Le parole chiave della Fashion Week di Milano

24 Febbraio 2019 08.00
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In attesa delle ultime battute e delle ultime note, ecco un prontuario di quanto s’è visto delle sfilate autunno-inverno 2019-2020 a Milano. Con un paio di note di colore a margine.

CUISSARDES. Quelli di raso rosso di Emporio Armani. Quelli grintosissimi di Tod’s. Quelli di pizzo, infiniti, di Gianvito Rossi. Quelli colorati e altissimi, ma anche color biscotto e morbidissimi, di Max Mara (en passant: collezione di proporzioni perfette, colori donanti – oh quei turchesi – e modalità d’uso facili e molteplici per le donne impegnatissime che siamo. L’inverno è la stagione del gruppo emiliano da sempre, ma mai come questa volta ci è parso chiaro). Sapete perché le cuissardes continuano a dominare, in senso letterale e metaforico, le passerelle? Perché le donne hanno scoperto che slanciano-raddrizzano anche le gambe meno benedette da Madre Natura, al contrario dei tacchi che stroncano. Il combinato miniabito-cuissardes a tacco alto riproporzionano piccoline e altissime, dando a tutte un tocco da dominatrix che di questi tempi non dispiace. Sono un piccolo investimento ma ne vale la pena.

LATEX. Eh. Alessandro Dell’Acqua l’ha trasformato in geniali sotto-abiti, declinandolo in rosso e rosa carne, da sempre il suo colore feticcio e a proposito. Emporio Armani, questa volta parecchio osé nelle misure e negli effetti (per gli standard del signor Armani, si intende, fra i pochi rimasti che predichino davvero il verbo del less is more) l’ ha declinato in un effetto speciale nei leggings.

COLLARI E METALLO. Ci rendiamo conto di essere già al terzo elemento della panoplia fetish classica e un po’ punk che elenchiamo, ma se è vero che la moda anticipa e filtra in immagini e oggetti il momento che si sta vivendo, quello attuale non potrebbe di certo essere tutto fiori e sete. Dopo qualche titubanza, sembra proprio che Gucci voglia mettere in produzione i collari da mastino con punte di metallo estreme mandate in passerella sopra le giacche lineari e le gonne a pieghe. I ragazzi più giovani, ignari dei tempi di Sid Vicious, le stanno già cercando in giro, bisogna presidiare e giustamente. A noi sono piaciute le bretelle rivestite di spunzoni e gli orli parimenti decorati, ma come oggetto-simbolo su cui riflettere ex post fra qualche anno. Che i tempi siano “duri come il ferro”, saggia espressione popolare, lo dimostrano perfino i ferri da calza argentati che chiudono i cardigan e i caban tricottati di Les Copains, finalmente tornato a fare il proprio mestiere, e cioè la maglia.

VINILE E CIRÉ. Che cosa stavamo dicendo? Quello nero delle gonne a matita di Tod’s riluce nella notte e rende sexy le forme.

SPALLE. Speriamo vi piacciano ampie e rilevanti (Gucci, Etro), o definite, addirittura alzate e pagoda (Fendi, in abbinata con colletti alti). Alessandro Dell’Acqua risolve la questione rendendole mobili e adattabili a piacere, alzando o facendo scendere la zip posta perfino sul retro dei robes manteau e dei cappotti. Da Loro Piana si sceglie l’effetto vestaglia nei cappotti e si risolve la questione in modo classico.

INFLUENCER. Dove sono finiti? Fino a qualche mese fa stazionavano davanti all’ingresso delle sfilate, cercando di catturare l’attenzione dei fotografi, e dopo aver raggiunto l’obiettivo entravano in sala cercando di raggiungere il proprio posto, spesso collocato in “zona Siberia”. Si sono ridotti almeno della metà, forse qualcuno in più perché non ricordiamo tutte le facce: quelli, e quelle, brave e in gamba davvero, si sono trasformati in piccole o grandi aziende come Chiara Ferragni, facendo il salto di categoria. Degli altri si iniziano a perdere le tracce. «Bastaaaa, non ne posso più di blogger e influencer che vogliono venire alla sfilataaaa», ululava qualche settimana fa al telefono uno dei pr che vanno per la maggiore e che, guarda guarda, proprio una di queste influencer ha contribuito a lanciare. Evidentemente sono meno di moda, e perfino i Dolce&Gabbana, reduci ancora ammaccatissimi dal disastro cinese, hanno iniziato a fare marcia indietro, tornando a invitare alle sfilate i giornalisti e a pianificare la stampa e le testate serie.

MONCLER. È l’unica collezione che metta d’accordo tutti. Giornalisti, clienti, gente della strada (che in queste ore si sta godendo la spettacolare installazione del progetto Moncler Genius nei Magazzini Raccordati, prossimi al recupero da parte del gruppo di Remo Ruffini grazie a un accordo con il Comune di Milano: all’evento aperto oggi si sono iscritti in cinquemila). I buyer, italiani e internazionali, dicono di “tenere in piedi i conti grazie a Moncler”. Purtroppo, spesso, quello che piace alla stampa non piace alla gente, o forse non piace subito e richiede un carotaggio, una fase di adattamento e un processo di semplificazione, prima di entrare nella visuale di tutti. A noi in questo momento piacciono balze e capispalla oversize accostati a miniabiti-minigonne, grandi colli e latex. Poi scendiamo in metro e vediamo che, mentre noi siamo avvolti in scialli, coperte e tacchi alti a contrasto, tutto il mondo si veste in piumino e sneaker (quelle sì, oversize, ma solo quelle).

OVERSIZE. La spalla rimborsata e doppia nelle maglie di Etro; le giacche di Gucci. I cappotti couture di Terranova. Le proporzioni pazze di AU197sm. L‘Italia, generalmente conosciuta nel mondo come il paese della moda elegante sì, ma sempre a rischio strizzatura eccessiva, sta ribaltando i propri codici.

RUBY SLIPPERS. Ci infiliamo e ci infileremo ancora e vieppiù cuissardes, stivaletti e sneakers ma tutte, proprio tutte, vorranno le décollétées femminilissime, col tacco sagomato e i cristalli rossi all over di Prada (peraltro, una delle collezioni più riuscite della stagione, sexy e “cattiva” al punto giusto e che incanto quelle gonne dritte midi con il bouquet di fiori di stoffa applicato sul fianco). Si cresce con l’immagine delle scarpe magiche di Dorothy del Mago di Oz nel cuore, e non la si abbandona più.

I GGGIOVANI. Nota per la Camera Nazionale della Moda. Ci spiace, alcuni sono davvero bravi, Brognano per esempio, ma con un calendario compresso come questo, con i “big names” concentrati in tre giorni e location lontanissime l’una dall’altra, fatichiamo a vederli. Non basta organizzare un Talent e una cena per farli conoscere alla stampa mondiale l’ultimo giorno, quando la suddetta stampa è già a Parigi. La formula va un po’ ripensata, e i “big names” convinti a fare quadrato. Il calendario di Milano va restringendosi sempre di più.

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