L’assist di Di Maio a Conte sul Mes fa tornare il M5s alle origini anti establishment europeo

Andrea Muratore
18/12/2023

La sponda di Luigi offre un favore inaspettato all'ex premier. Che ha capito che per attaccare Meloni è più efficace la partita sul Meccanismo di stabilità rispetto a salario minimo, reddito e Superbonus. I cinque stelle da qui alle elezioni del 2024 faranno le barricate contro la tecnocrazia Ue. Così come la Lega. Un revival dell'era gialloverde.

L’assist di Di Maio a Conte sul Mes fa tornare il M5s alle origini anti establishment europeo

Tra Giuseppe Conte e Giorgia Meloni è scontro aperto sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes). E dopo il ritorno televisivo di Luigi Di Maio, che a Piazzapulita da Corrado Formigli ha espresso la sua versione dei fatti, in casa pentastellata la sensazione è che l’ex ministro degli Esteri e leader del partito abbia fornito un assist al capo attuale, Conte. Un favore insperato: così viene letto l’intervento di Di Maio dentro il Movimento 5 stelle che ha contribuito a portare al governo e poi, nel 2022, ha abbandonato da scissionista in nomine Draghi. La realtà dei fatti è che la partita sul Mes, più di quella sul salario minimo, il reddito di cittadinanza e il Superbonus, offre a Conte e al Movimento l’occasione per quello che molti definiscono «ritorno alle origini». Ossia una critica forte alla tecnocrazia europea.

Il Conte II, in piena pandemia, negoziò il via libera al Mes

C’è un dato di fatto tutto sommato scontato: non serve ricorrere alle dietrologie, come ha fatto Meloni, o prendere posizione pubblicamente per smentire la premier, come ha fatto Di Maio, per ricordare quel che successe tra il 2020 e il 2021. Il governo Conte II, in piena pandemia, negoziò il via libera alla riforma del Mes, aprendo un dibattito interno sulla necessità o meno di accogliere l’uso della linea “sanitaria” su cui Partito democratico e Italia viva spingevano e il M5s ha fatto muro. «La vera notizia è il ritorno dei fax sulla scena pubblica», ha scritto acutamente Marco Iasevoli su Avvenire in riferimento al foglio sventolato dalla premier in Aula.

Giorgia Meloni in Senato
Giorgia Meloni in Senato con il fax del Mes tra le mani (Imagoeconomica).

«Mentre in qualche angolo del mondo si fantastica di sostituire i decisori pubblici con l’intelligenza artificiale, in una fase storica in cui un gruppo parlamentare decide la linea politica via WhatsApp, il vecchio caro fax è chiamato in ballo per dirimere una diatriba tutto sommato inutile: sia perché il sì del governo Conte II al Mes riformato è stranoto, sia perché ciò non toglie o aggiunge nulla al fatto che a breve la maggioranza che sostiene Giorgia Meloni dovrà decidere se ratificare o meno il Trattato». E su questo fronte, alla luce dell’affondo di Di Maio su Meloni, Conte e i pentastellati costruiscono la linea del Piave.

L’impegno solenne dei cinque stelle di non volerlo mai attivare

Conte, ragionano i cinque stelle di punta, da ex premier e figura oggi all’opposizione ha la possibilità di passare all’incasso su una linea oggettiva: aver negoziato la riforma del Mes e aver avviato la procedura per la sua ratifica con l’impegno solenne di non volerlo mai attivare. Qualcosa che, secondo i grillini, non possono dire né i governi dell’era Draghi, che mise all’ordine del giorno la ratifica senza mai calendarizzarla, né l’attuale maggioranza del centrodestra. La sensazione, in quest’ottica, è che il frettoloso tentativo di Meloni di ricucire con Mario Draghi dopo lo strappo e la frecciata per la foto scattata con Olaf Scholz ed Emmanuel Macron durante viaggio a Kyiv dell’ex premier abbia fornito a Conte l’assist involontario per alzare il livello delle critiche.

I guai del Pnrr di Meloni sono bandi deserti, progetti in ritardo e inflazione
Giorgia Meloni e, alle sue spalle, una foto di Mario Draghi (Imagoeconomica).

Meloni punta a concessioni sul fronte del Patto di stabilità

Il battage politico sarà tutto sulle vecchie promesse di Meloni sulla ratifica del Mes vista come svendita del Paese. Conte, in un videomessaggio del 14 novembre apparso su Threads e X, ha denunciato proprio il fatto che Meloni starebbe scegliendo la strada della ratifica, senza comunicarla, per compiacere l’élite di Bruxelles. Effettivamente il passaggio della ratifica sarà una patata bollente per capire se Roma potrà spuntare concessioni sul fronte del Patto di stabilità e Meloni consolidare la sua reputazione per poter negoziare tra i leader di punta il futuro della Commissione europea.

Anche la Lega di Salvini è tornata sulle barricate

In casa pentastellata si pensa a un ritorno al passato anche nella consapevolezza che la Lega, in caso di calendarizzazione della ratifica, alzerà le barricate, aprendo un fronte interno con Meloni. E mettendo in moto una sorta di secondo ritorno al passato, dopo quello “movimentista” dei pentastellati: un “cordone sanitario” attorno a Meloni i cui protagonisti potrebbero essere, ognuno per conto loro, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il primo nelle vesti di aspirante leader dell’opposizione. Il secondo in quella di giovanissimo “grande ex” pronto a raccontare le sue scomode verità. Il terzo in virtù della tendenza a fare da opposizione a qualsiasi governo sostenga o di cui faccia parte ma anche delle diverse strategie con cui Lega e Fdi si approcceranno all’Europa post-elezioni del 2024, con il Carroccio tornato sulle barricate.

L’assist di Di Maio a Conte sul Mes fa tornare il M5s alle origini anti establishment europeo
Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini ai tempi del governo gialloverde (Imagoeconomica).

Un revival dell’era gialloverde, nel silenzio di Pd e Forza Italia

Per la Lega il Mes è un non plus ultra invalicabile. Un revival dell’era gialloverde che riporta al 2018 e fa risaltare il silenzio di partiti come Pd e Forza Italia. Il Movimento 5 stelle, assieme alla Lega, è l’unico partito che può capitalizzare elettoralmente la questione Mes. E vedere Conte non sconfessato dal suo fu ministro degli Esteri diventato poi suo critico incentiverà il Movimento a riesumare il cavallo di battaglia della critica all’establishment europeo. Che non passa mai di moda e, soprattutto, non cessa di essere considerato un’arma elettorale. Qualcosa questo, della percezione italiana delle istituzioni europee, vorrà pur dire.