Il silenzio di Moavero davanti allo scontro tra Italia e Francia

10 Febbraio 2019 10.00
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C'è un assente illustre nella partita diplomatica che rischia di esacerbare l'isolamento dell'Italia in Europa, ed è colui che di questa partita dovrebbe tirare le fila. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi è rimasto ai margini della crisi che nelle ultime settimane ha visto Italia e Francia entrare in collisione su una serie di dossier – dalla Tav ai migranti – e che, il 7 febbraio, è sfociata nella decisione di Parigi di richiamare l'ambasciatore a Roma Christian Masset. Un evento senza precedenti dai tempi della Seconda guerra mondiale. La marginalità di Moavero è testimoniata non solo dalla timidezza delle sue dichiarazioni pubbliche, ma anche e soprattutto dal fatto stesso che la politica dello scontro adottata da Roma con l'Eliseo è agli antipodi di quello che è il credo del titolare della Farnesina. Fautore del dialogo tra i Paesi fondatori della Ue e, nello specifico, di un rapporto stretto con la Francia di Emmanuel Macron.

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MOAVERO SCHIACCIATO NELLA MORSA DI SALVINI E DI MAIO

L'esautorazione del ministro tecnico per mano degli ingombranti vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini – già sperimentata dal ministro dell'Economia Giovanni Tria – non è, nel caso di Moavero, limitata al solo dossier francese. Nelle scorse settimane, il titolare della Farnesina è rimasto schiacciato nella morsa gialloverde prima sulla questione del ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan, poi sulla scelta di endorsare o meno l'autoproclamato presidente del Venezuela Juan Guaidó. In entrambi i casi, sia la Lega sia il Movimento 5 stelle (M5s) hanno rubato la scena al ministro, nel tentativo di far prevalere la propria linea su quella dell'altro azionista di governo. In Afghanistan, i pentastellati hanno annunciato l'imminente ritiro del contingente italiano, incontrando a stretto giro l'altolà del Carroccio. In Venezuela, viceversa, è stata la Lega a fare la prima mossa, con Salvini che s'è detto a favore della caduta del regime di Nicolás Maduro e il M5s che, dopo qualche esitazione iniziale, s'è schierato per la linea della non ingerenza. L'intervento di Moavero è stato ambedue le volte tardivo, risolvendosi in frasi di circostanza che non hanno fatto che alimentare la sensazione di scarsa incisività che caratterizza la sua azione. Tesa più alla mediazione – spesso a scontro già consumato – tra Salvini e Di Maio che a una effettiva conduzione della politica estera del Paese.

UN MINISTRO EUROPEISTA AMMUTOLITO DAL GOVERNO SOVRANISTA

Rispetto a quanto visto in Afghanistan e Venezuela, l'elemento di novità introdotto dalla crisi diplomatica francese è che, questa volta, Salvini e Di Maio si trovano dalla stessa parte della barricata, contro il comune nemico Macron. E anzi fanno a gara a chi irrita di più l'inquilino dell'Eliseo nel tentativo di affermarsi come primus inter pares nella galassia sovranista che si affaccia alle elezioni europee del maggio prossimo. A questo si aggiunge che lo scontro con Parigi, unito al progressivo avvicinamento di Roma al blocco euroscettico dell'Est, dovrebbe andare a toccare il nervo scoperto di un ministro che a Bruxelles ha passato gran parte della sua carriera. Nel curriculum di Moavero spiccano 20 anni trascorsi nei corridoi delle istituzioni europee, come «segretario generale vicario della Commissione europea, direttore generale del Bureau of the European Policy Advisors, consigliere speciale per gli aspetti giuridici del mercato interno del commissario Michel Barnier, del vicepresidente della Commissione Frans Timmermans per la “Rule of Law”». Eppure, in un giorno storico per le relazioni tra Roma e Parigi che tanto scalpore ha destato tra i media del continente, la reazione di Moavero s'è limitata a poche parole di circostanza.

Macron ha avuto il coraggio di sventolare la bandiera blu-stellata: richiamo d’orgoglio europeo e promemoria a chi questa bandiera la nasconde per pavidità o infelice polemica

«Francia e Italia sono nazioni alleate e profonda è l'amicizia fra i due popoli», ha detto il ministro degli Esteri. «La difesa e il confronto sui rispettivi interessi e punti di vista, nonché il dibattito politico per le prossime elezioni per il parlamento europeo, non possono incidere e non incideranno sulle solide relazioni che ci uniscono da decenni». Nessun richiamo all'ordine, tanto per Di Maio quanto per Salvini. Liberi, domani come ieri, di proseguire nelle loro invasioni di campo. E di attaccare quel Macron che nell'aprile del 2017 il titolare della Farnesina elogiava apertamente, in un articolo pubblicato sul Corriere della sera, definendolo «latore di azioni concrete, di miglioramenti reali, non solo di riferimenti valoriali — pur fondamentali — e ancor meno di utopie». Macron, scriveva Moavero, «si riallaccia alla scuola dell’europeismo del fare. In un Paese che ama il suo tricolore, dall’esaltante simbologia storica, ha avuto il coraggio di sventolare la bandiera blu-stellata: richiamo d’orgoglio europeo e promemoria a chi questa bandiera la nasconde per pavidità o infelice polemica». Parole che, a un anno e mezzo di distanza, spiegano l'imbarazzo di un ministro europeista – per di più a tinte macroniane – chiamato a tamponare l'impeto sovranista di Salvini e Di Maio. Non, a maggior ragione, il suo silenzio.

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