Miraggio Uganda

Vita Lo Russo
12/12/2010

Per Eni un ritorno di fiamma che vale 1,5 miliardi di barili.

Miraggio Uganda

È un partita silenziosa, miliardaria, dove in ballo c’è una promessa estrattiva da 1,5 miliardi di barili di petrolio. Protagonista Eni, la multinazionale tricolore che dopo aver fatto un passo indietro sulle concessioni estrattive del lago Albert in Uganda, un giacimento da 700 milioni di barili attualmente in mano alla compagnia irlandese Tullow Oil, guarda con interesse a nuove esplorazioni in altre zone del Paese, che potrebbero darle la chiave di accesso a una fornitura petrolifera molto competitiva  nei confronti di big come Exxon, Total e Bp.
Il progetto però potrà realizzarsi solo se il cane a sei zampe riuscirà a superare un grosso ostacolo logistico: far arrivare il petrolio al mare, costruendo una pipeline di collegamento. A questo sta pensando la controllata Saipem, che parta dal Congo, attraversi l’Uganda e sbocchi a Mumbasa, in Kenya.

Il precedente è un accordo sospeso

Rischi ridotti. L’Uganda è una terra promessa nel settore petrolifero: nuovi pozzi da esplorare, pochi concorrenti con cui sgomitare. Qui i rischi, se messi a confronto con quelli si corrono in Nigeria, sono pressoché irrisori.
L’ Eni lo scorso anno aveva in mente di accaparrarsi le concessioni di utilizzo del 50% di due blocchi estrattivi situati sulla costa ovest del lago Albert. Alla fine, nel tira e molla delle licenze, i diritti sono andati alla Tullow Oil, una compagnia irlandese che in Uganda gioca la parte del leone e che oggi controlla oltre al blocco numero due, anche i campi estrattivi fino allo scorso anno contesi con il gruppo italiano.
Offerta da 150 milioni. A novembre del 2009 Eni si era lanciata sull’Uganda con un piano di investimenti senza precendenti. Per accedere alle licenze ancora scoperte aveva offerto, cash, 150 milioni di dollari.
Non solo. Aveva promesso una linea di investimenti da 1,35 miliardi di dollari, e un programma pluriennale di sviluppo da 13 miliardi di dollari. Sette miliardi in meno di quelli stanziati nel pozzo iracheno di Zubair, l’impresa estera più costosa di Eni.
Ma l’operazione si è rivelata più complessa del previsto. Tullow, che in un primo momento aveva dato il benvenuto all’italiana lasciando presagire importanti collaborazioni,  compresa la costruzione della pipeline e nuove trivellazioni esplorative a quattro mani, ha fatto dietrofront, aggiudicandosi tutto il malloppo delle licenze e lasciando Eni a secco.

La bufala della mazzetta

Le tangenti fantasma. E proprio allora hanno cominciato a circolare voci su un presunto giro di tangenti, di cui ha parlato anche Wikileakes il 10 dicembre scorso (leggi) che sarebbero state sborsate dal cane a sei zampe alle autorità del Paese africano per ottenere agevolazioni nelle gare.
All’indomani dell’annuncio delle iniziative ugandesi di Eni, la stampa di Kampala parlava di 2 milioni di dollari sospetti intascati dal ministro dell’energia Hilary Onek (leggi). Tuttavia, dopo un’inchiesta lanciata dal presidente Museveni in persona, le accuse si sono rivelate del tutto infondate.
Un cablo non vero. Nel cablogramma datato 14 dicembre 2009 pubblicato dal sito di Julian Assange, l’ambasciatore Usa Jerry P. Lanier riportava a Washington un colloquio avuto con il vicepresidente per l’Africa della Tullow, Tim O’Hanlon, che aveva raccontato di ministri ugandesi che avrebbero ricevuto benefici da Eni per ottenere la gestione di due campi petroliferi.
La multinazionale di San Donato (Milano), non solo ha respinto le accuse, ma fonti interne hanno spiegato a Lettera43.it di aver già incaricato i legali di tutelare la propria immagine e la propria reputazione per chiedere un «doveroso risarcimento del danno».
Nessuna rappresaglia contro Assange, ha tenuto a specificare la fonte che ha preferito restare anonima, ma eventuali azioni legali si scaglieranno contro chi ha infangato il nome di Eni nei palazzi ufficiali tanto di Kampala quanto di Washington. Forse la stessa compagnia irlandese.

L’affare mai dimenticato

Ma Eni non molla. Operazione complicata quella ugandese, per Eni. A cui, però, l’azienda italiana non intende rinunciare. Tra due settimane, infatti, stando alle informazioni raccolte da Lettera43.it, Paolo Scaroni farà di nuovo rotta su Kampala per incontrare il presidente dell’Uganda.
Lo scenario sarà diverso rispetto a un anno fa: i campi petroliferi attivi sono già in mano alla Tullow, ma la compagnia è stata accusata di non aver pagato le tasse quando si è impossessata delle concessioni e adesso rischia che le vengano bloccate le autorizzazioni.
Non solo. «Per ora il governo ugandese ha anche congelato le licenze esplorative di nuovi campi», ha riferito l’ambasciata ugandese a Roma a Lettera43.it, «in attesa di una nuova regolamentazione nel settore del petrolio», per evitare appunto che il miraggio di 1 miliardo e mezzo di barili ancora sottoterra, alimenti appetiti selvaggi e corse a trivellazioni incontrollate.
Saipem punta alla pipeline. E anche se Eni non ha confermato (né smentito) il ritorno di fiamma ugandese, sta di fatto che fino a oggi ha già speso nel Paese sub sahariano 15 milioni di dollari.
Mentre Saipem, la sua controllata, è stata coinvolta nel progetto di costruzione di una pipeline che andrà a collegare il lago Albert al mare.
Il tubo dovrebbe partire dal Congo, dove Eni ha altre attività estrattive, attraversando le zone ancora inesplorate dell’Uganda dell’est, nei pressi del ricco lago, vicino ai blocchi attualmente nelle mani della compagnia irlandese, per arrivare fino all’Oceano indiano.
A oggi le attività sub sahariane fruttano all’Eni 450 mila barili di petrolio al giorno, estratti principalmente in Nigeria, Angola, Ghana, Congo, Gabon e Mozambico. Un potenziale giacimento da 1,5 miliardi di barili farebbe decollare il ruolo del cane a sei zampe anche in Africa.