Medio Oriente in Vaticano

Redazione
08/10/2010

di Manuela Borraccino   L’assemblea speciale per il Medio Oriente che si aprirà il 10 ottobre in Vaticano con la...

Medio Oriente in Vaticano

di Manuela Borraccino
 

L’assemblea speciale per il Medio Oriente che si aprirà il 10 ottobre in Vaticano con la messa del Papa sarà il primo Sinodo in lingua araba, il primo con una maggioranza di patriarchi e di vescovi delle chiese orientali, il primo realmente “ecumenico”, perché coinvolgerà i leader delle principali comunità ecclesiali dell’area, soprattutto quelli delle Chiese ortodosse, e il primo che vedrà la presenza di un ayatollah sciita e di un imam sunnita.
Chiesto dai vescovi iracheni nel gennaio 2009 e organizzato in tempi record, meno di un anno, a segnalare l’urgenza di una situazione che si fa sempre più difficile, al summit parteciperanno 185 prelati di un’area che va dall’Egitto alla Turchia, ai quali si aggiungeranno 23 vescovi responsabili della diaspora dei cristiani mediorientali emigrati in Europa, Usa e Canada, 36 esperti e 34 uditori (fra i quali 23 laici).
E ancora, delegati delle altre confessioni cristiane, esponenti delle Conferenze episcopali continentali e di quelle maggiormente attive nell’area (Stati Uniti, Italia, Francia, Germania) e, in due giornate appositamente dedicate, in rappresentanza dell’ebraismo il rabbino David Rosen, direttore del Dipartimento per gli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee, e in nome dell’Islam l’ayatollah Seyed Mostafa Mohaghegh Ahmadabadi, docente di diritto alla Shahid Behesthti University di Teheran, e il sunnita Muhammad Al-Sammak, consigliere politico del Gran Mufti del Libano. In totale circa 300 persone.
All’ordine del giorno la situazione di minoranze cristiane lacerate e disperse, divise al loro interno dal verticismo, separate da rivalità e antiche rivendicazioni, e la cui stessa sopravvivenza è minacciata tanto dalla crescita del fondamentalismo islamico quanto dall’emigrazione, che secondo le ultime proiezioni demografiche potrebbe dimezzare prima del 2030 i circa 20 milioni di cristiani oggi presenti nella regione (dei quali 5,7 milioni di cattolici) su 356 milioni di persone.

La sindrome di accerchiamento

In Vaticano sperano che l’incontro possa infondere nuovo slancio a una Chiesa di minoranza assalita dalla “sindrome da accerchiamento” e dalla tentazione di “chiudersi in se stessa” di fronte al divieto dell’annuncio, rinunciando così all’essenza del Cristianesimo che, come recita il titolo scelto dal Papa, consiste nella “comunione e testimonianza” anche di fronte alle persecuzioni. Una situazione che, fatte salve alcune differenze, accomuna le minoranze cristiane sparse in un arco di Paesi che va dall’Algeria alla Turchia, passando per i fronti caldi di Gerusalemme, Teheran, Baghdad, Beirut.
«Se possiamo sperare in qualche risultato, per quanto non a breve termine, dobbiamo immaginare un’onda lunga che si propaga lungo tre cerchi concentrici», spiega a Lettera43 padre Samir Khalil Samir, islamologo di fama internazionale, tra gli “esperti” del Sinodo e coordinatore dell’Instrumentum Laboris,la piattaforma programmatica nel quale sono confluite le relazioni preparatorie giunte dalle Chiese del Medio Oriente.
Il primo cerchio è quello più interno: «un impegno per rafforzare la collaborazione fra i cattolici dell’area (latini, caldei, maroniti, siro-cattolici, armeni, melchiti) costituirebbe già un successo».
Il secondo livello è quello del dialogo ecumenico, in particolare con gli ortodossi che saranno presenti al Sinodo con propri rappresentanti. «Se dipendesse dai fedeli saremmo già uniti», sottolinea Samir. «Sono le rivalità e le ambizioni del clero ad aver bloccato il dialogo: il Consiglio ecumenico delle Chiese del Medio Oriente è di fatto fermo da anni».

Islam incerto tra fede e modernità

Il cerchio più esterno, quello in assoluto più problematico, riguarda il rapporto con l’Islam. «Il mondo musulmano attraversa una crisi fortissima, forse la più profonda della sua storia» rimarca padre Samir. Non c’è solo il conflitto fra sciiti e sunniti che continua a insanguinare l’Iraq, il Pakistan, e che nelle ultime settimane sta provocando un’escalation di tensione in Libano, dove il partito Hezbollah rischia di finire nel mirino dell’inchiesta del Tribunale speciale istituito dall’Onu per risalire agli assassini del premier Rafik Hariri.
«Il vero dramma del mondo islamico», spiega, «sta nel non riuscire a trovare un equilibrio fra fede e modernità. Imam e sheikh non sono all’altezza della situazione, non hanno risposte alle domande su come coniugare fede e ragione, su come vivere la fede musulmana nel XXI secolo. L’unica risposta che viene data ai fedeli è quella dell’Islam politico: meglio tornare ai valori del passato, dicono, che l’ateismo dell’Occidente».
Potrebbe apparire un problema interno alla società musulmana, ma tale atteggiamento si ripercuote anche sulla condizione dei cristiani. «Tali correnti estremiste», si legge nell’Instrumentum laboris, «sono una minaccia per tutti, cristiani, ebrei e musulmani, e noi dobbiamo affrontarle insieme».

Dialogo, manca l’interlocutore

Uno dei risultati auspicati al termine del Sinodo sarebbe proprio quello di rafforzare il dialogo con personalità rappresentative del mondo islamico sui diritti umani e la laicità dello stato, tanto nei singoli paesi quanto a livello istituzionale da parte del Vaticano. Già, ma con chi dialogare? Ci si domanda in Vaticano.
Persino il Forum islamo-cattolico, istituito nel 2008 fra il Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso e i 138 dotti musulmani firmatari del documento Una parola comune fra noi e voi sembra esser caduto nell’oblio: la riunione biennale della Commissione bilaterale, prevista ad Amman nel novembre 2010 è rimandata a data da destinarsi. Interpellati da Lettera43, due fra i teologi musulmani che erano stati fra i promotori dell’iniziativa, Aref Ali Nayed e Ibrahim Kalin, si sono trincerati dietro un «no comment».
E non hanno portato frutti nemmeno i colloqui riservati che le autorità vaticane hanno periodicamente con i diplomatici sauditi: malgrado gli spiragli aperti dal re Abdallah, come quello di istituire un’università mista e puntare alla formazione di imam moderati, il milione di immigrati cristiani residente in Arabia Saudita continua a praticare il culto in clandestinità, pena l’arresto, le torture e la deportazione.

Il Papa è per la fermezza ma le colombe…

Di fronte all’intolleranza religiosa, due orientamenti sono emersi in Vaticano e fra i vescovi. C’è chi, a cominciare da papa Benedetto XVI, è per la linea della fermezza. Si ritiene che non possano essere accettati limiti alla libertà di religione e di coscienza e che vadano denunciate le violazioni e intraprese azioni di lobbying a livello internazionale per favorire un’evoluzione politica delle società musulmane.
Ma accanto ai “falchi” c’è anche chi, soprattutto fra quanti vivono in Medio Oriente, promuove la linea del dialogo e chiede che, oltre a continuare a educare al rispetto, al pluralismo e al superamento degli interessi confessionali, si tenga conto della condizione delle minoranze e si agisca con la cautela che questo comporta.

La speranza di un nuovo movimento

Gli esiti di due settimane di incontri dipenderanno fondamentalmente dalle idee o “proposizioni” che i Patriarchi presenteranno in aula. E dal dinamismo che esse susciteranno. In Vaticano sperano che le difficoltà avvertite in tutta la regione creino un nuovo movimento. E che, laddove non è riuscita la comune fede di appartenenza, sia l’urgenza dei problemi esterni a creare alleanze inedite.
Una riunione che però potrà squarciare solo in parte il velo di omertà che grava su molte di queste comunità. «Se i vescovi potranno dire le cose come stanno? In effetti è accaduto in passato che per aver detto cose sgradite ad alcuni governi, certi pastori abbiano subito conseguenze pesanti», ha ammesso stamane l’arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei vescovi, rispondendo durante una conferenza stampa in Vaticano alla domanda di un cronista libanese che chiedeva se i Patriarchi supereranno le paure di ritorsioni.
«Non mancherà occasione, per quelli che vorranno parlare in modo riservato, di incontrare le autorità vaticane. E se non vorranno lasciare documenti scritti, potranno farlo» ha assicurato. Ma già si sa che alcuni dei presuli presenti dovranno restare all’erta visto che al ritorno in patria, a cominciare da Paesi come la Siria e dall’Iran ma non solo, li aspetta un colloquio con i servizi segreti. Interessati, più che a sapere che cosa hanno riferito loro, a cosa hanno detto gli altri.