Migranti, l’Unione europea tenta la stretta sui rimpatri

Giovanna Faggionato
19/03/2018

Bruxelles propone di negare i visti ai Paesi terzi che non cooperano. Nel 2016 abbiamo espulso 17 mila iracheni e 40 mila siriani. E gli Stati membri non vogliono neanche dire quanto ci costa. 

Migranti, l’Unione europea tenta la stretta sui rimpatri

Utilizzare la concessione o meno dei visti, la possibilità di allungare o abbreviare le procedure, per incentivare i Paesi terzi a collaborare nel rimpatrio dei migranti: è l’ultimo tassello che la Commissione europea ha inserito nella sua strategia di controllo delle migrazioni. La svolta, destinata a mettere sotto pressione i Paesi africani – «Siamo i loro principali donatori», ha ricordato con una certa dose di cinismo il commissario alle migrazioni Dimitris Avramopolous – era stata chiesta dai capi di Stato e di governo. Al Consiglio europeo di giugno avevano chiesto di utilizzare letteralmente «tutte le leve possibili» per aumentare i tassi di rientro. La proposta, presentata il 14 marzo e inserita in un più ampio pacchetto di riforma del sistema dei visti, si basa su incentivi e disincentivi: i Paesi che non cooperano vedranno una stretta sulla concessione dei documenti per entrare in Ue, quelli che cooperano invece otterranno procedure rapide e semplificate.

Il problema della mancanza di accordi con i Paesi terzi su rimpatri è sempre stato uno dei punti deboli del sistema europeo, il nodo irrisolto su cui l'Italia sempre puntato il dito. Con il vecchio regolamento di Dublino si ritrovava da una parte nell'obbligo etico di soccorrere i migranti in mare, dall'altra di non essere in grado di rimpatriarli. E spesso, almeno stando ai dati di Eurostat secondo i quali non siamo nemmeno tra i primi quattro Paesi per migranti irregolari in Ue, li lasciava semplicemente superare la frontiera e raggiungere un altro Stato. Ora il regolamento che riguarda i rifugiati dovrebbe essere riformato: il parlamento europeo nella sua proposta ha previsto un sistema di ridistribuzione dei richiedenti asilo che sgraverebbe l'Italia almeno di un terzo degli arrivi. Il nodo dei rimpatri, però, resta. E checché ne dica il leader della Lega Matteo Salvini non è di facile soluzione. Per tutti, non solo per il nostro Paese.

I rimpatri mancati sono stati sempre il convitato di pietra di ogni discussione sui rifugiati in Europa, in una spirale di mancanza di fiducia reciproca di cui in Italia abbiamo visto gli effetti. Ora l'arco di leader politici che chiede di utilizzare tutti i mezzi possibili va senza soluzione di continuità dal liberale Emmanuel Macron all'illiberale Viktor Orban, dal governo progressista italiano che con Minniti ha ripercorso la strada degli accordi con la Libia alla destra ed estrema destra austriaca.

IN CINQUE ANNI 5 MILIONI DI IRREGOLARI. Secondo l'agenzia di statistica dell'Ue, tra 2011 e 2016 5 milioni di persone sono state trovate illegalmente all’interno dei confini dell’Ue, 3 milioni solo tra 2015 e 2016 al picco di quella che viene chiamata "crisi" dei migranti. Di questi 2,8 milioni hanno ricevuto ordini di rimpatrio e 1,1 milioni sono effettivamente tornati nei loro Paesi. Le stesse proporzioni valgono per l'ultimo anno per cui ci sono dati disponibili: nel 2016 è stato chiesto di lasciare il territorio europeo a quasi 500 mila cittadini non europei e di questi sono stati effettivamente rimpatriati meno della metà, 226 mila. Stando ai dati forniti da 19 Stati Ue su 28, nel 56,2% dei casi si tratta di rimpatri, nel 43,5% di rimpatri forzati. Nel 2016 il 16,4% delle espulsioni è stato ordinato in Francia, il 14,2 in Germania, il 12,1 nel Regno Unito. Tutti gli altri Stati hanno tassi a una sola cifra, l'Italia in generale risulta il quinto Stato europeo per espulsioni, mentre non è tra i primi cinque per numero di migranti illegali: dati che dovrebbero far riflettere chi grida all'emergenza.

Le cifre si stanno però gonfiando in molti Stati europei a causa dell'onda provocata dagli arrivi del 2015 e del 2016: solo nei primi tre trimestri del 2017 412 mila persone hanno visto rifiutata la loro domanda di asilo. I dati Eurostat fanno prevedere che nel 2018 1,2 milioni di persone riceveranno ordini di rimpatrio e altre 884 mila richieste di asilo pendenti per il 2017 potrebbero far crescere ancora il numero. Nel 2016 sono aumentate le richieste di espulsione di cittadini, ucraini, algerini e iracheni: l'Unione europea in 12 mesi ha chiesto a 17 mila persone di tornarsene in Iraq. Del resto abbiamo chiesto anche a 40 mila siriani di tornare a Damasco e dintorni e molti sono stati rimpatriati grazie a un accordo con la Turchia che bombarda lo Stato mediorientale. Ma mentre la linea degli ordini di rimpatrio varia, quella dei rimpatri effettivamente realizzati, scrive l’Eurostat, mostra «cambiamenti modesti negli ultimi nove anni per cui i dati sono disponibili, con relativamente minori fluttuazioni».

NIENTE DATI SUI COSTI DEI RIMPATRI. I rimpatri sono molto più difficili da realizzare che da ordinare. E l'argomento è talmente sensibile che anche gli Stati Ue rifiutano la trasparenza. Non sono tenuti o sono riluttanti a condividere i dati sui costi per alloggiare e detenere i migranti irregolari prima del loro ritorno, come per i costi del ritorno in sé, si legge in un documento interno della Commissione europea. Eppure, per discutere della riforma di Dublino, queste cifre dovrebbero essere messe sul tavolo.

Intanto mancano gli accordi con i Paesi terzi. Se l'Italia ne ha con l'Egitto e il Marocco, l'Unione europea nel suo complesso ha sottoscritto intese di riammissione con 17 Paesi: cinque balcanici (Albania, Serbia, Bosnia, Montenegro, Macedonia), cinque ex Repubbliche sovietiche (Ucraina, Moldova, Armenia, Georgia, Arzebaigian), quattro Stati dell'Asia (Pakistan, Hong Kong, Macao e Sri Lanka) e poi Russia, Turchia e Capo Verde. Per il resto ogni Stato membro ha le sue intese: il maggior numero di rimpatri realizzati è registrato in Marocco e lo Stato di provenienza è ovviamente la Spagna. Anche l'Italia ha accordi con Rabat e pure con Tunisi e con il Cairo. Mancano all'appello tutti i Paesi africani che non sono sulla costa. E cioè quelli percorsi dalle grandi rotte migratorie. La volontà delle autorità nazionali in questi casi fa la differenza. Circa 700 mila degli irregolari registrati in Ue provengono da Paesi che hanno tassi di ritorno sotto la media, si legge in un documento di lavoro della Commissione europea.

Nella maggioranza dei casi per il rimpatrio è necessario che le autorità del Paese terzo riconoscano la nazionalità del migrante irregolare. Perché mai una persona che vuole lasciare il suo Stato, che sta fuggendo dalla sua vita precedente, dovrebbe tenersi un documento che già in parte lo condanna? Il problema dal punto di vista europeo è la collaborazione delle istituzioni. Molti Paesi terzi non forniscono informazioni, nemmeno quelle giudiziarie. Oppure non rispondono alle richieste di identificazione per stabilire la sua nazionalità. In alcune ambasciate o consolati, appuntano i tecnici della Commissione, si rifiutano o non sono in grado di condurre interviste per arrivare a un acceertamento. Altri si rifiutano di fornire documenti di viaggio o di accettare sul territorio i voli di ritorno (alcuni li accettano solo in piccoli gruppi). «Diversi Paesi», si legge nel report, «non danno nemmeno una giustificazione per il loro atteggiamento data la sensbiilità dell’argomento», scrive la Comissione. Ovviamente c’è l’opinione pubblica, interessi in conflitto, il pressing della comunità della diaspora che fornisce rimesse.

PRESSIONE SUGLI STATI DELLA COOPERAZIONE. Nella sua strategia di esternalizzazione, come abbiamo raccontato su Lettera43.it, l'Ue sta "comprando" la collaborazione di molti Paesi del Sahel finanziando lo smantellamento delle economie della tratta e il tentativo di crearne di nuove che possano dare occupazione ai giovani, il sostegno all'agricoltura locale, ma anche semplicemente il rafforzamento del controllo delle frontiere e l'installazione di sistemi di identificazione biometrica degli abitanti, il tutto con i fondi allo sviluppo. Ma evidentemente nemmeno questo è sufficiente. «Dobbiamo fare un po' di pressione», ha dichiarato il commissario Avramopolous. Con i visti e con tutte le leve possibili.