Valentina Pasquali

Milk, l'eredità dei diritti gay

Milk, l’eredità dei diritti gay

17 Dicembre 2012 08.00
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da Washington

Di fronte a Stuart Milk si commuove anche Nancy Pelosi, leader della minoranza democratica al Congresso americano, ex presidente della Camera (prima donna nella storia a rivestire tale ruolo) e icona della politica al femminile negli Stati Uniti.
Ricorda Harvey, lo zio di Stuart, di cui fu collega nella San Francisco degli Anni 70: all’epoca Pelosi si faceva le ossa tra i democratici mentre Milk diveniva il primo uomo apertamente gay a essere eletto a una carica pubblica negli Stati Uniti (e poi, come ha raccontato Sean Penn nell’omonimo film del 2008, a essere ucciso per questa ragione nel 1978).
RACCOGLIERE L’EREDITÀ DI MILK. L’eredità di Milk è stata raccolta dal nipote, Stuart, da un decennio al lavoro a sostegno della comunità lesbian-gay-bisexual-transgender (Lgbt) americana e mondiale.
L’ATTIVISTA UNGHERESE RÓZSA. Ed è lui che, nello studio privato di  Washington D.C., in cui troneggia un divano color giallo, ha incontrato Pelosi, presentando a lei e poi al presidente Barack Obama il giovane attivista per i diritti gay ungherese di nome Milán Rózsa, oggi simbolo della battaglia in uno dei Paesi più a rischio d’Europa.
«Le porto qui Milán per ricordarle che le parole delle massime autorità americane contano anche all’estero, danno coraggio a giovani attivisti come lui», ha scandito Milk, aprendo un incontro privato al quale Lettera43.it ha potuto partecipare in esclusiva.
«Il coraggio che hai tu, il coraggio del dissidente è una benedizione», ha detto Pelosi al 24enne Rózsa.
LE NOZZE OMOSESSUALI IN USA. Il meeting tra Milk, Pelosi e Rózsa è arrivato in un momento altamente simbolico per la comunità gay americana. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti deciso di affrontare due casi che riguardano le nozze omosessuali: le attese sono alle stelle per una sentenza di proporzioni storiche che potrebbe portare alla legalizzazione del matrimonio in tutti i 51 Stati, dando la linea anche al resto del mondo.
«Chi è al comando di un Paese, i membri del governo e del parlamento, devono indicare la strada», ha infatti suggerito Pelosi a Lettera43.it «Se hanno paura i vertici, anche la gente ha paura, ma chi prende coraggio scoprirà che più persone del previsto sono pronte a seguire questa causa».
I DIRITTI DELLE MINORANZE. Uno spunto che, separatamente, abbiamo approfondito con Stuart Milk, attivo sia in Europa sia negli Usa per la diffusione dei diritti delle minoranze.

*Nancy Pelosi, Milán Rózsa e Stuart Milk durante il loro incontro.

DOMANDA. È verosimile pensare che la Corte benedica per sempre i matrimoni gay?
RISPOSTA. Sono molti gli scenari possibili. Bisogna anche capire se i giudici si accorderanno su un verdetto che ha un impatto nazionale uniforme o se invece preferiranno mantenere un approccio più limitato e localizzato.
D. Cosa si intende con localizzato?
R. La decisione della Corte Suprema potrebbe dare vita a un patchwork legislativo in cui alcuni Stati, come la California, legalizzano definitivamente il matrimonio gay, che viene poi per legge riconosciuto anche dal governo federale.
D. Gli Usa hanno fatto passi da gigante in poco tempo sui diritti gay. Come è stato possibile?
R. Le fondamenta sono state gettate da un movimento per i diritti civili dei gay che risale all’epoca di mio zio, gli Anni 70, se non addirittura a un decennio prima.
D. Già. Ma molte cose sono cambiate di recente.
R. Le vittorie legali e legislative sono correlate le une alle altre e sono il risultato di cambiamenti sociali. Penso che la crescente visibilità pubblica di personalità apertamente lesbian-gay-trans e bisexual, dai politici alle celebrità, e l’appoggio dato dalle aziende americane a questa causa, abbiano contribuito a modificare la percezione del pubblico.
D. In che modo?
R. Quando la gente comincia a conoscerci, che si tratti di un vicino di casa, un collega di lavoro, un consigliere comunale o un personaggio televisivo, diventa difficile spargere miti e bugie su di noi e su chi siamo realmente.
D. Dopo i matrimoni, quali sono le altre sfide della comunità Lgbt?
R. Negli Stati Uniti non abbiamo ancora le giuste protezioni sul posto di lavoro. A livello legislativo siamo rimasti indietro rispetto alle pratiche già consumate per le aziende che fanno parte della lista Fortune 1000.
D. Qual è il problema?
R. La nostra priorità è una legge anti-discriminazione approvata dal Congresso. Ma i repubblicani hanno già mostrato la propria opposizione a questa proposta.
D. Quindi come contate di muovervi?
R. Forse è meglio cominciare con un decreto presidenziale che proibisca, almeno a tutte le aziende private che lavorano con il governo federale, di discriminare le persone Lgbt.
D. L’esempio americano può ispirare il resto del mondo? 
R.
L’odio e il pregiudizio non si fermano ai confini di una nazione, né davanti agli oceani e alle catene montuose. Viviamo in un mondo sempre più mobile e interconnesso, ma non possiamo sentirci sicuri se otteniamo la perfetta eguaglianza dei diritti negli Stati Uniti ma non in Medio Oriente, se possiamo sposarci in Argentina, ma siamo perseguitati in Salvador.
D. L’Italia come si posiziona nella classifica della lotta alle discriminazioni?
R.
La mancanza di accettazione sociale delle persone gay e trans assomiglia un po’ alla situazione in cui ci trovavamo negli Stati Uniti un paio di decenni fa. Considerato che è la terza più grossa economia in Europa, su queste questioni il vostro Paese è decisamente indietro a altre nazioni europee di statura simile.
D. Lei cosa sta facendo per l’Italia?
R.
Equality Italia e il Gay center di Roma sono stati tra i nostri partner nell’organizzazione di conferenze ed eventi, spesso con il sostegno dell’Ambasciata americana di Roma e del Consolato americano di Milano.
Con tutti loro, speriamo di sostenere la leadership locale, creare esperienze collaborative con altre minoranze in Italia, costruire un dialogo reale tra attivisti e media.
D. Con che obiettivi?
R.
Il lavoro portato avanti nelle città italiane potenzialmente può portare progresso anche in altri Paesi mediterranei e dell’Europa centrale. L’Italia è un punto nevralgico da cui la lotta per l’eguaglianza e l’accettazione può poi partire in rotta verso altre nazioni, ma dobbiamo innanzitutto nutrire questo hub. 
D. Quali sono i problemi di cui le parlano più spesso gli attivisti italiani?
R.
Gli stessi con cui mio zio si confrontava 40 anni fa negli Stati Uniti. La comunità gay e trans in Italia fatica a rimanere unita e a trovare un terreno comune per superare le differenze organizzative, politiche e di personalità che esistono al suo interno.
D. Un limite.
R.
Sì. Sfortunatamente, proprio queste nostre difficoltà nel lavorare assieme, sono un assist involontario a chi vuole impedirci di raggiungere l’eguaglianza.
D. A Washington si è presentato con un giovane attivista ungherese, Milán Rózsa.
R.
La mia intenzione è dare un volto al movimento a livello internazionale e raccontare a tutti le difficoltà quotidiane che gli attivisti per i diritti dei gay devono affrontare nel resto del mondo.
D.  In Europa, l’Ungheria rappresenta il fronte della battaglia per i diritti delle minoranze.
R.
L’Ungheria ci insegna che i diritti umani e l’inclusione, una volta ottenuti, rimangono comunque un bersaglio per chi è motivato dalla paura e dalle divisioni. Come diceva mio zio negli Anni 70 la vigilanza deve essere il motto delle minoranze, «il prezzo che paghiamo per mantenere l’uguaglianza».
D Che cosa preoccupa maggiormente rispetto al futuro della lotta dei diritti dei gay?
R.
Due terzi dell’umanità vive in Paesi che non riconoscono il diritto della comunità gay e trans di esistere e che puniscono coloro che vengono identificati come tali.
I nostri diritti di persone Lgbt e in generale i diritti umani sono globali: non c’è altro modo di assicurarci che l’eguaglianza sia sostenibile.

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