Miccia ivoriana

Redazione
17/12/2010

di Federica Zoja Rimane alta la preoccupazione della comunità internazionale per la situazione in Costa d’Avorio, dove gli scontri fra...

Miccia ivoriana

di Federica Zoja

Rimane alta la preoccupazione della comunità internazionale per la situazione in Costa d’Avorio, dove gli scontri fra sostenitori di Alassane Ouattara, candidato alla presidenza nelle elezioni di novembre, e i fedeli di Laurent Gbagbo, capo di Stato dal 2000, hanno fatto 30 vittime il 16 dicembre (leggi la cronaca degli scontri).
Nonostante il fallito assalto al palazzo della radio-televisione nazionale (Rti) e a quello del governo, ad Abijan, gli uomini di Ouattara non si si sono arresi e hanno pianificato nuovi attacchi. Con il rischio che la sanguinosa guerra civile conclusasi nel 2003 riprenda più violenta di prima.
Dalla Corte penale internazionale delle Nazioni Unite, nella serata del 16 dicembre, è giunto il monito alle parti armate affinché non coinvolgano la popolazione civile. Nel frattempo, 800 caschi blu dell’Onu sono stati schierati intorno all’Hotel du Golf, sede della presidenza Ouattara, per proteggere colui che è considerato dalla comunità internazionale il legittimo presidente della Costa d’Avorio.

Ouattara senza alternative

Ouattara ha portato in strada i propri sostenitori senza esporsi, affidando la gestione a Guillaume Soro, premier attuale, già Primo ministro per di Laurent Gbagbo, ex ministro della Difesa ed ex guida politica dei ribelli.
Secondo gli analisti, il presidente non aveva altra scelta se non quella dello scontro aperto con il suo predecessore, ostinato a non mollare la presa: dopo il riconoscimento della vittoria da parte di una commissione elettorale indipendente e delle Nazioni Unite, rinchiuso in un albergo della capitale, il presidente rischiava di essere costretto a scappare oppure di rimanere in un limbo politico perpetuo.
Ex vice direttore del Fondo monetario internazionale, Outtara si è trovato ad affrontare, al contrario, un uomo forte abituato alle situazioni estreme: Gbagbo ha conquistato il potere nel 2000 con la violenza, adora le emergenze e sa padroneggiare i suoi uomini terrorizzandoli. Se cade lui, anche i suoi generali finiranno male, nella migliore delle ipotesi sotto inchiesta alle Nazioni Unite.
Secondo la stampa africana francofona, la resa dei conti sarebbe vicina, anche se il verdetto è incerto. Le truppe di Gbagbo, infatti, controllano ancora sia la tivù di Stato sia i palazzi del potere, quindi un nuovo assalto degli uomini di Ouattara è destinato a finire in un bagno di sangue. Intanto, l’Unione europea ha minacciato di congelare beni e visti di Gbagbo e di altri suoi fedelissimi, una ventina; anche gli Stati Uniti stanno premendo per persuadere il presidente sconfitto.