporto Svolta generazionale dell’economia italiana, pubblicato dall’associazione Coldiretti a dicembre 2013, calcola che l’età media dei presidenti e degli amministratori delegati dei principali gruppi bancari italiani è 69 anni. L’anzianità è premiata anche sul fronte della giustizia: in 9 casi su 20, i presidenti dei tribunali delle maggiori città capoluogo hanno più di 70 anni.
MANAGER E CAPI AZIENDA: 62 ANNI DI MEDIA. Si ferma a 62 anni l’età media dei presidenti delle associazioni industriali, del commercio, dell’artigianato dei servizi e dell’agricoltura. La stessa età dei consiglieri di amministrazione delle prime 100 aziende in ordine di capitalizzazione, nonché dei presidenti e degli amministratori delegati delle principali società a partecipazione statale, tradizionali luoghi dispartizione delle poltrone che accolgono grand commis e uomini di relazione ben oltre l’età della pensione.
SCARONI, CONTI, PASQUALI: I BIG OVER 67. Hanno superato i 65 anni tre amministratori delegati di tre grandi società strategiche per lo sviluppo del Paese. L’imperatore dell’Eni Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’azienda dal giugno 2005 e con un incarico in scadenza a primavera, ha già compiuto 67 anni, e non sembra intenzionato a lasciare la poltrona. Tanto che nel giorno delle dimissioni di Enrico Letta si è affrettato a lodare il presidente del consiglio in pectore: «Ha impeto, mi piace».
E chissà se Renzi è apprezzato anche da Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel e coetaneo di Scaroni, o da Gaetano Pasquali, 68 anni compiuti e da 10 anni alla guida del Gestore dei servizi pubblici energetici (Gse), la controllata del Tesoro responsabile della politica di incentivi sulle rinnovabili. 
LE PARTECIPATE IN MANO A ULTRA70ENNI. Se si passa ai presidenti delle grandi partecipate, poi, si trova un’ampia schiera di ultra70enni (con una lunga scia di incarichi, attuali e passati). A cominciare  da Lamberto Cardia presidente di Ferrovie dello Stato, 79enne, ad Andrea Monorchio che a 75 anni è al timone della Consap (Concessionaria dei servizi assicurativi pubblici), fino a Franco Bassanini che a 74anni guida la Cassa depositi e prestiti. E ancora: Diana Bracco e Anna Maria Tarantola che, rispettivamente a 72 e 69 anni, presiedono il comitato Expo 2015 e la televisione pubblica, fino agli ex ambasciatori Giovanni Castellaneta e Giancarlo Aragona, a loro volta presidenti di Sace (il gruppo assicurativo-finanziario che assiste le imprese italiane all’estero) e Sogin (la società che gestisce la bonifica degli impianti nucleari dismessi).
Enrico Letta, anche quando ha potuto, non ha intaccato il modello, sostituendo il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, 54enne occupa poltrone, con il 71 enne Vittorio Conti. Non proprio un colpo alla gerontocrazia italiana.

In Italia gli insegnanti con meno di 30 anni sono meno dell’1%

Il problema, però, non si limita solo al mondo dell’impresa. Ma investe l’intero sistema amministrativo, compresa la pubblica istruzione affetta da meccanismi di accesso farraginosi e da un precariato cronico.
LA SCUOLA A RISCHIO DI VUOTO GENERAZIONALE. Secondo i dati del rapporto Education at glance 2013 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) che riunisce i 34 Paesi più sviluppati del globo, nella scuola italiana gli insegnanti con meno di 30 anni sono lo 0,3% del totale del corpo docente alle elementari, lo 0,4% alle medie e lo 0,2% alle superiori. Il dato è impressionante se lo si paragona con una media Ocse rispettivamente del 6,8% del 10,6% e del 9,3%.
«Abbiamo un corpo insegnante tra i più vecchi del mondo. Il blocco del turn over ha aggravato lo squilibrio e ora rischiamo di avere un vuoto generazionale», ha commentato con Lettera43.it Stefano Molina, direttore di ricerca della Fondazione Agnelli, tra i più importanti centri studio sulla scuola.
I DOCENTI UNDER40 FERMI AL 12%. Ma non è finita. Il rapporto Observa 2014, anticipato dal Corriere della Sera proprio l’ultimo giorno dell’esecutivo Letta, il 14 febbraio, ha esteso l’allarme anche al comparto dell’università e della ricerca. Secondo il report, in Italia la percentuale di professori e ricercatori con meno di 40 anni è ferma al 12,1%. Mentre in Germania, primo Paese per anzianità demografica proprio davanti all’Italia, sono quasi la metà del corpo docente: il 49,2%. In Gran Bretagna, in Spagna e in Francia, invece, rappresentano rispettivamente il 29,5, il 27,2 e il 25,9 degli insegnanti universitari. Il nostro Paese, quindi, ha un numero di giovani ricercatori che non raggiunge nemmeno la metà della quota dell’ultimo dei grandi Paesi europei. 
IMMUTATO IL RAPPORTO TRA GENERAZIONI. «La demografia che per un Paese è come l’acqua e l’aria da respirare è cambiata: eppure in Italia non abbiamo ancora imparato a gestire il rapporto tra le generazioni», ha osservato il sociologo Nadio Delai, che cura ogni anno il rapporto sulla classe dirigente dell’università Luiss.
Secondo il professore l’Italia ha bisogno di far entrare i ragazzi nel mercato del lavoro prima e incentivare i più anziani a cambiare ruolo e mestiere. Invece, osserva, «i vecchi imprenditori lasciano le imprese ai figli ma rimangono a comandare nel ruolo di presidente. Succede anche in politica, come insegna Silvio Berlusconi». E finora, almeno su questo fronte, Renzi non è riuscito a cambiare verso.

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