La bocciatura tragicomica del Mes, le due facce della Lega e il ritorno dei No euro

David Allegranti
22/12/2023

PIGIAMA PALAZZI. Il no alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità ci ricorda che in parlamento siedono ancora economisti euroscettici, gli stessi che oggi cantano vittoria. Il doppio binario del partito di Salvini, in cui possono convivere Giorgetti e Bagnai, continuerà almeno fino alle Europee. E spingerà Meloni ad abbandonare l'aplomb istituzionale.

La bocciatura tragicomica del Mes, le due facce della Lega e il ritorno dei No euro

La Lega è l’ultimo partito leninista rimasto in Italia. C’è un capo e non si contesta, non gli si fanno le interviste contro, non si lanciano proclami via social, non si costituiscono strutture di potere parallele. Avere una leadership riconosciuta non significa tuttavia che i mitologici governatori del Nord non abbiano una loro idea del mondo, non significa neanche che condividano tutto quello che il Capitano (benché ormai siano solo i suoi amici dell’internazionale sovranista a chiamarlo così) fa o disfa. Sono tuttavia due le leghe: una di lotta, l’altra di governo. Ciclicamente prevale ora l’una, ora l’altra. Dipende anche dai momenti storici; in questo caso, con una minoranza frammentata e ancora alla ricerca di una leadership prevalente (caro Pd: occhio a Beppe Conte), è Matteo Salvini a fare opposizione al governo, dunque a se stesso. C’è insomma una Lega che la mattina si sveglia europeista, è quella del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti; e ce n’è un’altra che la sera, prima di andare a letto, rivendica le pulsioni euroscettiche, ed è quella di Alberto Bagnai, deputato nonché principe dei no Mes.

La bocciatura tragicomica del Mes, le due facce della Lega e il ritorno dei No euro
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La vicenda tragicomica della bocciatura del Mes e il ritorno degli economisti No euro

La vicenda tragicomica attorno al trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità, la cui ratifica è stata bocciata giovedì in parlamento all’indomani dell’accordo sul Patto di Stabilità – all’insegna dunque dello strabismo politico-istituzionale – ci ricorda che in parlamento siedono ancora, soprattutto fra i leghisti, gli economisti no euro. Quelli che oggi possono rivendicare una vittoria politica. Quelli che andavano fortissimo nei dipartimenti economici della Lega nelle annate 2018-2019, prima che Denis Verdini e Marcello Pera consigliassero a Salvini di darci un taglio con il rozzo anti europeismo per virare verso un sovranismo adulto e, per quanto possibile, responsabile (o almeno responsabilizzato). Quelli che giovedì esultavano per il no della Camera al Mes, giunto dopo una mattinata surreale, durante la quale il presidente della V commissione Bilancio, Giuseppe Mangialavori, dava parere contrario perché, in caso di ratifica del Mes, il parlamento sarebbe stato poco coinvolto. Una motivazione sufficientemente pittoresca che ha lasciato spazio a molte domande, compresa quella del professor Stefano Ceccanti: «Il governo che mette costantemente la fiducia su moltissime norme di microlegislazione si rimette invece al parlamento su un delicato trattato che coinvolge Paesi Ue: pensa forse di non doverne rendere conto?».

La bocciatura tragicomica del Mes, le due facce della Lega e il ritorno dei No euro
Alberto Bagnai della Lega (Imagoeconomica).

Le due facce della Lega in cui possono convivere un Giorgetti e un Bagnai

Il doppio binario leghista durerà fino alle elezioni europee, anzi, di più: la chiave di lettura della campagna elettorale di Salvini starà proprio nel crescendo di emozioni sovraniste e probabilmente le contraddizioni in seno alla maggioranza aumenteranno, ma saranno ampiamente digerite. Giorgia Meloni, accusata di collaborazionismo con i No Mes, potrà sempre rivendicare di aver lasciato spazio al parlamento sovrano (d’altronde l’arte di mandarla in vacca è politicamente sofisticata). La Lega ancipite si può invece permettere di avere Giorgetti che raddrizza le gambe al Superbonus contro le volontà di Forza Italia che ne chiede la proroga, rivendicando quindi una posizione rispettabile e annullando il provvedimento voluto da Conte quando era presidente del Consiglio; ma si può anche permettere di impallinare il Mes a colpi di dichiarazioni dinamitarde del Bagnai, che in Aula ha spiegato – con parole sue – quanto abbia fatto male il Mes alla Grecia: «Voglio ricordare che il tasso di disoccupazione è ancora a due cifre, ma voglio ricordare anche un altro dato importante: nel 2007, la popolazione della Grecia era di 11,1 milioni di abitanti e, adesso, è scesa a 10,3. I greci, quelli che sono nati, naturalmente, escludendo dal computo quelli che, a seguito di questi salvataggi, non sono neanche nati, se ne stanno andando. Il salvataggio ha portato la Grecia, dal terzultimo, all’ultimo posto nella classifica del reddito pro capite dei Paesi dell’Eurozona».

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Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la premier Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Con un alleato-avversario come il Carroccio Meloni non si può permettere l’aplomb da premier

Con questa Lega ancipite, si capisce bene, Meloni non si può permettere più il ruolo e l’aplomb del presidente del Consiglio che ha avuto finora. Anche se, certo, non può mica berciare come Conte, ormai in preda a se stesso. Al punto tale che persino Fabio Rampelli, che presiedeva la seduta sul Mes, l’ha dovuto richiamare all’ordine: «Se fosse possibile evitare questi ululati, visto che siamo in un’Aula parlamentare e non in un mercato…». Davvero un mondo alla rovescia, vannaccianamente parlando.