Meloni e la strategia di colpire nemici immaginari per restare underdog

Ferragni, Gruber sul patriarcato, Saviano, i giudici come Apostolico: che bisogno ha la premier di prendersela con bersagli piccoli rispetto alla sua sproporzionata posizione? Perché teme di essere snaturata dal potere, di diventare mainstream, di farsi establishment. Lo scontro perenne coi rivali nasconde un’altra guerra: quella tra la Giorgia che fu di lotta e la Giorgia di governo.

Meloni e la strategia di colpire nemici immaginari per restare underdog

Certo, la ricerca continua, l’individuazione e l’attacco al nemico esterno, che spesso assume le sembianze del facile capro espiatorio, è un meccanismo ormai classico della propaganda politica. Soprattutto in regimi di una certa natura. Un espediente che risulta ancor più facile ed efficace nell’era delle tifoserie digitali che animano i social. Gli oppositori vengono di solito collocati su un campo di battaglia esistenziale e valoriale più che banalmente politico, proprio per accrescerne il peso rispetto alla realtà e per giustificare così un’offensiva retorica che altrimenti apparirebbe del tutto sproporzionata e senza senso, vista l’asimmetria di ruoli e prerogative. In altre parole: se sparo con un bazooka contro una zanzara, faccio la figura del cretino. Se trasformo la zanzara in un drago, poi posso fare la figura dell’eroe.

Così si parla meno dei problemi della manovra di bilancio

Ecco, il mondo di Giorgia Meloni è pieno di draghi (oltre Draghi, scusate la celia) sputa-fuoco da combattere e perseguire in tutto il globo terracqueo. Quando i nemici sono veri, le minacce della premier restano per lo più a vuoto: vedi gli scafisti. Quando sono immaginari, lo scopo è additarli alla pubblica riprovazione, intimidirli, compattare le proprie truppe e distrarre dai veri problemi sul tappeto. Il caso Ferragni e tutto l’hype a corredo è di scuola. La premier si fa influencer contro l’influencer presunta avversaria, la mette in difficoltà e sancisce il trionfo della politica della rappresentazione, ormai nettamente predominante su quella della rappresentanza (malgrado Meloni abbia salda quest’ultima radice nella sua biografia politica). In questo modo è tutto un Giorgia vs Chiara: così si parla meno dei problemi della manovra di bilancio, passa quasi sotto silenzio una norma che limiterà presto la possibilità della stampa di raccontare i dettagli di cronaca di un qualunque arresto, almeno per quanto riguarda le ordinanze di custodia cautelare, o il fatto che addirittura partecipiamo a una missione navale di guerra nel Mar Rosso (e il parlamento?).

Meloni dà in pasto Ferragni ai suoi elettori-follower e la sinistra cade nel trabocchetto
Giorgia Meloni e Chiara Ferragni.

Bordate persino al predecessore Draghi e a Gentiloni

Eppure chi è a Palazzo Chigi avrebbe tutte le armi in mano per combattere le proprie battaglie da una posizione di superiorità o comunque di “potere tranquillo”. Allora perché scavare ogni giorno una trincea e mettersi l’elmetto? Passi per gli attacchi alle controparti politiche, Elly Schlein e Giuseppe Conte in testa, ma cosa ci guadagna Meloni a randellare Roberto Saviano su legalità e migranti o la trasmissione Otto e mezzo sui temi del patriarcato? Così come in molti sono rimasti di sasso quando, in aula, la presidente del Consiglio ha scagliato una stilettata addirittura contro il suo predecessore, Mario Draghi, rispetto ai temi della politica estera e delle presunte photo opportunity, salvo poi correggere il tiro con maldestra e surreale precisazione. E che dire delle bastonature al commissario italiano Ue Paolo Gentiloni, accusato di non difendere abbastanza gli interessi della Patria?

I guai del Pnrr di Meloni sono bandi deserti, progetti in ritardo e inflazione
Mario Draghi e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Contro i “divanisti” del Reddito e le fantomatiche procure rosse

Nella sostanza delle azioni politiche rientrano le misure di ridimensionamento delle prerogative degli organi di controllo che sono percepiti d’ostacolo al governo, vedi Corte dei conti o Anac. Ma qui è la forma degli attacchi politici e comunicativi che colpisce. La lista nera è sempre più lunga: le Ong e il presidente francese Emmanuel Macron, le stilettate a magistrati come Iolanda Apostolico e ai presunti “divanisti” orbati ormai del Reddito di cittadinanza. E poi le fantomatiche procure rosse, il mondo dello spettacolo e della musica schiavo del pensiero di sinistra o la stampa faziosa e malevola (vedi le inchieste di Report). Guerre che non cambiano lo stato della realtà, che non toccano mai certe lobby cui bisogna invece lisciare il pelo. E che servono soltanto alle ragioni della politica della rappresentazione.

Migranti, Meloni e Macron a colloquio dopo il funerale di Napolitano
Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

Terrore dell’influenza nefasta dell’anello, secondo la metafora tolkieniana

È la legge dei social, la ricerca del consenso facile, si dirà. Ma c’è un motivo più profondo che guida Meloni a scagliarsi contro i mulini a vento: il terrore dell’influenza nefasta dell’anello, secondo la metafora tolkieniana che nuovamente la premier ha evocato nel discorso di chiusura ad Atreju. La paura che il potere possa snaturarla o farla apparire quale figura normalizzata, “digerita”, assimilata e resa inoffensiva da quei poteri che per una vita ha attaccato e criticato. Il rischio di passare dallo stato di underdog, in cui si crogiola, a quello di superfavorita a tavolino, di diventare mainstream, di farsi establishment, proprio come accaduto a qualcuno dei suoi illustri predecessori, vedi il rignanese d’Arabia. Ecco perché la Giorgia di lotta fa spesso capolino e non lascia del tutto il posto alla Meloni di governo. È l’ossessione di mostrarsi sempre uguale a se stessa, anche se governare è un’esperienza che ineluttabilmente cambia e ti cambia per sempre. Allora lo scontro perenne tra Giorgia e i suoi nemici nasconde in realtà un’altra guerra: quella tra la Giorgia che fu e la Giorgia che è e sarà.