Non è Aquisgrana la soluzione al mal d’Europa

22 Gennaio 2019 15.42
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Se ci sei, batti un colpo. E Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno scelto Aquisgrana, terra di Carlo Magno, per battere il loro. Lo hanno fatto aggiornando il vecchio patto bilaterale firmato esattamente 56 anni fa, il 22 gennaio, a Parigi da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer, e concluso allora da un grande abbraccio fra i capi delle due nazioni. Era il Trattato dell’Eliseo, che suggellava il tandem franco-tedesco al cuore della costruzione europea, tandem che aveva di fatto operato fin dall’inizio, con la Ceca del 1950-51. Ma erano altri tempi, altri leader, altre visioni, un’altra Europa. I due Paesi chiudevano quasi un secolo di odi e tre guerre, due di queste terribili: 1870, 1914, 1940. Oggi il rischio è che questo rilancio serva a poco di positivo, innervosisca i partner e riproponga invece una visione troppo bilaterale proprio mentre si invoca quella multilaterale, a 28 se si può o a ranghi ridotti. Gli altri seguiranno, se non si può fare altro. Ben più che Aquisgrana 2019 e l’asse Parigi-Berlino, saranno le elezioni europee di maggio 2019 a decidere dove e come andrà l’Ue.

IL SIMBOLISMO VUOLE LA SUA PARTE

È il momento di ricordarsi il Lev Tolstoj di Guerra e Pace , terzo e quarto volume soprattutto, per capire attorno alla descrizione di Mosca catturata dai francesi (1812) che, in certi passaggi corali della Storia, non sono più i leader a fare la differenza, ma è l’istinto degli eserciti. O degli elettori. Il simbolismo della data e della sede, la Aquisgrana di Carlo Magno, è tutto voluto ovviamente. Carlo Magno è giustamente considerato il fondatore dell’Europa moderna e riunificata in un sogno post-romano perché questo voleva lui e volevano i Papi che lo appoggiavano, Leone III soprattutto. Un sogno che si sfaldò presto, morto l’imperatore. E richiese 1.100 anni per risorgere. L’Europa fu creata, ma non quella politica, in un continente che doveva raggiungere dopo la Prima guerra mondiale il massimo della frammentazione di entità sovrane. E difatti nasceva allora per contrasto la moderna spinta europeista.

Aver cercato di rilanciare il Trattato dell’Eliseo, una icona che viene estratta ogni tanto come il sangue di San Gennaro, è dovuto molto più alle debolezze politiche attuali di Merkel e Macron che a una strategia. Con Aquisgrana confermano la loro presenza sulla scena, ammaccati ma ancora lì, una in calo e in uscita, l’altro non ancora in sella 20 mesi dopo le Presidenziali del 2017. Una serie di impegni economici, diplomatici, persino militari sono stati rilanciati, simulacri bilaterali che possono e potrebbero trovare muscolo solo su un fronte multilaterale europeo, sia pure su iniziativa franco-tedesca: non è troppo questione di proponenti, purché il risultato sia utile e condiviso. L’arrivo dell’oste, e quindi i veri conti, saranno con il voto di maggio. Risultati di un certo tipo decreterebbero la vacuità delle cerimonie di Aquisgrana. Risultati di un altro tipo, se Parigi e Berlino saranno lungimiranti, ne farebbero un tavolo da allargare a tutti i partner, o a quanti fra questi lo desiderano.

UN ARGINE ALL'ONDA SOVRANISTA

La risposta centrale che ci si attende a maggio è la seguente: l’onda sovranista è travolgente o no? Che ci sia e sia ancora in ascesa, come certamente decreterà il voto, è chiaro. Ma quanto in ascesa? Circolano a Bruxelles, in ambienti Ue, analisi riservate sulla possibile ripartizione dei seggi. Danno un quadro meno ottimistico di quello dei sondaggi ad aggiornamento continuo di Politico. Ma non pessimo, per chi ancora vuole l’Europa. Popolari e socialisti perderebbero circa 120 seggi sui 400 attuali; i 68 liberaldemocratici di Alde guadagnerebbero qualcosa; ci sarebbero poi una ventina, forse 17, francesi di En Marche, e la maggioranza assicurata dai Verdi. Dei 230 voti circa dell’opposizione, al massimo due terzi sarebbero di sicura fede sovranista, dove l’unico exploit con il raddoppio dei seggi (da 37 a 80-82) è attribuito a Enf, il gruppo dei lepenisti e dei leghisti italiani. Insomma, gli anti-Ue sarebbero ben più numerosi, e soprattutto rumorosi, ma insufficienti. Se va così, se ne parlerà al prossimo giro, nel 2024.

Da osservare poi che tre fatti dimostrano come i sovranisti, che pure dettano oggi i termini del dibattito europeo, non stiano costruendo esattamente sulla roccia. Primo, Matteo Salvini e Marine Le Pen hanno dovuto mettere in sordina gli attacchi all’euro perché fra chi li vota o potrebbe votarli è ben presente una fascia che preferisce la moneta unica al franco o alla lira. E quello di un sovranismo filo-euro è cocktail ben strano. Secondo, i sovranisti fanno la loro battaglia affidandosi agli equilibri di una istituzione che è per vari aspetti il vertice democratico della Ue, e cioè l’europarlamento, e risulta quindi difficile accusare questa Europa di autoritarismo e negazione delle libertà e avere le proprie libertà garantite da essa stessa. Terzo, sarebbe più logico vincere un voto in patria, invocare l’articolo 50 e andarsene. Ma qui c’è l’esperienza britannica: lo hanno fatto e non sanno come uscirne. Questi sono i temi sui quali alla fine gli elettori misureranno i loro istinti, come su altro fecero, secondo Tolstoj, le truppe di Napoleone e quelle di Kutuzov dopo la battaglia di Borodino e l’incendio di Mosca. Aquisgrana non serve, e certamente non basta.

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