Mi si è imborghesito il rap

Bruno Giurato
15/12/2010

L'hip hop italiano è diventato grande.

Mi si è imborghesito il rap

Il 14 dicembre 2010 primi e secondi in classifica nel negozio virtuale di iTunes erano i Twofingerz, gruppo hip hop proveniente da Nova Milanese. Con due lavori usciti da pochi giorni in contemporanea: Il disco nuovo e Il disco volante. E anche le classifiche dei Cd registrano nomi come Fabri Fibra rapper di Senigallia, con Controcultura, disco d’oro (20 mila copie) per l’album e per il singolo Vip in trip; Club Dogo, di Milano, con Che bello essere noi, che ha debuttato nell’estate alla seconda posizione della hit parade.
È fresco il successo dei Due di picche, duo degli  storici nemiconi rap J-Ax e Neffa. Il primo con gli Articolo 31, il secondo coi Sanguemisto se le sono date, verbalmente, di santa ragione per un bel pezzo del decennio passato. Alla fine hanno pubblicato insieme il Cd C’eravamo tanto odiati e il singolo Faccia come il cuore, tormentone dell’estate 2010.

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Poi c’è il capitolo concerti. Il Tour di Fabri Fibra è sold out in prevendita, fenomeno che capita  a certi stranieri di passaggio in Italia, a Vasco Rossi e a pochi altri, ma non, per esempio, a Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Tutto lo stato maggiore del rap italiano, da Marracash ai Dogo è in grado di riempire un palazzetto dello sport a ogni data.
Il compleanno di Hip Hop Tv (che trasmette sulla Piattaforma Sky) ha raccolto nell’ottobre all’Alcatraz di Milano 6 mila persone, e 1.500 erano rimasti fuori.
In breve, appena sotto al livello delle rockstar, quello di Vasco Rossi appunto, di Ligabue e di Jovanotti, si agita un inquieto mondo rap in crescita. Con prospettive commerciali concrete. E anche con l’ambizione di raccontare la società, la cultura urbana. La cronaca di un’Italia socialmente sfrangiata, ma in grado ancora di fare sogni, è il flow delle rime interne alle strofe dei rapper.

Rap delinquente contro rap borghese? Non più

C’era una volta anche del rap il mito del «meglio delinquente che borghese» (Ernst Junger). La guerra  dei rapper hardcore, duri e puri di provenienza popolar-periferica, che si battevano contro il sistema del rap istituzionale, leggero, da classifica, spinto dalle grandi case discografiche, incarnato da personaggi come il primo Jovanotti.
C’erano le Posse, termine inglese che significa “gruppo”, che allignavano nei centri sociali e nelle case occupate e se la pigliavano con i troppo commerciali Articolo 31. Erano gli anni 90.
Ma poi è arrivata la crisi del mercato discografico, un cambiamento che ha fatto saltare i parametri di vendibilità e sicurezza commerciale. Il fatto che il mercato dei Cd abbia accusato una flessione di un terzo in meno di dieci anni, con conseguenti licenziamenti nelle major, ha reso la prospettiva dell’autoproduzione quasi inevitabile.
Hardware e software di ultima generazione hanno “democratizzato” la possibilità di fare musica. Con 5 mila euro si può allestire un buono studio di registrazione casalingo. Con 3 mila euro si produce un video. Per ultimo, la tendenza al multimediale e al multidisciplinare ha confuso ruoli che una volta erano ben distinti. Ci si occupa creativamente di varie cose: dalla registrazione alla produzione, all’artwork delle copertine, al booking per i concerti. Il musicista è sempre più anche autore, grafico, regista, promoter e anche discografico.
Risultato: buona parte del rap italiano si è riunito in una scena coerente. Consapevole dei meccanismi commerciali “alti”, ma capace di muoversi coi meccanismi low cost dell’autoproduzione. Una scena che scalcia per abbatere il muro della musica di nicchia.

Il rap non l’ha inventato Adriano Celentano

La musica rap, espressione in rima e ritmo del movimento hip hop, non è un’invenzione del “molleggiato” Adriano Celentano. La sua Prisencolinensinainciusol del 1972, nonostante Celentano l’abbia simpaticamente rivendicata come atto di nascita del rap, è più che altro uno sberleffo surrealista, che tra l’altro ha trovato spazio anche nella patria del genere.
Nel 2009 il blogger Usa Cory Doctorow ha tirato fuori quel brano sul suo blog Boing Boing, e negli Usa è subito scoppiata la Celentano-mania. Molto originale la base musicale vagamente afrofunk.

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Ma le vere origini del rap stanno nelle prediche dei pastori afro-americani, come quelle registrate tra la prima e la seconda guerra mondiale da Alan Lomax.
La base della musica soul, funk, e per li rami rap sta in quel modo di portare i versi su un ritmo teso, cercando più assonanze possibile tra le parole. Come se le rime interne delle canzoni formassero un ritmo parallelo, frastagliato, elaborato, circolare. Quello che nel linguaggio della cultura hip hop si chiama flow, flusso.

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In Italia il rap resta un fenomeno largamente dipendente dagli Usa, dalla cultura hip hop dei neri. Fin da quando, negli anni 80, la Galleria Colonna a Roma (oggi Galleria Alberto Sordi) era il centro  di un raduno settimanale, uno dei primi capitoli della storia rap Italiana.
Ci sono anche miti scomparsi, come Joe Cassano, altrimenti detto Johnny Jab, rapper cresciuto musicalmente tra varie cittè europee, New York e Bologna e morto per arresto cardiaco nel 1999. Il suo disco Dio Lodato (1994) è un piccolo classico del rap italiano.

Quando il dialetto funziona meglio dell’italiano

L’handicap della lingua italiana, piena di vocali e povera di consonanti, quindi ottima per l’opera il bel canto ma non molto adatta ai generi ritmici, dal rock al rap, e che necessitano di sillabe tronche, è stato aggirato e superato da una generazione di rapper in dialetto.
A Napoli il gruppo storico è stato la Famiglia, attualmente sciolto. Ma ci sono personaggi come Sanguemostro, Speaker Cenzou, Fuossera che lavorano nella stesso filone. Un caso a parte unico per atmosfere dark e per una certa aura alla Roberto Saviano, ma, se possibile, con più rabbia e intensità, sono i Co Sang (Con il sangue).
Il duo di Antonio Riccardi e Luca Imprudente, con un paio di dischi (Chi more pe’ mme del 2006 e Vita bona del 2009) ha stabilito un canone. Racconti di vita e basi in minore. Discendono per li rami da grandi americani come Notorius Big e 2Pac, ma le loro basi mischiano mandolini e tracce di colonna sonora di poliziottesco, Mario Merola e il funk.
Vengono da Marianella, in quartiere accanto a Scampìa, cantano di scorte corrotte, traffici e crack. Hanno vinto il premio Xl per l’artista dell’anno al Meeting delle Etichette Indipendenti 2010.

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Riccardi: l’unica musica che racconta le donne, i soldi, la vita

Antonio Riccardi racconta così la nuova onda rap: «Oggi l’unica musica che racconta il rapporto con le donne, i soldi, in breve con la vita, è l’hip hop. È diventato un fenomeno grazie ai fan, completamente dal basso, anche grazie alle nuove tecnologie. Il video che ho fatto con Marracash si trova su Youtube e fa 4 mila visualizzazioni al giorno, e un fatto che mi ha dato la misura del fenomeno è il bagarinaggio ai concerti: davanti ai palazzetti dove si esibiscono i Club Dogo, per esempio, si trova gente che vende il merchandising contraffatto. Questo sì che è un segno del successo».
Anche della storica rivalità tra rapper mainstream e “duri e puri” dell’Hip hop, secondo Riccardi, sembra superata: «Certo collaboro con Club Dogo e altri artisti che vanno in classifica, sono mainstream, ma conservano sapienza nel dire e contenuti. Poi mi piace Sogni d’oro, l’ultimo disco di Rischio. Ma tutto giova alla causa, da FabriFibra ai Gemelli diversi».
Tutto bene e tutto bello quindi? Secondo Riccardi no: «Il problema è che spesso le case discografiche approfittano del fatto che chi viene dalla scena indipendente sa come ridurre i costi, come cavarsela con pochi soldi. Le major magari investono su personaggi che vengono da Xfactor o da Amici, ma a noi danno pochissimo: pagano i costi di stampa e di distribuzione, ma ci lasciano soli a coprire i quelli dello studio di registrazione, e con pochissima se non nessuna promozione. Magari danno 20  mila euro per fare un disco, quando con 50 mila si potrebbe davvero sfondare, salire di livello. Alla fine viviamo un paradosso: molta risposta da parte del pubblico, nessuna o quasi promozione da parte delle major, che magari investono su Alessandra Amoroso o Valerio Scanu.

Briganti: i fenomeni nuovi devono per forza partire dal basso

«Parto da un presupposto, l’artista si lamenta sempre, è la sua caratteristica», ha spiegato a Lettera43.it Max Briganti, direttore artistico di Hip Hop Tv e mente attiva dell’italian hip hop.
«Ma se le case discografiche vogliono investire sulla musica pop, vuol dire che avranno il loro ritorno. Secondo me la questione è un’altra. Il crollo della vendita dei dischi ha portato una conseguenza: non si riesce più a imporre un prodotto “dall’alto”, quindi, i fenomeni nuovi, i gruppi devono partire da una “Fame base”, conquistata attraverso internet, youtube, i concerti, che diventa sempre più essenziale.
Insomma, la crisi discografica ha portato a una “democratizzazione” della musica. Chi non ha una base di fan, una notorietà costruita dal basso non può permettersi di andare avanti. Poi è chiaro che in questi anni abbiamo assistito a un boom della cultura Hip hop e urban. Hip hop Tv è nata per questo, perché abbiamo capito che in giro c’era una crescente richiesta per questo tipo di contenuti».

Sangiorgi: sta dando voce a pezzi di società che sentiremo sempre di più

E Giordano Sangiorgi, patron del Mei, il meeting delle etichette indipendenti che si svolge ogni anno a novembre a Faenza, in provincia di Ravenna, conferma la tendenza rappante della cultura musicale italiana. «Una delle caratteristiche più interessanti dell’hip hop italiano è che sta dando una voce a pezzi di società ancora in ombra, che in futuro sentiremo sempre di più.
Per esempio, in tema dell’immigrazione, uno dei nodi principali è la cultura degli immigrati di seconda generazione. E c’è per esempio Amir, che è di origine egiziana e vive a Roma, un Mc (maestro di cerimonia, come è definito il rapper, ndr) che ha fatto lavori molto interessanti. Il Rap, insieme al new folk regionale è la musica che racconta cosa succede davvero nell’Italia di oggi».

E a quanto sembra dal piccolo viaggio di Lettera43.it all’interno del mondo hip hop, il rap è un genere pronto a prendere il posto del pop nell’immaginario musicale italiano. Si aspetta il prossimo passo, possibilmente con un bel flow