Ottanta sfumature di Milva

Un talento trasversale, poliedrico, cerebrale. Che le ha consentito di passare dal teatro impegnato a Sanremo e viceversa. Facendosi ambasciatrice nel mondo di una italianità non stereotipata. Auguri, Pantera di Goro.

17 Luglio 2019 17.37
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Inutile nasconderlo, Milva sta male, da 10 anni. Da quando ha capito che non era più quella di prima, si nasconde al mondo. Oggi 17 luglio (o domani, visto che c’è chi fa nascere la Pantera di Goro il 18), ritirata nella sua discrezione, compie 80 anni. Ma attenzione, gli anniversari sono due, c’è anche il sessantennale di una carriera partita nel 1959, con la vittoria al concorso per le voci nuove della Rai.

MILVA, IL TEATRO IMPEGNATO E SANREMO

Da allora, un percorso su convergenze parallele: da una parte la musica e il teatro seri, impegnati, anche ostici, dall’altra le 15 partecipazioni a Sanremo, l’intrattenimento televisivo, la musica più o meno leggera, ma mai troppo. Con licenza di vasi comunicati, che è sola delle grandi. Milva non è mai stata una campionessa di simpatia, diciamolo: la sua avvenenza snob, la sua convinzione, politica e artistica, il modo di porsi… C’è chi ha il dono di farsi adottare, di sviluppare empatia, e chi non ce l’ha. Inutile insistere. Una sua presunta rivale, Mina, ce l’ha sempre avuto.

Milva a Sanremo nel 2007 (Lapresse).

Milva, come anche Ornella Vanoni, no. Iva Zanicchi, sì. Ma tutte queste stupende interpreti avevano più cose in comune di quanto non sembrasse: un talento davvero indiscutibile, la voce sopraffina, sia pure su registri diversi, la serietà, la consistenza artistica; su tutto, una sorta di versatilità culturale trasversale, basti pensare a Mikis Theodorakis, il grande compositore greco omaggiato sia da Milva sia da Iva. O Strehler, trait d’union tra Milva e Ornella.

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Milva, la pantera di Goro, compie 80 anni.

UNA CARRIERA MULTIFORME

La Milva, la Iva, la Mina, l’Ornella (come diceva Tognazzi, impresario di Orietta Berti, nell’Uccellino della Valpadana): bastava il nome di battesimo per queste donne, artiste, capaci di raccogliere qualsiasi sfida, musicalmente curiose, artisticamente complete. Milva e il Festival, Milva e il teatro, Milva e Brecht, Milva e Battiato, Milva e Berlino, Milva e Jannacci, Milva e i Canti della libertà, Milva e la Filanda, Milva e la Piaf, Milva e Alda Merini, Milva e Luciano Berio, Milva e Giorgio Faletti, Milva e Vangelis, Milva e Kurt Weill, Milva e Morricone, Milva e Astor Piazzolla: quante Milva abbiamo avuto in una carriera che ha accompagnato i migliori anni della nostra vita? Infinite, diremmo. Come una prospettiva cubista.

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Giorgio Faletti e Milva a Sanremo nel 2007 (Lapresse).

Cerebrale, d’accordo, eppure emotiva, rosso fuoco come la sua chioma, come la passione che la portò, esattamente come le colleghe-rivali, a scelte discusse ma coraggiose anche sul fronte sentimentale. Femministe a modo loro, che dimostravano la loro indipendenza coi comportamenti, sfidando, quasi loro malgrado, il perbenismo del tempo, l’intreccio dei media, una certa immagine rassicurante.

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UNA COVATA IRRIPETIBILE DI ARTISTE

Milva, rassicurante, non la è stata mai. Anzi dava l’impressione di fregarsene, quasi di giudicare il pubblico che doveva giudicarla. Chi vive a Milano centro, da gran tempo, può ricordarla sulla sua bici, occhiali scuri e chioma fiammeggiante, incedere come una regina infastidita e divertita. Rigorosa, dura anche nel ritiro: il corpo comincia ad arrendersi, le corde vocali non sono più quelle e lei chiude, con dolore ma senza tentennare. Così è stato, così sia. È stata l’unica di quella covata irripetibile a resistere alle sirene dell’eternità, a decidere che non era più il caso di insistere.

Milva è nata nel 1939 a Goro, in provincia di Ferrara (Lapresse).

Donne così, di pochi compromessi, riscattate da una classe e un talento che parlavano da soli. E il guaio è proprio questo, che di quella trasversalità, quella versatilità, quella bulimia artistica e culturale, hai voglia a dire, si è persa la traccia. Ecco, dovessimo riassumere la figura di Maria Ilva Biolcati, in arte Milva, sceglieremmo proprio questa immagine: una fiamma rossa che vaga dappertutto, tormentata, inquieta, e non smette mai di ardere. Fino alla fine.

AMBASCIATRICE DI UNA ITALIANITÀ NON STEREOTIPATA

Per questo non ha senso stabilire classifiche e rivalità. Non ha senso chiedersi chi fosse la più brava. Ciascuna di loro viveva di una propria esistenza, anche artistica, e faceva corsa sui propri limiti e sulle sue possibilità. Milva è arrivata a cantare in sette lingue diverse. Con la bellezza di cui era dotata, con l’avvenenza che prorompente le usciva, quasi sfuggendole, avrebbe potuto essere più ammiccante: ha scelto una seduzione cerebrale, algida se si vuole, ma che la rappresentava in pieno. Celebrarla non è facile, non solo per il suo ritiro ormai lontano. Ma dimenticarla sarebbe imperdonabile. Milva nel mondo, nei teatri del mondo, nelle folle del mondo, a portare in giro i suoi quasi 200 album e le sue infinite suggestioni cubiste, il suo fascino difficile, la sua passione complicata. Una ambasciatrice di una italianità diversa, per niente facile, per niente stereotipata. L’anno scorso, proprio al Festival di Sanremo, dietro impulso di Cristiano Malgioglio, il primo speciale alla carriera ma soprattutto alla donna. A quell’essere Milva, senza sconti. Senza scuse e senza rimorsi. Milva sta male, si nasconde al mondo, ma c’è, nella sua eredità che nessuna può raccogliere.

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