Milan, ufficiale: Berlusconi vende ai cinesi

05 Agosto 2016 11.10
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Il Milan è cinese, il lungo addio di Silvio Berlusconi si è consumato la mattina del  agosto, con la firma sul contratto per la cessione del 99,93% del club rossonero a una cordata formata da imprenditori e dal governo di Pechino. Per ora c’è un preliminare, il closing è fissato per la fine dell’anno. Il prezzo è in linea con la valutazione del club da parte di Forbes, ma inferiore al miliardo che il Cav aveva fissato per privarsi di un pezzo del suo cuore. Sono 740 milioni, compresi debiti per circa 220 milioni, e l’impegno a investire 350 milioni nelle prossime tre stagioni.
INVESTITORI TOP SECRET. Quando tutto l’affare sarà concluso, il controllo del Milan passerà dunque alla Sino-Europe investment management Changxing, una società creata ad hoc da Haxia Capital (il fondo di Stato cinese per lo Sviluppo e gli investimenti) e Yonghong Li, manager che ha condotto la trattiva in prima linea. Restano anche riservati i nomi degli investitori, ma è ormai chiaro che l’acquisto del Milan, per Pechino, è anche affare di Stato, un altro tassello, forse il più importante, nella politica di espansione calcistica del presidente tifoso Xi Jinping.
350 MILIONI PER IL MERCATO. Berlusconi, che resterà presidente onorario, aveva promesso di cedere il Milan solo a chi avrebbe dato la garanzia di volerlo riportare tra le grandi mondiali. E così è stato. Nel contratto preliminare, infatti, è presente l’impegno per una campagna acquisti di tutto rispetto: «Con l’accordo», si legge nella nota ufficiale, «gli acquirenti si impegnano a compiere importanti interventi di ricapitalizzazione e rafforzamento patrimoniale e finanziario, per un ammontare complessivo di 350 milioni di euro nell’arco di tre anni, di cui 100 miloni da versare al momento del closing».
Per la gruppi bancari come Lazard, Bnp Paribas e Rothschild, oltre agli studi legali Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli&partners nonché lo studio Chiomenti, ne è un’altra prova.
MANCA SOLO IL CLOSING. È il prologo alla fumata bianca dopo più di un anno di trattative, ma non è ancora finita. Quando dall’altra parte del tavolo c’era Bee Taechaubol, infatti, il tanto sospirato closing non arrivò mai, rinviato di mese in mese fino alla rottura definitiva. Il broker tailandese era tornato alla carica negli ultimi giorni, dopo che era scaduta l’esclusiva per la cordata cinese, nel frattempo spaccatasi in due per divergenze di vedute sulla futura governance. Da una parte gli advisor Sal Galatioto e l’amministratore delegato in pectore Nicholas Gancikoff, dall’altra la Sino-Europe investment management Changxing. Una corsa a tre nella quale ha prevalso chi è arrivato prima con l’offerta più concreta, bruciando tutti sul tempo.

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