Michèle e «l’amico tunisino»

Giuliano Di Caro
03/02/2011

I legami tra il clan Trabelsi e Alliot-Marie.

Michèle e «l’amico tunisino»

In Francia la chiamano, e non certo affettuosamente a giudicare dal recente fuoco incrociato di cui è bersaglio, Mam. Lei è Michèle Alliot-Marie, 64enne ministro degli Esteri francese, dal volto spigoloso e dall’immagine severa e professorale. Ma le bacchettate, dopo lo scandalo delle granate lacrimogene vendute da un’azienda francese al regime di Ben Ali all’inizio della protesta in Tunisia e di cui era a conoscenza, per una volta le sta prendendo lei, dai giornali e dall’opinione pubblica d’Oltralpe.
Secondo le rivelazioni del periodico satirico Canard Enchainé, durante le sue vacanze a Hammamet, lo scorso dicembre, Mam pare abbia viaggiato sul jet privato di un businessman tunisino, legato al dittatore poi riparato in Arabia Saudita in seguito alla rivoluzione dei gelsomini. Gratis, ovviamente. Infrangendo così una elementare regola di etica pubblica, in particolar modo per un ministro degli Esteri e, dunque, numero uno della diplomazia. Una bomba che è esplosa in una fase internazionale delicatissima, destinata a cambiare radicalmente lo scacchiere geopolitico africano e mediorientale (leggi anche l’articolo sulla storia dei rapporti tra Italia e Tunisia).

Lacrimogeni francesi per il regime di Ben Ali

I media francesi si sono scatenati e hanno tartassato il ministro, già sotto tiro per il reticolo di omissioni e mezze verità che ha accompagnato lo scandalo dei lacrimogeni della Sofexi.
Il primo ministro François Fillon e Aillot-Marie avevano negato di essere a conoscenza che l’azienda francese avesse consegnato al regime di Ben Ali ingenti quantità di granate lacrimogene, volute dall’ex presidente per reprimere la rivolta. Peccato che per questo tipo di spedizioni, trattandosi di materiale infiammabile ed esplosivo, in Francia un’azienda debba ottenere l’autorizzazione da parte di ben tre ministeri: Finanze, Difesa e, appunto, Esteri. E la Sofexi ha più volte affermato di essere in possesso di tutte le autorizzazioni necessarie.
LA MENZOGNA DEL GOVERNO. Quattro distinte spedizioni avrebbero ottenuto il benestare di Mam e i regolari documenti. Il governo francese, insomma, come hanno scritto i giornali, «ha spudoratamente mentito» sulla vicenda.
Il 14 gennaio, giorno della fuga di Ben Ali dalla Tunisia, i funzionari doganali dell’aeroporto Roissy di Parigi avevano intercettato e bloccato un altro carico di granate dirette a Tunisi. L’ultimo di una serie di altri carichi già spediti in Tunisia tra il dicembre 2010 e la prima metà del gennaio 2011.

Il passaggio sul jet del «padrino della Tunisia»

In Francia l’etica pubblica richiesta agli alti rappresentati dello Stato, come un ministro degli Esteri, è ancora una cosa seria. E altrettanto seri e dirompenti sono gli scandali che seguono a presunte violazioni di tale codice di comportamento.
Secondo il Canard Enchainé, la signora del Quai d’Orsay ha viaggiato a dicembre sul jet privato di Aziz Miled, uomo d’affari tunisino.
L’OMBRA DEI TRABELSI. Miled fa parte del cosiddetto clan Ben Ali essendo socio di Belhassen Trabelsi, cognato dell’ex dittatore e fratello di Leila Trabelsi, ex parrucchiera moglie di Ben Ali, che prima di fuggire all’estero col marito portandosi dietro una tonnellata e mezzo di lingotti d’oro, aveva creato un remunerativo sistema affaristico basato su corruzione e nepotismo (leggi il profilo di Leila Trabelsi).
Il ministro, che all’epoca dei fatti era in vacanza con la famiglia a Hammamet dove possiede una villa, non ha negato di aver usufruito del passaggio. Né l’ha fatto il suo compagno di viaggio Patrick Ollier, ministro dei Rapporti con il Parlamento e ospite della collega. Entrambi, però, hanno negato l’affiliazione del generoso uomo d’affari con il clan tunisino.

L’Ipemed, crocevia dei rapporti tra i due Paesi

Eppure i conti non tornano. Il 71enne Aziz Miled, fondatore dell’azienda tunisina leader nel settore del turismo, la Tunisia Travels Service, ha infatti firmato due appelli a sostegno del «salvatore della patria Ben Ali». Inoltre appartiene al comitato centrale dell’Rcd, il partito di Ben Ali, e ha condotto varie manovre affaristico-finanziarie insieme a Trabelsi. Queste ultime, in particolare, non hanno lasciato spazio a nessun dubbio circa la vicinanza al clan.
IL “PADRINO” DEL BUSINESS. Già vicino al predecessore di Ben Ali, Habib Borguiba, dopo l’ascesa al potere dell’ex dittatore Miled ha intensificato le sue attività d’affari in Tunisia, creando nel 1987 la compagnia aerea Air Liberté Tunisie. Dell’ottobre 2008 è la fusione con la Khartago Airlines, di proprietà proprio del cognato di Ben Ali, Belhassen Trabelsi, che ha dato vita alla Nouvel Air.
«Una sorta di padrino del capitalismo tunisino, Aziz Miled è azionario o parte in causa di numerosi progetti nel Paese, grazie ai quali frequenta i membri del clan Ben Ali». Così ha descritto l’uomo d’affari Le Monde. Per la seconda volta nel giro di poche settimane, Mam ha dunque palesemente, e anche un po’ ingenuamente, mentito all’opinione pubblica francese.
GLI INTERESSI IN GIOCO. Gli ingredienti del massacro mediatico ci sono tutti. La maggioranza dei commentatori francesi ha infatti duramente denunciato «l’inciviltà», «l’immoralità» o la «mancanza di buonsenso» del ministro degli Esteri transalpino. Ma il punto ancora più interessante della vicenda è il passaggio logico successivo: perché viaggiare sull’aereo di un membro del clan Ben Ali, o rischiare la propria credibilità favorendo l’invio di lacrimogeni, quando l’ex dittatore stava tentando di rimanere al potere?
ASSE FRANCO-TUNISINO. Dal 2009, Miled è inoltre vicepresidente del Consiglio di sorveglianza dell’Ipemed, un prestigioso istituto franco-tunisino di studi economici sostenuto da una trentina di grandi aziende francesi, tra cui Air France, Alstom, Crédit Agricole, Suez: veri colossi dell’economia nazionale.
La nomina di Miled fu annunciata con un comunicato, in cui veniva definita «un omaggio» allo sviluppo delle relazioni tra i Paesi del Mediterraneo registrato durante la presidenza di Ben Ali. L’Ipemed è stato insomma il crocevia perfetto per le sinergie economiche e di business tra le aziende francesi e la Tunisia del dittatore Ben Ali. Difficile, dunque, definire Miled una «vittima», come ha fatto Ollier commentando il congelamento dei beni dell’imprenditore da parte della Svizzera, misura tra l’altro adottata per tutti i membri del clan Ben Ali (leggi l’articolo sugli investimenti europei dei dittatori).
Insomma, in Francia lo scandalo dell’«amico tunisino», c’è da scommetterci, durerà ancora a lungo.