Dai migranti alla Libia, l’Italia si condanna all’irrilevanza

Disertare riunioni a livello europeo o cambiare linea da un giorno all'altro su dossier così delicati avrà una sola conseguenza: relegare il nostro Paese in un angolo.

11 Giugno 2019 14.41
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Da qualche tempo sembra che i porti italiani non siano più chiusi a barche e navi che raccolgono quei poveri migranti che rischiano il naufragio e la morte in mare. Non vi è stato, sembra, alcun decreto che lo abbia stabilito, quasi che in realtà non ve ne sia mai stato uno debitamente firmato ai sensi della normativa vigente. E da qualche tempo non si ascolta più la voce di chi fino a ieri tuonava che «i porti italiani sono e resteranno chiusi finché l’Europa non se ne farà carico». Si dichiara per contro che gli sbarcati da una di quelle navi sarebbero stati ripartiti fra cinque Paesi europei senza precisarne il nome, ovvero che i salvati da un’altra imbarcazione sarebbero stati posti a carico di santa madre Chiesa.

Resta il fatto che si deve prendere atto, doverosamente e con favore, di questi segnali che lascerebbero pensare a un qualche mutamento di rotta e indurrebbero a interrogarsi sulle ragioni che vi stanno alla base. Siano esse di carattere politico e/o giudiziario, viste le accuse che stanno piovendo in campo internazionale sull’Italia ma anche sulla Francia e la Germania – sulla stessa Unione europea – per la gestione della crisi migratoria e vista anche l’esigenza di recuperare qualche forma di dialogo con gli altri Paesi membri nel momento in cui si affronta il tema della distribuzione degli incarichi nell’Ue.

L’AUTO-MARGINALIZZAZIONE DELL’ITALIA (E DI SALVINI)

Importante, si dirà, è che questo mutamento si confermi. E che nel frattempo affiori qualche brandello di politica attiva nei riguardi delle centinaia di migliaia di persone “irregolari” che vivono sul nostro territorio. Destinate a restarvi in grandissima parte in assenza di una seria politica di accordi di “riammissione” con i Paesi di provenienza di quelle persone. È del resto in questa logica che il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha inopinatamente sollecitato lo stesso premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi a «fare di più» in tale direzione, bilateralmente e in chiave europea, e dunque con meccanismi e fondi della Ue da finalizzare anche per la realizzazione di «piattaforme regionali per gli sbarchi».

COSÌ È DURA SPERARE IN UN CAMBIO DI DIREZIONE SUI MIGRANTI

Però sembra che le orecchie europee, strapazzate a lungo da parte italiana, non abbiano mostrato particolare responsabilità. Sarà arduo contare su un mutamento nel senso rivendicato a gran voce dal governo se il titolare del ministero dell’Interno ha disertato anche l’ultima riunione del Consiglio dei colleghi europei dedicato proprio a questi temi. Siamo in un contesto di auto-marginalizzazione razionalmente quasi inspiegabile.

migranti salvini libia
L’inviato speciale Onu per la Libia Ghassam Salamé, qui con Giuseppe Conte.

IN LIBIA È MOLTO DIFFICILE METTERE A FUOCO IL NOSTRO RUOLO

Le cose non vanno meglio per quanto riguarda la crisi libica che è tra le principali cause dei flussi immigratori via mare. È davvero difficile infatti mettere a fuoco il nostro ruolo. Abbiamo passato tempo non indifferente a rivendicare un protagonismo che ritenevamo “dovuto” da parte della comunità internazionale. Difficile individuarne la ragione profonda se non nel senso che da Washington, poco interessata a farsi coinvolgere nella crisi, si era fatto buon viso rispetto alle nostre aspettative che certo non coincidevano né con quelle francesi né con le altre potenze, regionali e internazionali, che si andavano posizionando con una progressione che non doveva sfuggire.

Abbiamo guardato alla Francia forse con un eccesso di zelo, perdendo di vista il quadro d’insieme

Ma è stata colta solo in parte e filtrata dall’andamento della Conferenza di Palermo che pure era stata preparata piuttosto bene e col conforto di Ghassan Salamé, l’Inviato speciale delle Nazioni Unite, convinto che la sua road map tanto laboriosamente messa a punto col concorso dei principali interlocutori libici, Khalifa Haftar compreso, fosse in dirittura d’arrivo. In realtà si andava predisponendo uno scenario ben diverso e che collocava in secondo piano anche la Francia alla quale guardavamo forse con un eccesso di zelo, perdendo di vista il quadro d’insieme.

LA DEFORMAZIONE DELLA LINEA ITALIANA

Poi il lampo chiarificatore con la decisione di Haftar (4 aprile) di marciare su Tripoli per «liberarla dai terroristi» facendo carta straccia della road map targata Onu. Il governo italiano, che da tempo aveva cucito una discreta trama di contatti con Haftar pur dichiarandosi coerentemente schierato dalla parte del governo di Tripoli e del suo titolare Fayez al Sarraj, ha deformato la sua linea di condotta. Verosimilmente con la complicità della telefonata (19 aprile) con cui Donald Trump è parso schierarsi con il generale. «Non siamo né a favore di Haftar né a favore di al Sarraj, ma a favore del popolo libico», è stata la dichiarazione giunta il 26 aprile.

ROMA, HAFTAR, SARRAJ E UNA TOPPA PEGGIORE DEL BUCO

Una toppa peggiore del buco. Anche perché negli oltre due mesi di campagna militare Haftar non ha sfondato e si è visto anzi contrastato dalle milizie che sostengono al Sarraj e messo nel mirino dal mai distrutto Isis che lo ha attaccato diverse volte. In questa situazione di stallo che stava esponendo Haftar a un serio rischio di perdita di credibilità è intervenuto nuovamente Trump, a ciò sollecitato dal Congresso, per ridimensionare sensibilmente il suo presunto appoggio a Haftar.

Roma paga lo scotto della sua linea ondivaga e del rarefatto concetto di un’Italia «in prima fila per una soluzione politica che garantisca pace e stabilità durature in Libia»

Un nuovo voltafaccia del volatile Trump? No, piuttosto una messa a fuoco del senso politico-tattico di quella telefonata promessa al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi che era stato in visita a Washington qualche giorno prima. Precisazione accolta con palese e pubblica soddisfazione da parte del governo di Tripoli che ha preso buona nota della disponibilità espressa al Segretario di Stato Mike Pompeo a considerare anche l’opzione di un ruolo attivo degli Usa – fortemente auspicato dall’Europa – per convincere Haftar ad accettare un cessate il fuoco.

UNO SPIRAGLIO IN PIÙ PER UNA SVOLTA NEGOZIALE

Nel frattempo continuano a fronteggiarsi, con scambi di accuse reciproche di violazione dell’embargo delle armi, Egitto, Emirati e Arabia Saudita da un lato e Turchia e Qatar dall’altro, ma è certo che stanno considerando seriamente l’aggiornata posizione americana e il fiancheggiamento russo. Ne vedremo l’esito, ancora aperto a ogni soluzione ma con uno spiraglio in più per una svolta negoziale. Non sfuggirà che in questo contesto se l’Europa continua ad essere un puzzle di posizioni, dove brilla l’ambiguità francese, Roma paga lo scotto della sua linea ondivaga e del rarefatto concetto di un’Italia «in prima fila per una soluzione politica che garantisca pace e stabilità durature in Libia».

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