Merkel e Trump: due leader in collisione

Giovanna Faggionato
25/03/2018

Germania e Stati Uniti sono due mondi opposti. Su partite correnti e soprattutto sul debito. Intanto la scadenza per i dazi è stata spostata al primo maggio. E per l'Unione europea è come una pistola alla tempia. 

Merkel e Trump: due leader in collisione

Trentotto giorni di tempo per negoziare. La decisione di Donald Trump di escludere l'Unione europea dai dazi sull'acciaio e l'alluminio è una buona notizia solo fino a un certo punto. Conferma, infatti, quello che si può definire la strategia del revolver: l'amministrazione statunitense ha prima escluso dalle tariffe Canada e Messico, Paesi con i quali aveva in corso trattative per la revisione dell'accordo di libero scambio del Nord America, per poter condizionare i negoziati (come ha spiegato Lettera43.it). E ora ha proposto a loro, agli Stati Ue, all'Argentina e il Brasile e alla Corea del Sud un'esenzione solo fino al primo maggio. La volontà del presidente Usa, è stata l'efficace sintesi del primo ministro belga Charles Michel, è di «negoziare con l'Ue mettendole una pistola alla tempia».

UNA RISPOSTA DIRETTA A TRUMP. La commissaria Cecilia Malmstrom ha rifiutato il metodo dalla base: «Queste discussioni tra alleati e partner non devono essere soggette a scadenze artificiali». Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha aggiunto che rispettare la scadenza «è impossibile». Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che per lottare contro la sovracapacità produttiva il modo giusto non è colpire i Paesi amici ma evitare le politiche di dumping dei Paesi d'origine, senza mai nominare il grande convitato di pietra cinese, e chiaramente l'Unione europea è disponibile a cooperare sulle politiche commerciali di Pechino. Ma in questo coro compatto, la reazione che si è distinta è quella della sola grande nazione europea additata da Wilbur Ross come fonte di problemi per gli Usa: la Germania di Angela Merkel e il suo surplus commerciale – 64 miliardi di euro nel 2017 – nei confronti degli Stati Uniti.

A chi le chiedeva di commentare l'iniziativa di Trump, in piedi nel suo tailleur verde accanto a Macron, nella ormai abituale conferenza congiunta di fine summit, la cancelliera tedesca è sembrata quasi discolparsi, cercare di togliere dal tavolo l'argomento che gli Usa vorrebbero usare contro di lei e con parole mai così nette: «Abbiamo cambiato paradigma», ha dichiarato, «non puntiamo più a sviluppare il nostro export ma i consumi interni».

DUE UNIVERSI ECONOMICI OPPOSTI. Raramente la cancelliera aveva dato un'indicazione programmatica così precisa. Dopo aver brevemente ricordato che l'Unione europea agisce rigorosamente nel quadro delle regole dell'Organizzazione mondiale del commercio, dopo essersi ancora una volta di fatto presentata come difensore del commercio libero (se non del mondo), Frau Merkel ha iniziato a spiegare che con la nuova coalizione la priorità sono gli «investimenti interni» e che se la domanda e il consumo interno crescono potrebbero beneficiarne anche altri Paesi. Un messaggio a Trump, ma anche agli altri partner dell'Eurozona a partire dal presidente della République al suo fianco. Da anni Berlino, con le sue industrie fondate su catene di valore che partono dalla Cina e dall'Europa orientale, è sul banco degli imputati per politiche macroeconomiche totalmente sui generis: enormi surplus di bilancio – nel 2016 ammontavano a 23,7 miliardi di euro – tassi di investimento pubblici bassi e una propensione al risparmio privato che è frutto di una cultura della disciplina di bilancio diametralmente opposta a quella del consumo e dell'indebitamento made in Usa.

GLI INVESTIMENTI IN CRESCITA. Il surplus commerciale tedesco è il frutto delle importazioni dei partner europei e soprattutto degli Stati Uniti d'America. Non essendoci trasferimenti interni, il meccanismo e il modello tutto export-oriented di Berlino combinato a salari troppo bassi rispetto alla produttività ha contribuito ad allargare gli squilibri all'interno dell'Eurozona e a deprimere la domanda contribuendo alla deflazione o alla bassa inflazione. E mentre il Fondo monetario non riesce nemmeno a spiegarsi perchè i cicli dell'economia tedesca sono più "piatti" del previsto, la Commissione europea ha aperto ormai da novembre 2013 una indagine sugli squilibri eccessivi e la bilancia commerciale tedeschi, che pure non prevede sanzioni. Il risultato è che i dirigenti tedeschi hanno iniziato molto cautamente di invertire rotta, la quota di export assorbita dai partner europei è leggermente scesa, e solo dal 2016 al 2017 il tasso di investimento pubblico è cresciuto del 10%.

Eppure, ancora nel 2017, la Germania è stato il Paese con il più ampio surplus della bilancia commerciale a livello globale, cioè lo Stato con il maggiore divario tra la quantità di beni e servizi che vende al mondo e gli investimenti che offre e ciò che compra e i flussi di denaro che attira. Non si tratta semplicemente della religione del pareggio di bilancio, predicata da Wolfgang Schaeuble e abbracciata anche dal suo successo socialdemocratico Olaf Scholz. Anche se una parte dell'élite pubblica si sta lentamente muovendo, per un cambiamento culturale ampio serve tempo.

GLI STATI UNITI FONDATI SUL DEBITO. E però se i partner Ue hanno qualcosa da rimproverare alla Germania, il discorso è completamente diverso per gli Stati Uniti. Il presidente Usa, adottando un approccio mercantilista e con un protezionismo che viola le norme dello stesso commercio globale che per cinquant'anni è stato a loro servizio, ha accusato Berlino di pratiche scorrette, esigendo non si capisce su quali basi che i tedeschi riducano il loro surplus nei confronti degli States. E il paradosso è che gli Stati Uniti sono l'universo culturale opposto della Germania: per gli americani la spesa è il motore della ricchezza, anche se è una spesa che chi apre il portafoglio non potrebbe sostenere. L'università, la casa, vite intere pagate e costruite sul debito sono il frutto di questa concezione, dove l'azzardo morale ripudiato dai tedeschi è eretto a principio fondante della struttura economica.

«SIETE VOI A DOVER RIDURRE I CONSUMI». Ecco perché quando Trump ha annunciato i dazi, l'economista della Humboldt University Marcel Fratzscher, direttore dell'istituto per la ricerca economica Diw di Berlino, ha subito sostenuto che se vogliono ridurre il loro deficit commerciale gli Stati Uniti devono impararare a consumare meno. Un dialogo tra chi non si può sentire, due mondi distantissimi. In mezzo però ci sono altri 27 Paesi, il dumping cinese che sarebbe un nemico comune, come hanno cercato di ribadire tutti i leader Ue. E soprattutto 38 giorni con una pistola alla testa che chissà dove condurranno le relazioni transatlantiche.