La Scala e i soldi dell’Arabia saudita che puzzano

11 Marzo 2019 08.05
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Milano è turbata dal possibile arrivo dei sauditi alla Scala. Anzi, parrebbe proprio non volerlo. La querelle aggiunge motivo di contenzioso tra il sindaco e il presidente della Regione. Giuseppe Sala e Attilio Fontana, che già di loro non si sopportano, non se le mandano a dire. Al primo non è piaciuto che l’inquilino del Pirellone, in un’intervista al Corriere della sera, abbia detto che il progetto di far entrare Riad nel tempio della lirica (la Scala non è più da tempo il più importante teatro al mondo, ma lasciamoglielo credere) era stato ordito a sua insaputa. Il primo cittadino gli ha risposto che Philippe Daverio, in cda per conto della Regione, era al corrente di tutto.

Ora può essere che l’arguto critico d’arte, che tutto ha meno che la zelante precisione di un burocrate (e per fortuna), se ne sia dimenticato. Oppure, ma a pensar male si fa peccato, che Fontana abbia preso sottogamba la vicenda salvo poi ricredersi quando la polemica è esplosa. Certo che, siccome in ballo c’è un investimento da 15 milioni di euro, manna per un ente lirico per il quale, nonostante il già copioso interesse dei privati, i soldi non sono mai abbastanza, c’è da pensarci bene prima di dire di no. Quando mai ricapiterà di veder passare un treno così carico di denaro?

I SAUDITI ALLA SCALA NO, MA EGITTO, CINA E RUSSIA PER FARE AFFARI SÌ

La questione sembra aver messo d’accordo maggioranza e opposizione. La democratica Lia Quartapelle ha rilasciato una dichiarazione di fuoco dicendo che mai e poi mai un Paese che taglia a pezzi e brucia i giornalisti può mettere piede a Milano. Stessa posizione, anche se con toni più sfumati, da parte dei leghisti i quali un tempo, quando ancora la Padania non era stata annichilita dalla svolta sovranista, facevano campagna contro la presenza delle moschee. Si ricorderà per inciso il senatore Roberto Calderoli che a Bologna aveva portato a spasso un maiale sul terreno dove doveva esserne costruita una di nuova.

C’è un intero quartiere di Milano che è in mano al Qatar, con cui i Paesi arabi hanno interrotto i rapporti accusandolo di finanziare il terrorismo

Come sempre approssimativa l’opinione dei cinque stelle, che per bocca del ministro dei Beni culturali storcono il naso, definendo inappropriata la presenza di un Paese straniero in un cda italiano. Come se i libici nel consiglio di Unicredit o i rappresentanti degli emiri in quello di Alitalia non fossero mai esistiti. Paletto per altro superato dal fatto che a investire sulla Scala sarebbe Aramco, ovvero la compagnia petrolifera, anche se è ovvio che l’escamotage non cancella la valenza politica dell’operazione. Però Riad non la vogliamo, perché ignora la democrazia ed è pure violenta nell’annientare i suoi oppositori, vedi la sorte del povero Jamal Khashoggi, entrato con le sue gambe nel consolato saudita di Istanbul e uscito a pezzi in una valigia.

In compenso continuiamo tranquillamente ad avere rapporti con l’Egitto, che si è accanito con altrettanta brutalità su corpo di Giulio Regeni fino a trucidarlo. Firmiamo trattati sulla via della Seta con i cinesi che proprio un modello di democrazia non lo sono, e glorifichiamo Vladimir Putin e santa madre Russia che con gli oppositori sappiamo come si comporta. In più, senza andare lontano, c’è un intero quartiere di Milano, quello dei grattacieli per cui il capoluogo lombardo va giustamente fiero, che è in mano al Qatar, con cui i Paesi arabi hanno interrotto i rapporti accusandolo di finanziare il terrorismo. Che magari era in parte una scusa per regolare rivalità geopolitiche nella regione, ma la cui contiguità con i Fratelli musulmani (terroristi per i sunniti, forza politica borderline per gli occidentali) è un fatto acclarato. Due pesi e due misure, dunque. E vale sempre più la sensazione che il 'No pasaran!' frapposto ai sauditi sia una scusa per un regolamento di conti tra la Milano città Stato e l’orda sovranista che vorrebbe portare i suoi cavalli ad abbeverarsi sui Navigli.

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