Meles, il negus degli Usa

Barbara Ciolli
21/08/2012

Morto il premier etiope Zenawi, baluardo anti terrorismo.

Meles, il negus degli Usa

Era considerato il braccio destro degli Usa nella lotta ad al Qaeda nel Corno d’Africa. L’uomo che, durante gli oltre 20 anni al potere in Etiopia, aveva portato stabilità e sviluppo nel Paese. Anche se per farlo aveva trasformato la nazione in un feudo, eliminando una dopo l’altra le voci d’opposizione.
Meles Zenawi, “sovrano” di Addis Abeba, è morto a 57 anni nella notte tra il 20 e il 21 agosto, dopo due mesi di ricovero per una misteriosa malattia, lasciando in Etiopia un pericoloso vuoto politico.
Il decesso è arrivato proprio nel momento in cui, dopo decenni di anarchia, la vicina Somalia, cinghia di trasmissione di instabilità, si è data le prime regole istituzionali, approvando una costituzione provvisoria e costituendo un parlamento.
BAVAGLIO AI DISSIDENTI. Nonostante le ripetute violazioni dei diritti umani, Meles – dal 1991 al 1995 capo di Stato e dal 1995 al 2012 primo ministro dell’Etiopia – aveva impostato una politica nazionale sul federalismo,  riuscendo così a contenere le tensioni etniche esplose nel Paese dopo la caduta, nel 1991, del regime militare di Menghistu Hailè Mariam.

L’uomo degli Usa nel Corno d’Africa

Allora, a guidare la coalizione di forze ribelli del Fronte popolare rivoluzionario (Frdpe), che si rivoltò contro il negus rosso, c’era proprio Meles. E dopo i primi anni a capo del Paese come numero uno dell’Frdpe, il  suo ruolo è diventato centrale con la guerra degli Stati Uniti a Osama bin Laden.
È soprattutto in terra etiope, infatti, che stazionano i droni americani, diretti verso gli obiettivi in Somalia e in Yemen. In cambio di questa disponibilità territoriale, negli anni, il governo di Addis Abeba ha ricevuto centinaia di milioni di dollari di aiuti da Washington.
Da parte sua, la Casa Bianca ha chiuso più di un occhio sulla cappa di censura e sul rigido controllo esercitato da Meles verso giornalisti, dissidenti e associazioni sui diritti umani etiopi e stranieri.
I BROGLI DEL 2005. Per la sua rielezione nel 2005, quando l’opposizione sembrava prendere il sopravvento, il primo ministro di Addis Abeba dichiarò lo stato d’emergenza, vietando gli assembramenti e blindando il Paese. Le forze di sicurezza furono schierate a tappeto e oltre 200 persone furono uccise per ordine di Meles. Altre centinaia arrestate.
Ma, nonostante le accuse di aver truccato i conti, il premier riuscì a essere riconfermato nella sua carica. Poi, nel 2009, stravinse di nuovo alle ultime consultazioni, ottenendo (ufficialmente) il 99% dei voti.

Ragazzo prodigio poi leader del dissenso al ‘terrore rosso’

Nato e cresciuto nella città settentrionale di Adua insieme a 13 fratelli, Meles si trasferì da adolescente nella capitale, con un curriculum da ragazzino-prodigio, dopo aver vinto una borsa di studio per aver completato in cinque anni gli otto anni d’istruzione elementare.
Successivamente, il futuro capo di Stato etiope avrebbe completato la sua formazione in scuole europee, iniziando a militare in movimenti studenteschi.
Un attivismo che, Meles, avrebbe proseguito in patria durante gli anni della dittatura comunista di Mengistu.
IN GUERRA CON L’ERITREA. Dopo aver combattuto contro il “terrore rosso” insieme con il Fronte popolare di liberazione eritreo, nel 1998 il numero uno politico ruppe l’alleanza con Asmara, rendendosi corresponsabile di un conflitto, quello al confine tra l’Etiopia e la nuova Eritrea indipendente, che in due anni provocò oltre 100 mila vittime.
Questa macchia, tuttavia, non gli  impedì di conquistarsi presto il sostegno (interessato) dell’Occidente. Grazie al fiume di bigliettoni verdi, negli ultimi anni l’Etiopia ha combattuto gli islamisti e attratto investitori stranieri, non ultima la Cina, tenendo a bada la siccità e le carestie che da sempre affliggono i vicini di casa.
STABILITÀ A RISCHIO. Con la morte improvvisa del pupillo di Washington – spentosi, sembra, per una complicazione da infezione in una clinica belga – la stabilità etiope torna a essere a rischio.
Di certo, per gli Usa, la scomparsa dell’inamovibile premier, che contava di guidare il Paese anche dopo le elezioni del 2015, è stata un fulmine a ciel sereno.
Formalmente, le sue funzioni sono state assunte dal vice Hailemariam Desalegn. Ma il futuro del Paese è un’incognita. «L’Etiopia collasserà, la morte di Meles è una giornata storica», hanno dichiarato, in festa, gli islamisti somali di al Shabaa. Una ferale previsione.