Mattone sull’inflazione

Gea Scancarello
20/10/2010

Pechino alza i tassi per raffreddare il boom immobiliare.

Mattone sull’inflazione

La mossa della banca centrale di Pechino è stata tanto imprevedibile quanto inattesa.
Il 19 ottobre, con uno scarno comunicato su Internet, le autorità monetarie cinesi hanno deciso di intervenire sul costo del denaro, aumentandolo di 25 punti base: un modo per frenare la spinta inflazionistica e raffreddare il mercato immobiliare (leggi la notizia sul nostro sito). Trattasi di una mini rivoluzione: dal dicembre 2007, tutte le manovre erano andate in senso opposto.  
Per uscire indenne, se non rafforzata, dalla crisi che ha messo in ginocchio Europa, Stati Uniti e il vicino Giappone (ufficialmente in stagnazione), la Cina aveva messo in campo nel 2008 e 2009 misure espansionistiche capaci di dilatare la quantità di moneta in circolazione e di sostenere la crescita.
Operazione riuscita, visto il + 9,5% che il prodotto interno lordo farà registrare nel 2010; ma oggi l’eccesso di valuta disponibile e l’ingresso di capitali stranieri rischiano di accelerare l’inflazione e di alimentare una bolla speculativa con conseguenze pericolose ben oltre i patri confini.

Asia a rischio

La situazione era stata fotografata dalla banca mondiale in un rapporto diffuso il 19 ottobre: «Maggiori afflussi combinati con ampia liquidità interna e fiducia crescente hanno spinto al rialzo i mercati azionari, i prezzi degli immobili e valutazioni di altre attività in alcuni Paesi, innescando timori di una nuova bolla», si legge. «Le autorità in Asia orientale devono adottare adeguate precauzioni per assicurarsi che non si ripeta lo stesso errore due volte in poco più di un decennio», con riferimento alla crisi finanziaria che colpì la regione nel 1997.
Detto, fatto. Anche se, per onor del vero, il rialzo deciso da Pechino ha dimensioni contenute, e si prefigura come il primo di una lunga serie di misure di questo tipo. «Non credo che la politica monetaria o il singolo aumento dei tassi di interesse possa moderare realmente l’inflazione», ha commentato John Lipfky, direttore del Fondo monetario internazionale, «ma sono convinto che i cinesi useranno, se necessario, una combinazione di interventi per tenere la situzione sotto controllo». (Leggi anche l’appello alla rivalutazione dello renminbi del Fmi).

Una mossa per spostare il risparmio

Nella capitale l’allarme sui prezzi è già scattato da tempo, coinvolgendo in primis le derrate alimentari; in attesa dei dati aggiornati che verranno diffusi il 22 ottobre, le autorità cercano di correre ai ripari evitando che i rincari si ripercuotano anche su altre categorie merceologiche.
Ma la stretta della politica monetaria è soprattutto necessaria per calmierare la crescita incontrollata del mattone. L’urbanizzazione sfrenata, con ripercussioni preoccupanti per l’ambiente e per gli strati sociali che ne restano ai margini, congiuntamente a bassissimi interessi sui mutui, hanno fatto sì che i cinesi convogliassero massicciamente la propria disponibilità finanziaria sul mercato immobiliare.
Il boom generatosi ricorda quello americano degli anni pre-crisi, quando le banche non avevano problemi a prestare denaro a fronte di esigue garanzie, con la sicurezza che il valore delle case sarebbe cresciuto senza fine. Il rialzo dei tassi deciso da Pechino servirà ad aumentare anche gli interessi sui prestiti, contribuendo così a spostare il risparmio privato verso altri obiettivi, come depositi e titoli di Stato.

Contrapposizioni inevitabili

Certo, all’Occidente le misure varate dalla banca centrale dolgono non poco. Intanto perché testimoniano in modo chiaro la frattura netta tra due parti del globo: da un lato gli Stati Uniti e l’Europa, in balia di una ripresa asfittica; dall’altro, il Sudmerica e l’Asia (con l’eccezione del tormentato Giappone), che hanno bisogno di frenare la bolla per eccesso di capitali e vantano una crescita vicina al 10%.
Se la Cina dovesse rallentare realmente la propria espansione, le economie d’Oltreoceano dovrebbero trovare in fretta e furia una nuova locomotiva in grado di trainare lo sviluppo, e di questi tempi non è semplicissimo; riprova ne è stata la chiusura negativa delle borse europee nella giornata dell’annuncio dell’aumento dei tassi, il 19 ottobre. (Leggi l’intervista a Innocenzo Cipolletta sulla politica finanziaria di Pechino).
Infine, la decisione si è innestata sull’aspra battaglia delle valute, su cui da mesi si discute nelle due sponde del Pacifico. America e vecchio continente stanno cercando da tempo di convincere le autorità monetarie cinesi ad apprezzare il renminbi, il cui basso valore sui mercati internazionali funge da traino, forse non del tutto necessario, alle esportazioni del colosso asiatico.
Ma il presidente Hu Jintao e soci fanno spallucce: a ogni visita oltreconfine stringono molte mani e fanno vaghe promesse, per poi dimenticarsi di tutto una volta rientrati a palazzo. E se l’economia interna verrà ora giocoforza calmierata, appare ancora più improbabile che qualcuno voglia mettere un freno al vantaggio competitivo sulle esportazioni.
«La decisione di alzare i tassi significa che la Cina non utilizzerà la rivalutazione del renminbi come arma per bloccare l’inflazione», ha spiegato Gerrard Katz, capo del settore commerciale estero alla Standard Chartered di Hong Kong, «la guerra sulla valuta procederà molto lentamente». Il rialzo del renminbi, dunque, dovrà fare il suo lungo e naturale corso, con buona pace del resto del mondo.