La mostra di Michael Stipe, i R.E.M e il desiderio di fare i conti con il passato: il racconto della settimana

Un tizio aveva scritto che visitarla era stato simile «a un atto di nostalgia», come «replicare l’esperienza» di ascoltare un nuovo album del gruppo. Così andai alla Fondazione Ica convinto che fosse esattamente ciò che mi serviva. Avevo bisogno di trovare qualcosa che mi riportasse al periodo di cui intendevo scrivere.

La mostra di Michael Stipe, i R.E.M e il desiderio di fare i conti con il passato: il racconto della settimana

«Perché mai dovrei raccontare la storia della mia vita?», si domandava Martin Amis scrivendo Esperienza. «So cosa occorre per fare un buon racconto, e alla vita manca quasi tutto: struttura ed equilibrio, forma, completezza, misura». Leggevo quella frase seduto ai tavolini fuori del Madama Hostel, appena uscito dalla Fondazione Ica, dove ero stato a vedere I have lost and I have been lost but for now I’m flying high, la mostra di Michael Stipe. Con una birra davanti scrutavo l’orizzonte, con il bavero del cappotto alzato e vestito come DiCaprio in Killers of the Flower Moon, indeciso se prendere o meno appunti su un taccuino nero con le pagine con i bordi rossi che avevo comprato in una piccola legatoria affacciata sul porticciolo di Camogli qualche mese fa. Per un po’ la malata testolina si è lasciata prendere dalla malinconia, un po’ perché il luogo dove mi trovavo fu negli anni spesso e volentieri teatro della mia gloriosa trasmissione radiofonica itinerante e un po’ perché ero nel bel mezzo di una crisi creativa che non mi lasciava scampo, mi mozzava il fiato e mi impediva di riposare serenamente la notte.

 

 

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Per darmi una scossa avevo deciso di andare a vedere la mostra dell’ex leader dei R.E.M. dopo che avevo letto su un sito di una rivista, una di quelle uber-fighette sulle quali ogni tanto mi capita di scrivere, un pezzo che ne parlava. Il tizio diceva che andare alla mostra per lui era stato simile «a un atto di nostalgia», come «provare a replicare l’esperienza di ascoltare un nuovo album dei R.E.M.», e io pensavo che era esattamente la cosa che mi sarebbe servita per provare a reagire, perché per sbloccarmi avevo bisogno di trovare qualcosa che mi riportasse nel periodo di cui intendevo scrivere. Un periodo, tra l’altro, in cui la band di Michael Stipe era una delle mie preferite in assoluto. Correva l’anno 1994 e io, se escludo Vasco, più che altro ero in fissa con roba tipo 883, Jovanotti o la musica dance che passava Albertino nel suo programma in radio. In pratica ero ossessionato da tutto ciò che usciva dalla cosiddetta Deejay’s Gang di Cecchetto e non ascoltavo altro. Erano gli anni di Michael Jordan, delle camicie di flanella a quadri, delle Nike Agassi, dei jeans stracciati e dei cappellini dei New York Yankees portati alla rovescia. Ricordo che per il mio 14esimo compleanno avevo affittato un sabato pomeriggio una piccola discoteca dalle parti di Viale Monza e avevo recuperato da Wimpy, il mio negozio di dischi di riferimento dell’epoca, una marea di vinili di gente come i Datura, Ramirez, Fargetta, Molella, Afrika Bambataa e di Mo-Do, un italiano mezzo austriaco che cantava in tedesco un pezzo orrendo Eins, Zwei, Polizei, che noi ballavamo con il braccio alzato scimmiottando come un branco di deficienti il saluto nazista.

Bastò l’attacco di What’s the Frequency Kenneth?, con il tremolo ipnotico e acido della chitarra di Peter Buck, per farmi uscire fuori di testa trasformando Monster nella mia ossessione. Insieme a Blood SugaR Sex Magic dei Red Hot, mi catapultò in un mondo musicale nuovo, inesplorato, selvatico e crudo

L’illuminazione arrivò di colpo, una mattina di marzo quando il mio compagno di classe Matteo mi passò una serie di cassettine che aveva trafugato dalla camera di suo fratello maggiore: İtalyan, Rum Casusu Çıktı di un gruppo che non avevo mai sentito nominare (se non per la sigla di Mai dire gol), che si faceva chiamare Elio e le storie tese, Curre curre guaglió dei 99 Posse, In Utero dei Nirvana e naturalmente Monster dei R.E.M. per cui mi scimmiai in maniera assoluta. Bastò l’attacco di What’s the Frequency Kenneth?, con il tremolo ipnotico e acido della chitarra di Peter Buck, per farmi uscire fuori di testa trasformando quell’album nella mia ossessione. Insieme a Blood SugaR Sex Magic dei Red Hot, mi catapultò in un mondo musicale nuovo, inesplorato, selvatico e crudo. Riguardandolo con gli occhi di oggi il 94 fu un anno fondamentale per la storia della musica della mia generazione: Kurt Cobain fu trovato morto nella sua casa di Seattle con il volto sfigurato dopo essersi sparato un colpo di fucile; da Bristol iniziavano ad arrivare i primi echi di nuovo suono, che successivamente fu chiamato trip-hop, grazie a band come i Massive Attack o i Portishead; i Blur e gli Oasis si contendevano il titolo di band più cool del momento; gli Off Spring e i Green Day portarono per la prima volta l’alternativa rock nel mainstream e contemporaneamente uscivano Ill Communication dei Beastie Boys e Mellow Gold di Beck. Le radio passavano Nirvana e Pearl Jam, Bjork, il rap di Snoop Dog e dei Fugees e naturalmente i primi pezzi di una strepitosa band di Oxford agli inizi, i Radiohead. I losers e gli emarginati conquistavano così finalmente le prime posizioni delle classifiche mondiali legittimando in un colpo solo tutti i tormenti e le inquietudini della cosiddetta Generazione X.

Tornando a casa dal Madama, con ancora in testa le immagini della mostra di Michael Stipe ho continuato a pensare a queste cose, con in cuffia un disco, il nuovo di Peter Gabriel, che con il 94 non c’entra niente ma che ha parecchio a che fare con la sensazione di poter fare i conti con il tempo che passa in maniera serena e propositiva, senza fretta, concedendosi il proprio spazio. La sera poi sono andato con Ofelia a vedere al Colosseo il nuovo film di Wim Wenders e finalmente, mentre scorrevano sullo schermo i titoli di coda sulle note di Perfect day di Lou Reed, ho capito: serviva qualcosa che potesse resettare tutto, un vento che aprisse la finestra e facesse volare le carte dal tavolo.