Il difficile equilibrio della Russia nella crisi in Medio Oriente

Stefano Grazioli
31/10/2023

Finora il Cremlino ha tenuto una cauta equidistanza tra causa palestinese e Israeliana in vista di un possibile ruolo di mediatore. Ma deve fare i conti anche con l'eterogeneità etnico-religiosa della popolazione. Il filo che legava l'indipendentismo caucasico e il radicalismo islamico ora potrebbe saldarsi al diffuso antisemitismo del Paese, come dimostra il Daghestan. L'analisi.

Il difficile equilibrio della Russia nella crisi in Medio Oriente

La guerra in Medio Oriente sta dividendo ulteriormente l’Occidente dal mondo musulmano che appoggia la causa palestinese. La linea di frattura è chiara, tra le posizioni inconciliabili di chi sostiene Netanyahu senza se e senza ma e sottolinea il diritto di Israele di difendersi a qualsiasi prezzo, anche a quello di commettere a sua volta crimini di guerra, e chi considera Hamas un’organizzazione caritativa di liberazione e il massacro del 7 ottobre un’incidente di percorso inevitabile per riportare all’ordine del giorno una questione non solo irrisolta da decenni, ma in via di forte peggioramento per i palestinesi. Chi tenta di trovare una posizione di equilibrio, persino le Nazioni Unite e il segretario Antonio Guterres, viene accusato di imparzialità.

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La partita mediorientale della Russia
Vladimir Putin con Benjamin Netanyahu al Cremlino nel marzo 2020 (Getty Images).

Il filo tra indipendentismo caucasico e radicalismo islamico ora si salda con la nuova ondata di antisemitismo

Nella prospettiva degli equilibri geopolitici della regione le posizioni sono chiare, ma alcuni attori sono attenti a non sbilanciarsi troppo per varie ragioni. Uno di questi è la Russia, che tradizionalmente ha un buon rapporto con i palestinesi, risalente alla Guerra fredda e al gioco dei due blocchi contrapposti, e allo stesso tempo con Israele, che nel corso degli ultimi tre decenni, dopo la dissoluzione dell’Urss, ha accolto quasi un milione di cittadini dell’ex Unione Sovietica di origine ebraiche. Mosca, impegnata nella guerra in Ucraina e al contempo nel duello con l’Occidente, cioè Stati Uniti ed Europa, non ha alcun interesse a rompere con Israele e allo stesso tempo non può voltare la faccia ai palestinesi. Non solo. Il Cremlino deve fare anche i conti con l’eterogeneità, etnica e religiosa dei russi, e varie province a maggioranza musulmana. Non sono un caso gli episodi di antisemitismo, cresciuti nelle ultime settimane soprattutto nelle regioni caucasiche, dove l’estremismo islamico è stato di casa per decenni, tenuto a bada anche con la forza, vedere alla voce Cecenia, ma sempre pronto ad esplodere. Il filo rosso che nel passato legava l’indipendentismo caucasico al radicalismo islamico e arrivato ora a saldarsi all’antisemitismo scoppiato con la nuova guerra tra Israele e Hamas. Con qualcuno che soffia sul fuoco. L’episodio dell’aeroporto di Makhachkala, capoluogo del Daghestan, con la caccia ai profughi in arrivo da Israele non è stato certo spontaneo, visto che è stato organizzato via social media da vari soggetti, aizzati soprattutto da video e messaggi di un canale Telegram, Morning Dagestan, fondato da un ex deputato russo, Ilya Ponomariov, da un paio d’anni fuggito da Mosca a Kyiv. Ponomariov, con buoni rapporti con l’intelligence ucraina, è legato inoltre al gruppi neonazista antiputiniani del Corpo volontario guidato da Denis Nikitin e ha già detto di non avere nulla a che fare con la vicenda, anche se la sua credibilità è pari a zero.

La partita mediorientale della Russia
L’attacco all’aeroporto di Makhachkala, capoluogo del Daghestan (Ansa).

Le ricadute del conflitto mediorientale sulla guerra in Ucraina

Il dossier mediorientale e la guerra in Ucraina non sono direttamente legati, è evidente però che il riaccendersi del conflitto nella Striscia di Gaza e i rischi di un ampliamento ad altri Paesi della regione ha alleggerito la pressione, mediatica e politica, dell’Occidente sulla Russia, con uno spostamento delle priorità che sta irritando Kyiv, al di là delle rassicurazioni di circostanza replicate tra Washington e Bruxelles. Per il Cremlino, se sul teatro mediorientale può aprirsi un ruolo di mediazione grazie anche ai rapporti diretti con Hamas che non sono stati tranciati e nonostante i tentativi di interferenze su quelli con Israele, su quello ucraino comincia quindi una nuova fase. A livello militare, con la controffensiva ucraina che in cinque mesi ha dato pochi risultati, l’arrivo dell’inverno segna un altro periodo di ulteriore stallo: i territori occupati dai russi rimarranno tali, almeno sino a che Kyiv non riuscirà davvero a raggiungere l’obiettivo della sconfitta totale russa. Il presidente ucraino continua a ripetere che Donbass e Crimea saranno reintegrati, ma il fattore tempo gioca a favore di Putin, la cui tattica non è cambiata e punta alla conquista ancora di alcuni lembi di terra nell’Est del Paese, sia per ragioni simboliche che strategiche. La Russia potrebbe chiudere anche la partita qui, ma l’Ucraina non vuole accettare la perdita di altri territori. Sul breve periodo un compromesso pare irrealistico, ma sul medio, in assenza di qualche terremoto sul fronte al momento improbabile, sarà inevitabile, spinto anche dagli Stati Uniti che per forza di cose sono stati costretti a relegare il duello con la Cina, la vera priorità di Washington, in terzo piano.