I paradossi dell’asse Roma-Varsavia

10 Gennaio 2019 08.27
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La «nuova Europa» identitaria di cui «Italia e Polonia saranno protagoniste», delineata da Matteo Salvini a Varsavia, ha già un problema di identità: non sa se è amica o nemica della Russia. Non è cosa da poco. L’aggressività di Vladimir Putin in politica estera, l’imprevedibilità di Donald Trump, la corsa al riarmo che la denuncia da parte americana del trattato Inf sui missili a medio raggio può provocare fanno dei rapporti con Mosca un tema quanto mai delicato. Servirebbero idee precise, e patti chiari. Il patto per l’Europa «sul modello di quello tra Lega e M5s» che Salvini ha proposto a Jaroslaw Kaczynski, capo del partito di governo polacco Diritto e Giustizia (Pis), prevede un programma «fondato sulle radici cristiane, sul valore della famiglia e su altri temi che condividiamo», ha detto il nostro vicepremier. La portavoce di Kaczynski, Beate Mazurek, ha precisato che su alcuni argomenti ci sono state divergenze. Di certo, sulla Russia il Pis la pensa diversamente dalla Lega e dagli altri partiti della destra populista che Salvini intende coinvolgere nel patto. Il fronte sovranista per la conquista del parlamento europeo alle elezioni del prossimo maggio nasce quindi con un tallone d’Achille. Il punto debole è in politica estera. Fin troppo ovvio, per un fronte sovranista.

IL GELO TRA RUSSIA E POLONIA

L’euroscetticismo quasi inevitabilmente si accompagna con l’ammirazione per il regime di Putin. E il Cremlino ha sostenuto moralmente e a volte finanziariamente le forze politiche che lo esprimono. Con l’ascesa al potere del Pis di Kaczynski, anche la Polonia è diventata fortemente nazionalista ed euroscettica. Il presidente Andrzej Duda ha definito l’Ue «una comunità immaginaria» e inutile. Lo scontro con Bruxelles ha raggiunto l’apice dopo le riforme che di fatto cancellano l’indipendenza del potere giudiziario e dei media, e col rifiuto del sistema delle quote per i migranti. Ma tutto questo non ha in alcun modo riavvicinato Varsavia a Mosca. Le relazioni sono di fatto congelate.

Il Pis sostiene in pieno le sanzioni contro la Russia per l’annessione della Crimea. Considera la Nato e gli Stati Uniti la miglior garanzia per la sicurezza della Polonia. Il presidente Duda in settembre ha chiesto a Washington di installare una base militare permanente sul territorio polacco. Cosa che il Cremlino vede come il fumo negli occhi, perché rafforzerebbe il dispositivo Nato a protezione del Suwalki Gap, il corridoio di 100 chilometri tra la exclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia, vitale per i collegamenti tra le truppe dell’Alleanza schierate nei Paesi baltici e quelle dislocate nel resto d’Europa. «Una base Usa in Polonia comporterebbe instabilità, abbasserebbe il livello di sicurezza nella regione e potrebbe provocare una nostra risposta», ha detto il ministro della Difesa di Putin Sergey Shoigu. Intanto, Varsavia ha infittito i suoi rapporti con Estonia, Lettonia e Lituania, alimentando la sindrome da accerchiamento da cui, con qualche ragione, i russi si sentono afflitti.

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LA RUSSOFOBIA DI KACZYNSKI E LE SIMPATIE PUTINIANE DEGLI ALLEATI

D’altra parte, le relazioni tra Polonia e Russia sono pessime da almeno quattro secoli. E per trovare motivi recenti di animosità, non c’ è bisogno nemmeno di risalire al patto Molotov-Ribbentrop con cui l’Urss e la Germania nazista si divisero il Paese nel 1939, o all’eccidio di Katyn, dove un anno dopo i sovietici massacrarono 20 mila polacchi. Basta infatti ricordare il disastro aereo di Smolensk, nel vicinissimo 2010. Costò la vita al presidente della Repubblica Lech Kaczynski, fratello gemello dell’attuale numero uno del Pis, a sua moglie e ad altre 94 persone. E creò risentimenti feroci, per il sospetto che si fosse trattato di un attentato ordinato da Putin. Per anni lo stesso Jaroslaw Kaczynski ha implicitamente accusato il capo del Cremlino. Quindi il politico polacco ha motivi anche personali per avere idee diverse dal suo interlocutore italiano Matteo Salvini su Putin.

Fu proprio il furore anti-russo della popolazione per il disastro di Smolensk a portare al Kaczynski superstite simpatie e voti. Secondo uno studio del 2018 del think tank slovacco Globsec, solo il 13% dei polacchi apprezza almeno in parte la politica del Cremlino. Il politologo russo Alexander Nosovich, che spesso sostiene i punti di vista di Mosca, prevede sul sito di analisi politica Ru.Baltic.ru «un riaccendersi della propaganda russofoba» del Partito di Kaczynski in occasione delle elezioni europee e poi delle presidenziali polacche del 2020. Nosovich ritiene che Varsavia voglia perseguire una politica «imperialista» per diventare il centro di una «Europa alternativa». La sua partecipazione al fronte sovranista di Salvini sarebbe da leggere anche in questa prospettiva. La contraddizione tra la «russofobia» del Pis e le simpatie putiniane del resto della compagine diventerebbe in questo caso davvero paradossale.

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LE CONTRADDIZIONI E I PARADOSSI DELL'ASSE VARSAVIA-ROMA

Uno dei maggiori studiosi della propaganda del Pis, il docente dell’Istituto di studi politici dell’Accademia polacca delle scienze Piotr Oseka, nota come i media più vicini al partito di governo abbiano salutato la visita di Salvini come la fine dell’isolamento a cui gli screzi con l’Ue e la rivalità con Mosca sembravano condannare Varsavia. «Si sottolinea come finalmente qualcuno di importante voglia parlare con noi», ha detto Oseka a Lettera43.it. «Si enfatizzano le posizioni comuni contro l’immigrazione, che in Polonia è davvero un falso problema creato dalla propaganda, e contro la burocrazia di Bruxelles». E non si dice nulla delle divergenze sulle relazioni con la Russia. L’accademico è convinto che il Pis continuerà nella sua politica di opposizione a Mosca, fondata su una partecipazione attiva alla Nato: «È un odio genuino», spiega. Aggiungendo che il cinismo e l’opportunismo politico a volte consigliano di metterlo temporaneamente da parte, o almeno di non sbandierarlo. Odio ricambiato. «Tutto ciò che può indebolire la Polonia è ben visto dal Cremlino, storicamente», fa notare Oseka. E se l’alleanza sovranista e l’asse Roma-Varsavia abbozzato dal leader della Lega finisse davvero per rafforzare la Polonia, che direbbe Putin? Paradossi pericolosi. Per questo il congenito problema di identità del fronte sovranista in gestazione riguardo ai rapporti con i russi non è cosa da poco. La coscienza che l’Europa ha di sé si è formata nei secoli come risposta al sorgere di Mosca ai suoi confini orientali, sosteneva lo storico tedesco Dieter Groh (La Russia e l’autocoscienza d’Europa, Einaudi, 1980). E in difetto di autocoscienza si rischia una vita da disadattati, vi direbbe uno psicanalista.

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