Massimo Morici

Che fine hanno fatto le informative di banche e gestori ai clienti?

Che fine hanno fatto le informative di banche e gestori ai clienti?

Le lettere con i costi e gli oneri sostenuti da ogni investitore sarebbero dovute partire all'inizio dell'anno, ma ancora non si vedono. Troppa la mole di dati, si spiega. Eppure il ritardo fa pensare. 

04 Maggio 2019 10.00

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Fornire ai clienti informazioni chiare e trasparenti sui prodotti di risparmio pare sia una fatica di Sisifo per banche, Sim e Sgr. Nei primi mesi del 2019 avrebbero dovuto inviare le informative con cui comunicare a risparmiatori e investitori retail tutti i costi e oneri da loro sostenuti, esplicitati non solo in percentuale del patrimonio investito ma anche in valore assoluto. Le lettere, però, non sono ancora state inviate, fatta eccezione per due casi: MoneyFarm ed Euclidea, due società di robo-advisory in grado cioè di costruire via web in modo automatico portafogli di investimenti. Gli intermediari “tradizionali”, invece, fanno ancora melina.

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LA DIRETTIVA UE ENTRATA IN VIGORE IL 3 GENNAIO 2018

Alcuni, intervistati in merito, hanno assicurato che le lettere saranno inviate tra maggio e i primi di luglio. Perché, dunque, tutti questi ritardi? I top manager si giustificano più o meno tutti allo stesso modo: il processo per arrivare al rilascio delle informative è complicato per la grande mole di dati e informazioni da rielaborare e adattare “su misura” per ogni cliente; dati che spesso devono essere reperiti anche da società terze. Quasi tutti i distributori operano infatti in architettura aperta e cioè collocano oltre i prodotti di casa (fondi e polizze) anche quelli di altre società con cui sono stati instaurati accordi di natura commerciale. Tuttavia, per preparasi all’invio c’è stato più di un anno di tempo: la nuova direttiva europea di settore (MiFID 2), che obbliga gli intermediari a una maggiore trasparenza su costi e conflitti di interesse, è entrata in vigore anche in Italia il 3 gennaio 2018, un anno dopo la data inizialmente prestabilita. L’Abi, la più importante lobby finanziaria in Italia (quella delle banche), ha inoltre ricordato che tutti gli istituti hanno già fornito ai clienti un’informativa ex ante, che è un prospetto messo a disposizione al cliente prima che effettui l’investimento. Ma le nuove norme obbligano anche all’invio dell’informativa ex-post, cioè la rendicontazione di costi e oneri complessivamente ed effettivamente sostenuti dai clienti, la quale fa ovviamente riferimento all’anno precedente.

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LE ASSOCIAZIONI PRENDONO TEMPO?

Ma facciamo un passo indietro. A inizio anno, Plus24, l’inserto dedicato al risparmio del Sole 24 Ore, ha acceso i riflettori su un’iniziativa portata avanti in sordina dalle associazioni di categoria del mondo finanziario (Abi, Assoreti, Assosim e Assogestioni): una richiesta alla Consob e all’Esma, l’authority europea per i mercati finanziari, di avviare un tavolo di lavoro per fornire ulteriori chiarimenti rispetto a quelli già forniti sui contenuti dell’informativa ex-post. Secondo i più maliziosi, era solo un pretesto per spostare ancora di qualche mese l’invio delle rendicontazioni. Ai distributori, infatti, queste letterine potrebbero creare non pochi problemi: per esempio, potrebbero convincere qualche cliente a cambiare intermediario in cerca di commissioni più vantaggiose, un comportamento tra l’altro già visto sul mercato dei mutui per la casa.

NEW ENTRY SUL PIEDE DI GUERRA

Non è forse un caso che ad aprire il fuoco delle critiche contro gli operatori tradizionali siano state pubblicamente proprio le new entry del settore, che ovviamente stanno cercando di farsi spazio in un mercato pressoché blindato: le società FinTech, le società di consulenza finanziaria indipendente e i consulenti fee only (rappresentate rispettivamente da Ascofind e da Nafop), i quali da fine dicembre 2018 – dopo 10 anni di attesa – sono riusciti a entrare nell’albo unico dei consulenti finanziari, il cui accesso prima era riservato ai soli ex promotori finanziari.

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QUELLI ITALIANI SONO I PRODOTTI PIÙ COSTOSI D'EUROPA

Eppure tutti i torti le new entry non ce li hanno. Le authority di settore (italiane ed europee) hanno più volte ricordato che l'Italia è uno dei Paesi Ue in cui i costi associati ai prodotti finanziari sono tra i più alti. Motivo? La Consob di recente ha scritto che ben il 70% di essi va a remunerare la filiera distributiva (attraverso le retrocessioni): gli italiani, in pratica, pagano molto più dei loro pari europei per la gestione del proprio patrimonio e senza averne peraltro, nella maggior parte dei casi, alcuna consapevolezza, perché le fee spesso inglobano “implicitamente” anche altri servizi. Detto altrimenti, la banca trattiene una percentuale del patrimonio investito dal cliente, che può anche arrivare o superare il 2% del patrimonio investito, senza in realtà spiegargli il perché. Il problema, però, è anche delle norme: la direttiva europea, così come recepita, non indica un termine entro il quale gli intermediari debbano spedire l’informativa ex-post, ma si limita ricordare che deve essere inviata ai clienti almeno una volta l’anno, lasciando così molta libertà e fantasia agli intermediari. E poche certezze agli investitori.

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