L’estetica, il comunismo e noi come Peppone in Russia

Lo stile e la moda legati a quel periodo, che noi occidentali consideriamo un esercizio intellettuale seducente, fanno orrore ai ventenni dell'ex Urss. E viene da pensare che il mondo globale in realtà non esista (ancora).

23 Giugno 2019 09.00
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Giovedì scorso ho tenuto il secondo appello della sessione estiva del corso di Luxury brand communication in Sapienza e mi sono sentita come Peppone in Russia. Cioè, l’unica entusiasta di poter baciare il suolo della Grande Madre Russia. Giovannino Guareschi guardava più lontano di quanto credessimo, o almeno di quanto credessi io fino a quando, all’ennesimo studente di origine russa/ucraina/kazaka/georgiana, insomma ex Urss, che mi guardava storto (non parlo di due-tre povere anime, parlo di una ventina di laureati nelle più varie discipline, e non è nemmeno il primo anno che questo accade), ho capito che il Costruttivismo e in genere i collettivi estetici piacciono solo a noi dell’ultima generazione vissuta nel mito del comunismo e dei suoi eroi artistici, fossero pure due semi-sconosciute ai più come Vera Mukhina o Nadezka Makarova che tentarono di uniformare l’abbigliamento entro poche direttrici chiare e avulse dalla moda.

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Una statua di Vera Mukhina.

NESSUNO È PROFETA IN PATRIA

Ho capito anche che il corso impresso negli ultimi anni a Balenciaga dal direttore creativo Demna Gvasalia, che a noi occidentali vissuti nel mito eccetera piace moltissimo proprio perché rilegge in chiave moderna la lezione del Costruttivismo innestandovi lo studio dei volumi fatto dal fondatore della maison Cristobal Balenciaga, in Russia e nella stessa Georgia dov’è nato è quasi del tutto sconosciuto, al contrario di tutti i marchi italiani (fra i russi, Gvasalia sconta anche il fatto di essere nato a Sukhumi. Sapete come va: c’è un Sud a ogni latitudine, e 70 anni di comunismo a cui è seguita la corsa all’arricchimento personale non hanno fatto che acuirne la percezione).

Demna Gvasalia, direttore creativi di Balenciaga.

COMUNISMO, UN PASSATO DIFFICILE

A un certo punto, uno di questi ventenni moscoviti me l’ha proprio detto: «Senta, i miei nonni mi hanno parlato degli anni del comunismo, e mi pare che la crisi di adesso, con il crollo del potere di acquisto del rublo (non ha citato Putin, naturalmente, nda) sia niente al confronto di allora: capiamo l’importanza di studiare la storia, ma quello per noi è un passato difficile». Ho ricordato brevemente che, senza il comunismo, ben pochi fra i loro nonni sarebbero potuti andare a scuola, ma ho capito che insistere era vano, soprattutto con i kazaki che sono passati da un regime a una dittatura e lo sanno benissimo: molti di loro stanno cercandosi un lavoro qui, fra Roma e Milano, perfino in questo Paese che offre pochissime opportunità, pur di non dover rientrare nel proprio. Hanno una coscienza precisissima della propria posizione geografica, stretti come sono fra Russia e Cina e con il sottosuolo intriso di petrolio, e della precarietà politica e culturale in cui sono costretti a vivere.

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SE LA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NON È CONTEMPLATA

Con tutta la classe, stiamo lavorando da tempo a un progetto collettivo sull’evoluzione dei media. Il gruppo è vastissimo e composito, si va dalla Lituania al Brasile, dalla Svezia all’Indonesia: gli studenti che vi partecipano arrivano da culture, formazione ed esperienze diversissime, talvolta – e appunto – da Paesi dove la libertà di espressione non solo non è garantita, ma non è nemmeno contemplata, ed è straordinario, per esempio, capire come le ragazze iraniane riescano ad aggirare divieti e censure nella lettura e nella vita di tutti i giorni in una apparente, continua riproposizione del romanzo Leggere Lolita a Teheran, e persino ad acquistare moda occidentale supergriffata grazie all’attività degli influencer locali.

LA NOSTALGIA PER IL LUSSO PRE-RIVOLUZIONE

Ma nessuno più di questi ultimi eredi della Rivoluzione del 1917 sembra idolatrare le testate di lusso nate prima di quella data e scomparse insieme con la famiglia Romanov a Ekaterinburg: sono andati a cercarne le copertine, gli articoli, quel poco che è rimasto di un passato che vivono come glorioso e, soprattutto, come espressione della libertà di iniziativa e dello spirito individuale. Lo presentano con accenti meravigliati, orgogliosi (anche-noi-avevamo-il-nostro-Vogue-decenni-prima-di-essere-colonizzati-da-quello-americano) e dunque nostalgici. Hanno fatto fatica a lavorare in gruppo, perché tengono moltissimo a raggiungere qualunque risultato da soli, a dispetto della leggenda che i nostri pedagoghi attuali hanno creato attorno al tema del team building: certamente sarà valido negli Stati Uniti, dov’è stato formulato nella sua forma attuale, ma non in un Paese dove tre generazioni hanno vissuto nei caseggiati collettivi, condividendo anche le pentole, sempre a rischio di essere denunciati per le proprie idee dal vicino.

Gosha Rubchinskiy, stilista moscovita.

SOLO NOI SIAMO SEDOTTI DA CERTI MODELLI

Di sicuro, noi italiani non abbiamo ancora fatto i conti col fascismo, ma altrove il comunismo ha lasciato tracce indelebili perfino nelle manifestazioni dell’estetica. Anche il concetto dell’abito unico, che noi troviamo un esercizio intellettuale tanto seducente, fa semplicemente orrore a questi ragazzi che pure sono nati ben dopo il crollo del muro di Berlino. Resta dunque da capire quanto della moda che ci viene presentata, e che a quegli anni dichiaratamente si ispira, non sia stata creata solo per sedurre noi, che non abbiamo mai sperimentato il comunismo reale e che per quell’epoca manteniamo interesse e passione, continuando a raccontarla, tramandarla e insegnarla. Quando penso alle articolesse che noi europei occidentali dedicammo nel 2016 alla sfilata del moscovita Gosha Rubchinskiy «che si ispira ad Aleksandr Rodchenko e Timur Novikov» a Pitti Uomo, inizia a venirmi in mente Gino Cervi con il cappello di astrakan. Quando, poi, mi sovviene che il collettivo Vetements, di cui fanno parte i fratelli Demna e Guram Gvasalia, ha spostato il proprio quartier generale da Parigi a Zurigo, mi scappa anche un po’ da ridere. Devo però riconoscere una cosa: i ragazzi dell’ufficio stampa Balenciaga sono davvero bravissimi.

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Commenti: 1

  1. Strepitosa Giacomotti. Ma forse che i ggiovani guardano il lusso come stile di vita e non certo come stile e bellezza insomma.
    La bellezza è lontana dal lusso.
    Pensiamo a quel tamarro di philipp plein, a quanto può essere cafone e puzzone e ciò nonostante acchiappa, piace. Quartier generale in svizzera e villone pacchiano sulle colline di los angeles. Altro che la casa di lautner.
    Quante amiche ho che si son date alla prostituzione a tempo determinato per acquisire appunto uno stile di vita philipp plein, uno stile di vita balenciaga. Il pacchetto completo intendo.
    e se magari è perchè la bellezza di oggi è tornata ad essere un grido di ribellione?
    alecmonopoly che prende oggetti firmati ci spruzza vernice e li rivende.
    Ci illumini meravigliosa fabiana su una bellezza più consistente e audace, più potente e duratura che questi son tutti figli della finanza facile
    personalmente preferisco esser stregato a lungo

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