Quel che Mogol non dice (e non può dire)

Massimo Del Papa

Quel che Mogol non dice (e non può dire)

Il presidente della Siae se la prende con «i giganti del web». Che vanno sì arginati. Ma non bastano a spiegare la disaffezione nei confronti del cinema. C'è una mutazione antropologica in corso. Per cui quel che può essere differito si recupera. Mentre l'evento in diretta conserva la sua magia.

10 Luglio 2019 20.12
Like me!

Curiosamente luglio è tempo di riassunti, prospetti, verifiche, tanto per stressarsi meglio in attesa dell’autunno (caldo, come al solito) che verrà e i riassunti prospetti eccetera sono una gran bella cosa, solo che quasi sempre scoprono l’acqua calda. Prendiamo ad esempio l’Annuario Siae appena licenziato: “luci ed ombre”, titolano le agenzie. Poi specificano: reggono musica e teatro, va bene pure la lirica, che volendo è una combinazione dei due, tiene anche lo sport, arranca, se non affoga, il cinema. Otto milioni di biglietti in meno, nessuna pellicola nazionale nella top ten del 2018. Al contrario, pur se i prezzi dei biglietti salgono, concerti e concertoni funzionano sempre (a parte quelli di Ligabue). Dulcis in fundo, la solita Italia spaccata in due: Milano che spende e spande, il Sud che non ce la fa, si arrangia come può, paga il dazio dei pochi spazi, di certa disorganizzazione, forse anche di una rassegnazione ormai endemica.

IL BRIVIDO DELL’ATTIMO FUGGENTE CONSERVA LA SUA MAGIA

Acqua calda, appunto: da quanto tempo va così? Da quanto il nostro tanto strombazzato “cinema d’autore”, che poi si risolve regolarmente in filmetti lagnosi o pretenziosi, assai poco universali, assai tanto romani, fa flanella al botteghino? Da quanto si parla di “riscoperta della musica classica”, di “amore (relativo, va pur detto) per la lirica, di fedeltà, più o meno, del pubblico ai grossi calibri del pop? C’è però una chiave di lettura da considerare, in controluce. Vedi caso, a tenere botta sono sempre e solo gli eventi in diretta, dal vivo, non replicabili: concerti, opere, piéce, partite, incontri. Mentre il cinema, che nella sua meraviglia è una proiezione, resta indietro. È una mutazione antropologica, ampiamente in corso, ma che si conclama anno dopo anno: quel che può essere differito si recupera, con calma, a casa, scaricandolo in modo più o meno disinvolto. Il brivido dell’attimo fuggente invece conserva la sua magia, chi può ci investe sopra, tutti amano essere lì dove l’evento succede e l’imponderabile può diventare eternità.

Malgrado tutto, gli schermi superfantasmagorici, la tecnologia Oled, il 4K, la vita è altrove, resta altrove, resta vita

Così ci ha cambiati internet, così ci ha geneticamente modificati la tecnologia delle immagini, dei contenuti. È, si direbbe, ancora il trionfo del reale sul virtuale: malgrado tutto, gli schermi superfantasmagorici, la tecnologia Oled, il 4K, la vita è altrove, resta altrove, resta vita e gli umani, questi animali sempre più asociali che però esistono in società, non sono disposti a rinunciarci. Non ancora. Tutto questo l’Annuario Siae, illustrato mercoledì 10 luglio nella sede dell’associazione Civita a Piazza Venezia, a Roma, presenti tutti i papaveri, non lo indica espressamente, eppure emerge prepotente a una prospettiva appena più smaliziata, che non si limiti all’arida consistenza contabile, tot biglietti, tot presenze, tot incassi. Dice la Siae che «grazie a questo solido bagaglio di informazioni, unico ed estremamente complesso, [essa] è in grado anche di anticipare le tendenze e le sfide che attendono l’industria creativa italiana» Sarà, anche se pare più un passaggio altisonante da comunicato stampa.

MOGOL E QUELLA INTEMERATA DI CORTO RESPIRO

La realtà sembra diversa, suggerisce più un arrancare alla ricerca di formule, di genialate ragionieristiche e la stessa intemerata del presidente, Giulio Rapetti Mogol, contro «i giganti del web» rischia di suonare, se non anacronistica, comunque di corto respiro. Sì, d’accordo, giusto arginare lo strapotere di piattaforme, di sistemi pervasivi, onnipotenti quanto disinvolti, ma se è tutta qui la prospettiva, allora non è sufficiente. «La sfida più grande – tuona il Gran Mogol – per la Siae oggi è la direttiva sul diritto d’autore. È incredibile che si faccia la carità alle grandi piattaforme del web, che sono già miliardarie e per giunta americane – dice – tanto più che oggi in Italia l’86% dei cittadini è d’accordo con noi (…). Chiederemo un incontro a tutti i politici. Chi non è d’accordo ci dica perché».

Giulio Rapetti Mogol, presidente della Siae.

Cosa manca? Manca tutto il resto. Manca, ci pare, la consapevolezza che il problema di una disaffezione relativa, puntata soprattutto sulle sale cinematografiche, non riguarda esclusivamente o specificamente il diritto d’autore. Manca la presa d’atto che c’è un problema a monte ed è lo scarto fra riproduzione e realtà. E un’altra cosa, forse, bisognerebbe dire. Che, fino a quando pellicole e dischetti risulteranno così fragili, così transeunti, sarà fisiologico per il pubblico lasciarli passare, al massimo recuperandoseli via smartphone o tablet. Perché dovrebbero spenderci quei soldi che, invece, convogliano negli spettacoli dal vivo? Ma questo, forse, Mogol non può dirlo, impegnato com’è a difendere una leggenda di cui è parte fondamentale: quella di un’epoca irripetibile, a confronto della quale ogni altro periodo artistico impallidisce.

Non si può risolvere tutto chiedendo ai politici la blindatura da un web che, volere volare, ormai è parte di noi

Si può comprendere, ma non si può risolvere tutto chiedendo ai politici la blindatura da un web che, volere volare, ormai è parte di noi, anzi noi siamo parte di lui. Per avere qualcosa per sempre, occorre che quel qualcosa sia per sempre, o almeno per una eternità personale. Mogol questo lo sa. Sa che i grandi autori e grandi interpreti oggi scarseggiano, ad essere ottimisti, che il sistema è congegnato sulla mediocrità del “prendi i soldi e scappa”, che i tormentoni estivi sono penosi, che i capolavori sanremesi non arrivano ad aprile e anche se proprio il web dilata le scartine, alla fine il pubblico torna sempre alla celeste nostalgia. C’è un’aporia nell’appello di Mogol, e andrebbe riconosciuta. Coraggio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *