I motivi della crisi taciuta (e rientrata) in Moldavia

Questa terra incastonata tra Ucraina e Romania ha rischiato la guerra civile. Lo stallo dopo le elezioni ha portato alla formazione di due governi. E solo un'inedita alleanza tra Russia e Usa ha evitato il peggio. Per ora.

30 Giugno 2019 10.30
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Una crisi istituzionale durissima, tra due governi paralleli, un presidente deposto, ma sempre a palazzo, una Corte costituzionale agli ordini di un oligarca e la cornice del rischio di una mezza guerra civile, nel peggiore dei casi. Tutto però si risolve con l’asso nella manica tirato fuori da un interessato spettatore e con un paio di aerei partiti in piena notte per condurre lontano i perdenti. Non si tratta di un plot per un B movie, ma di quello che è successo negli ultimi 10 giorni in Moldavia, la più povera ed emarginata terra in Europa, schiacciata tra Romania e Ucraina.

Il presidente moldavo Igor Dodon.

UNO SCONTRO POLITICO RISOLTO CON UN COLPO DI SCENA

Lontano da Bruxelles e dai media occidentali, in uno strano silenzio dovuto probabilmente al fatto che di Chisinau, la capitale, non gliene importa niente a nessuno e che comunque delle guerre intestine e del classico duello che regolarmente si presenta sugli scenari post-sovietici è meglio raccontare poco o nulla sino a che non sta per finire, l’ex repubblica dell’Urss strattonata tra Russia e Occidente è stata il teatro di uno scontro politico che poteva davvero finir male. E si è concluso con un colpo di scena degno di Hollywood che ha messo fine alla crisi, anche se il Paese rimane sostanzialmente nel caos.

LO STALLO POST ELEZIONI

Al di là dei problemi strutturali comuni nello spazio post-sovietico e quelli di un sistema politico ed economico fragile e corrotto, la crisi attuale è cominciata dopo le elezioni parlamentari dello scorso febbraio che hanno lasciato in parlamento tre forze incapaci di accordarsi per la formazione di un governo: il Partito socialista, filorusso, sostenitore del presidente in carica Igor Dodon; il Partito democratico, guidato dal potente oligarca Vladimir Plahotniuc, abile nel passato a tenersi in equilibrio tra Russia e Stati Uniti, cercando il sostegno di uno o dell’altro a seconda della propria convenienza e di fatto controllore della Corte Costituzionale e della Banca centrale e Acum, la piattaforma liberalpopulista, filoeuropea, guidata da Maia Sandu (leader del Partito di azione e solidarietà, con un passato alla Banca mondiale) e Andrei Nastase (al vertice di Dignità e verità, ex procuratore anticorruzione).

La premier moldava Maia Sandu.

LA BREVE E TESA COABITAZIONE DI DUE GOVERNI

Dopo oltre tre mesi di stallo, appena scaduto il termine costituzionale per indire nuove elezioni parlamentari, filorussi ed europeisti si sono accordati invece per dare vita a un nuovo governo con premier Sandu, subito osteggiato dai democratici che hanno chiesto alla Corte costituzionale di sospendere il presidente Dodon che avrebbe dovuto sciogliere il vecchio parlamento. Per un paio di giorni hanno coabitato il governo Sandu e quello Pavel Filip, delfino di Plahotniuc che dopo la deposizione unilaterale di Dodon ha preso in mano presidenza e governo. Riunioni in diversi palazzi, polizia ovunque, supporter di uni e degli altri a fronteggiarsi in piazza. Il tutto sotto gli occhi dei moldavi e soprattutto degli osservatori di Russia e Stati Uniti ben interessati a evitare il peggio e stranamente vicini nella nuova alleanza governativa.

LE TRATTATIVE TRA L’AMBASCIATORE USA E I DEMOCRATICI

Se da parte russa l’inviato di Vladimir Putin Dmitri Kozak si è preoccupato soprattutto di sostenere Dodon, l’ambasciatore americano Dereck Hogan è parso essere quello a cui in realtà i contendenti hanno dato più retta, se è vero che Plahotniuc e compagni hanno inserito la retromarcia solo dopo l’ultimo dei colloqui che Hogan ha avuto con i vertici dei democratici, convincendoli a desistere dal muro contro muro e lasciare via libera al governo Sandu. Nel giro di un paio d’ore sabato 15 giugno alla pentola moldava che stava per scoppiare è stato messo un bel coperchio. Anche se non si sa cosa gli Usa abbiano messo sul piatto o comunque quali minacce abbiano fatto più effetto.

Sostenitori del Partito democratico della Moldova guidato da Vladimir Plahotniuc.

L'”ESILIO” DI PLAHOTNIUC E DEI SUOI

A sera inoltrata, mentre presidente filorusso e premier europeista cantavano vittoria, Plahotniuc e altri del partito salivano su aerei che li avrebbero portati a Kiev, Odessa, Istanbul, Londra e altre destinazioni. Domenica mattina la Moldavia si è quindi ritrovata con un presidente e un governo riconosciuti da tutti, le elezioni anticipate che erano state indette dal democratico Filip annullate, gli uomini di Plahotniuc ai vertici di istituzioni e amministrazione sostituiti, almeno in parte.

Forze dell’ordine moldave.

LE OMBRE UCRAINE SULLA MOLDAVIA

Già, perché la vicenda è tutt’altro che terminata e se la battaglia di giugno è stata vinta da Dodon e Sandu, la guerra continua. In primo luogo perché l’alleanza di governo è tutt’altro che stabile per sua natura, in secondo perché il Partito democratico rimane comunque la seconda forza in parlamento e in un paio di giorni non si smantella certo un sistema costruito in anni. Inoltre gli attori esterni, Russia e Stati Uniti, che per forza di cose, dopo aver entrambi appoggiato Plahotniuc senza aver ricevuto nessun corrispettivo si sono trovati dalla stessa parte della barricata, difficilmente lo saranno a lungo. Troppo diversi gli interessi sulla scacchiera e troppo intricata la situazione regionale che vede coinvolte la Transnistria, stato ombra al confine con l’Ucraina supportato da Mosca, e proprio l’Ucraina, dove la proxy war tra il Cremlino e la Casa Bianca prosegue ormai da cinque anni senza che ci siano soluzioni in vista.

UN PAESE DIMENTICATO E IN BALIA DI SE STESSO

La Moldavia rimane così in balia di se stessa e con un futuro incerto, tra chi la vede volentieri federalizzata come i russi, chi invece annessa alla Romania come gli unionisti occidentali che proliferano nel nuovo governo. Quel che è sicuro è che se stavolta a Chisinau è andato tutto bene, non è detto che il lieto fine si ripeta sempre, come insegna quel che è accaduto nella vicina Kiev.

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