Bombardato a Tripoli un centro di detenzione per migranti

I morti sono almeno 44 e i feriti 130. Il governo Sarraj ha accusato del raid l'aviazione del generale Haftar, che a sua volta ha puntato il dito contro le milizie fedeli al premier. L'Onu: «Crimine di guerra, ora sanzioni».

03 Luglio 2019 06.24
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Un centro di detenzione per migranti alla periferia di Tripoli, in Libia, è stato bombardato nella notte tra il 2 e il 3 luglio. I morti, secondo la missione Onu nel Paese africano, sono almeno 44 e i feriti 130. Anche se potrebbero essere di più. «Sono un centinaio le vittime del bombardamento sul centro di migranti in Libia, a Tajoura, molte donne e bambini». A darne notizia il magazine online Focus on Africa che riporta le dichiarazioni di Ismail Mohammed, uno dei portavoce della Comunità dei rifugiati dal Sudan in Italia, in contatto con alcuni sopravvissuti sudanesi. «Molti dei feriti sono in condizioni gravissime e mancano all’appello una ottantina di migranti, per lo più gente del Sudan, molti del Darfur come me, ma anche somali, eritrei, etiopi», ha aggiunto.

CENTRO A 12 KM DALLA CAPITALE

Il centro bombardato si trova a Tajoura, a circa 12 km a Est della capitale. Il governo di Fayez al-Sarraj ha accusato del raid l’aviazione del generale Khalifa Haftar. Un portavoce delle forze del generale ha detto che il raid era mirato contro la base di una milizia. «Non avevamo ordini di prendere di mira il centro», ha detto il generale Khaled el-Manjoub accusando le forze governative di sfruttare i migranti come «scudi umani piazzandoli in depositi di munizioni».

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L’ONU: «CRIMINE DI GUERRA, ORA SANZIONI»

Tripoli intende chiedere «alla comunità internazionale e all’Unione africana» un’inchiesta su quelli che definisce i «crimini di guerra perpetrati» dal generale. E anche il rappresentante speciale dell’Onu per la Libia, Ghassan Salamé, ha condannato il raid parlando di «sleale bombardamento aereo» che «rappresenta chiaramente un crimine di guerra». Salamé ha invitato la comunità internazionale a condannare l’episodio e a «imporre sanzioni a coloro che l’hanno ordinato ed eseguito».

CONVOCATO IL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU

Le Nazioni Unite, ha sottolineato ancora Guterres, hanno fornito alle parti le coordinate esatte del centro di detenzione. Il segretario generale dell’Onu ha ricordato alle parti «l’obbligo ai sensi del diritto umanitario internazionale di adottare tutte le precauzioni possibili per evitare, e in ogni caso di minimizzare, le perdite di civili». «Questo incidente sottolinea l’urgenza di fornire a tutti i rifugiati e migranti un rifugio sicuro fino a quando le loro richieste di asilo possono essere valutate o possano essere rimpatriati in modo sicuro», ha aggiunto, ribadendo la sua richiesta di un immediato cessate il fuoco in Libia e un ritorno al dialogo politico. Fonti diplomatiche hanno confermato che alle 21 del 3 luglio è prevista una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

CONTE: «CONTINUIAMO A CHIEDERE IL CESSATE IL FUOCO»

Netto anche il vicepremier Matteo Salvini, che ha dichiarato: «Spero che la comunità internazionale si svegli, la responsabilità è di Haftar. È un atto criminale. Mi auguro che non ci sia più nessuno, e non cito i francesi, che per interesse economico e commerciale sostiene qualcuno che bombarda obiettivi civili». «Noi condanniamo lo scioccante e tragico attacco a un centro di detenzione a Tripoli», ha scritto su Twitter il premier Giuseppe conte, «Noi abbiamo ripetutamente chiesto la cessazione delle ostilità e ribadiamo che l’unica soluzione, in Libia, è una soluzione politica».

USA: «ATTACCO RIPUGNANTE»

Gli Usa condannano e definiscono «ripugnante» l’attacco. «Questa perdita di vite tragica e inutile, che ha conseguenze su una delle popolazioni più vulnerabili, sottolinea l’urgente necessità per tutte le parti libiche di ridurre i combattimenti a Tripoli e tornare al processo politico», ha dichiarato la portavoce del dipartimento di stato Usa Morgan Ortagus.

L’OFFENSIVA AEREA ANNUNCIATA DAL GENERALE

Nei giorni scorsi Haftar aveva preannunciato «decisivi raid aerei su postazioni selezionate» appartenenti alle milizie che appoggiano il governo di Tripoli. E il primo luglio lo stesso Sarraj era arrivato in Italia per incontrare a Milano il vicepremier Matteo Salvini. Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni unite ma sotto attacco da parte di Haftar da circa due mesi, ha chiesto all’Italia maggiore supporto sul campo. Nella serata del 3 luglio il portavoce dell’Esercito nazionale libico guidato da Haftar, ha confermato un nuovo raid via Twitter: «Le nostre forze aeree hanno appena distrutto la principale sala comando dei droni (Uav, unmaned aerial vehicle, ndr) dentro l’aeroporto di Mitiga». Lo scalo di Mitiga è l’unico funzionante della capitale libica.

LA DIRETTIVA DEL VIMINALE SUI SOCCORSI IN MARE

Proprio Salvini, in qualità di ministro dell’Interno, con una direttiva emanata alla fine di marzo aveva invitato i vertici delle forze dell’ordine, della Marina Militare e della Guardia costiera «a garantire alle autorità libiche il legittimo esercizio delle proprie responsabilità nella gestione delle procedure di ricerca e soccorso». Tradotto: soccorrere i migranti e indicare – sempre in Libia – il porto sicuro di sbarco.

LA CONVENZIONE SAR RATIFICATA DALLA LIBIA

Nella direttiva Salvini faceva riferimento a una nota inviata dal direttore generale per la Migrazione e gli Affari interni della Commissione europea, Paraskevi Michou, al direttore esecutivo dell’agenzia Frontex, che sottolineava la «piena responsabilità giuridica e operativa della Libia nel controllo delle frontiere e nel salvataggio delle vite umane in mare», dopo la ratifica da parte di Tripoli della convenzione Sar e la notifica all’Organizzazione marittima internazionale della propria zona Sar.

IL PRIMATO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

La reazione dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati era stata immediata: «Non consideriamo la Libia un porto sicuro e i rifugiati soccorsi e i migranti non dovrebbero essere riportati in quel Paese», aveva detto la portavoce dell’organizzazione, Carlotta Sami. Per poi aggiungere: «Per quanto riguarda la Libia rimane una priorità per noi portare le persone fuori dai centri di detenzione, luoghi spaventosi dove non vengono garantiti i diritti umani, e assicurare che abbiano accesso alla protezione internazionale. Questo è un imperativo umanitario». Subito dopo anche la Commissione europea aveva puntualizzato: «Per quello che riguarda gli sbarchi si applica il diritto internazionale e la Commissione ha sempre detto che al momento in Libia non ci sono le condizioni di sicurezza. Tutte le imbarcazioni che battono bandiera Ue non hanno il permesso di fare sbarchi in Libia». Lo stesso concetto è stato recentemente ribadito dal procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio: «Quando si parla di porti sicuri non si intende solo un porto dove un naufrago viene messo sulla terraferma. Ma un porto dove il migrante possa avere garantiti tutti i diritti».

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