Metodo Boccassini

Redazione
27/01/2011

Procura e Associazione nazionale magistrati contro il Giornale. E lo scontro tra la giustizia e il presidente del Consiglio (leggi articolo)...

Metodo Boccassini

Procura e Associazione nazionale magistrati contro il
Giornale. E lo scontro tra la giustizia e il presidente del
Consiglio
 (leggi articolo) si trasferisce
definitivamente sul terreno mediatico.
La polemica scaturisce dall’attacco, in prima pagina, del
quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, ma di proprietà di
Paolo Berlusconi, contro il pubblico ministero Ilda Boccassini.
Cioè il magistrato che sta indagando sulle
notti calde ad Arcore
che hanno portato a ipotizzare i reati
di concussione e prostituzione minorile per Silvio Berlusconi.

Gli «amori privati» e gli sguardi di Ilda la rossa

 «Amori privati della Boccassini», titola il
Giornale. All’interno, poi, un pezzo a firma Anna
Maria Greco riesuma un episodio risalente al 1982, quando
Boccassini fu sorpresa «in atteggiamenti amorosi» con un
giornalista di Lotta Continua. Il sospetto era che la
relazione potesse portare a una fuga di notizie. Allora, attacca
il quotidiano di via Negri, il magistrato indossò le vesti di
«paladina della privacy», al punto di portare la questione
davanti al Consiglio Superiore della magistratura. E uscirne
assolta.
«MI COLPIVA LO SGUARDO». Per la giustizia.
Meno per il Giornale. Che decide, in un ulteriore pezzo
di Gian Marco Chiocci, di soffermarsi sulla testimonianza, ormai
d’epoca, di un poliziotto: «Mi colpiva in modo particolare
lo sguardo insistente e cattivo che mi veniva lanciato dalla
dottoressa in questione», affermava, «tale da trarre anche
l’attenzione del benzinaio sito nella stessa via, al punto di
dirmi poi “ma hai visto che sguardo che ti ha lanciato quella
lì?”…».

Bruti Liberati: «Campagne di denigrazione»

La procura non ci sta, e per bocca di Edmondo Bruti Liberati,
procuratore della Repubblica di Milano, ribatte ad alzo zero:
«le campagne di denigrazione e l’attacco personale ai
magistrati si qualificano da soli e in un sistema di civile
convivenza devono essere un problema per chi ne è autore e non
per chi ne è vittima». L’intervento del Giornale,
insomma, rientrerebbe non tanto nel diritto di assoggettare
«alla valutazione e alla critica della libera stampa»
l’operato della magistratura, quanto in quella del
‘metodo’ che colpì il direttore di Avvenire,
Dino Boffo. E che ha fatto discutere per mesi sul lavoro del
quotidiano di via Negri come di quello di una vera e propria
«macchina del fango».

L’Anm contro il metodo Mesiano

Il presidente dell’Anm, Luca Palamara, preferisce ricordare
un altro episodio: quello che vide protagonista il giudice
Raimondo Mesiano. Il giudice, che aveva imposto il
maxi-risarcimento a Fininvest nella causa Imi-Sir, era finito il
15 ottobre 2009 nelle mire di un servizio poco ortodosso di
Mattino 5 che aveva portato alla sospensione per due
mesi dall’ordine dei giornalisti del direttore responsabile
del programma, Claudio Brachino. Il servizio, secondo
l’ordine lombardo, aveva il «fine di screditare la
reputazione del protagonista del video e delegittimare agli occhi
dell’opinione pubblica la sentenza da lui emessa in precedenza
nei confronti di Fininvest».
«UNA BARBARIE INACCETTABILE». Palamara lo
rievoca per sottolineare che «il ‘metodo’ Mesiano (leggi
articolo) non ci intimidisce e non ci intimidirà». Prima di
aggiungere che l’attacco del giornale è «ancor più grave e
inaudito perchè i magistrati titolari dell’inchiesta non
sono uno ma tre, per cui non si tratta di difendere un magistrato
ma un’intera categoria». E il segretario del sindacato delle
toghe, Giuseppe Cascini, non arretra di un passo: «La
denigrazione del magistrato è una barbarie inaccettabile».

Farefuturo: «Non ci indigniamo più»

Su posizioni simili Leoluca Orlando, dell’Italia dei Valori:
«La colpa della Bocassini? È quella di avere i capelli rossi
così come la colpa del giudice Mesiano era quella di avere i
calzini turchesi». Uno spunto che, nel servizio di Mattino
5
, era diventato il motivo per definire «stranezze» le
abitudini del giudice.
Dura la condanna anche da parte del webmagazine della fondazione
Farefuturo, vicina al presidente della Camera Gianfranco
Fini. Quella del Giornale è «una ennesima vergogna
giornalistica» sbattuta in prima pagina, scrive Domenico Naso.
Ma «non ci indigniamo più»: perché «dopo lo squallore che
arriva da Arcore, non siamo in grado di indignarci per
nient’altro».