Quando la moda si fa metafora dei diritti delle donne a rischio

03 Marzo 2019 08.00
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Fetish o protezione? Offesa o difesa? Se la moda è specchio dei tempi che viviamo, la sovrabbondanza di spikes, di punte metalliche, che insieme con le spalle sovradimensionate e le maschere, vestono la stile del inverno 2019-2020 che ha sfilato a Milano e a Parigi, dovrebbe farci riflettere. Qualcuno, io stessa, l’ho definita «una moda per tempi inquieti», come tali intendendo il momento politico, in particolare in Italia e in Francia. Dopo aver visto la collezione di Olivier Rousteig per Balmain, e quell’impermeabile di pvc trasparente ricoperto di punte metalliche come una corazza, o una versione moderna della Vergine di Norimberga, inizio invece a farmi l’idea che i tempi non siano tanto, o non solo, difficili per la società, quella europea in particolare, ma per le donne, tutte in generale. Vedo una stessa volontà di dominio e di controllo della sessualità femminile e del suo organo riproduttivo (e si, irriproducibile), l’utero, nella proposta leghista di riaprire le case chiuse e nell’onda lunga, serpeggiante anche fra certi rotocalchi di presunta tendenza e spacciata eleganza, di trasformare la gpa, la gestazione per altri, in un «dono», in una «condivisione», in un «atto di generosità», dimenticando tutte le (immense) valenze negative del gesto, e per la salute fisica e psicologica della donna, e per il soggetto del desiderio, ovunque trattato e descritto come un oggetto, il bambino.

GPA, CASE CHIUSE, DDL PILLON: TUTTI GLI ATTACCHI ALLE DONNE

Di questioni bioetiche e mediche relative alla gpa avevamo scritto nel 2017 da queste colonne (anzi, da questo scroll, siamo su una testata online), combattendo per settimane contro le osservazioni e i commenti dei tanti, e delle tante, convinte che la maternità fosse, anzi sia un «diritto» da ottenere a ogni costo e con ogni mezzo, e il figlio un’estensione della propria volontà (una scrisse «ho un buon lavoro, un marito che mi ama: mi manca solo questo per essere completa», come se la vita fosse una raccolta di figurine o un puzzle, e il figlio il pezzo mancante). Alla proposta leghista di riapertura delle case chiuse (cito il discorso della senatrice Angelina Merlin al Senato del 12 ottobre 1949, appena ripubblicato dal Foglio: «Schiave col consenso della legge»), alla strisciante campagna vestita frou frou a favore della trasformazione dell’utero femminile in un luogo di lavoro che accomuna una corrente trasversale, composta da omosessuali maschi e donne impossibilitate ad avere figli per le più svariate ragioni (non di rado, aver solo procrastinato la maternità oltre la naturale scadenza procreativa), ora va aggiungendosi il ddl Pillon contro l’aborto e che rende sempre più difficile per le donne separarsi, oltre a produrre una serie di effetti collaterali di non poco conto per i bambini, costretti a dividersi fra le case dei genitori per un numero di giorni stabilito dal tribunale.

LE RAGAZZE DI OGGI NON REAGISCONO

Non vedevamo un simile attacco misogino da decenni ma, a differenza degli Anni '70, ci pare che venga ampiamente sottovalutato dalle ragazze giovani. Ne abbiamo viste poche nelle piazze, non sento nessuna parlarne in università o nei luoghi di lavoro. Sembrano dare tutto per acquisito, come se i diritti conquistati dalle loro madri e dalle loro nonne non fossero, invece, frutto di una lunga battaglia e di posizioni occupate solo (e purtroppo) temporaneamente. Se a questo si aggiunge un altro dato, ben noto alle banche da anni e che il settimanale Elle ha messo in rilievo proprio a fine febbraio, e cioè il rischio di dipendenza economica dal compagno a cui stanno tornando le donne occidentali, le più giovani in particolare, è ovvio che il quadro sia allarmante. Minore forza economica, rischio di minore controllo sulla propria sessualità e sul diritto alla procreazione, spinta per il controllo statale della prostituzione, campagna a favore della trasformazione dell’utero in un’alternativa al lavoro. Altro che punte di metallo sui cappotti.

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