Moravia e il culto del Dio letteratura

Pino Dato
28/01/2011

Il grande romanziere del Novecento in un libro di René de Ceccatty.

Il 2010 è appena trascorso e con quest’anno di disastri politici e di acqua in eccesso se ne è andato anche il ventennale della scomparsa del maggiore romanziere del Novecento italiano, Alberto Moravia. Nessun altro scrittore di quel secolo (penso soprattutto a  D’Annunzio e Pirandello) ha dedicato la sua ispirazione al romanzo come ha fatto Moravia.
LA SCRITTURA COME FINE. Scrivere per lui era un fine, non un mezzo (d’arte). Sul piano quantitativo non c’è dubbio che egli non abbia avuto rivali perché i suoi romanzi hanno letteralmente attraversato il secolo, dal 1929, con Gli Indifferenti, al 1990, anno della morte, con La villa del venerdì. Chi potrà mai vantare 61 anni di letteratura? Sul piano qualitativo, le opinioni sono tuttora aperte, la nostra articolata critica letteraria lo conferma. Ma non è questo il tema oggi quanto la constatazione dell’oblio storico dell’opera moraviana, alimentato da due fattori: il provincialismo imbarazzante di letterati e scuola, e l’incomunicabilità fra realtà e letteratura.

Capire il mondo attraverso l’arte

Moravia diceva che la sua vocazione di scrittore nasceva dalla volontà di capire, attraverso la letteratura, il mondo. Insomma, scriveva per conoscersi e conoscere. Ora, se chi scrive lo fa per capire, a maggior ragione dovrebbe farlo chi legge. Il problema, in Italia, è che si legge poca letteratura. Se ne compra molta di evasione e, comunque, anche quella comprata non è letta.
LA DERIVA DELL’INDIVIDUALISMO. E poi c’è un secondo scoglio: nessuno spiega ai giovani (e anche ai meno giovani) che la letteratura serve a capire, non a evadere. La deriva dell’individualismo nella politica ha travolto anche i letterati. I movimenti? Scomparsi. Le scuole? Idem. I maestri? E chi ne ha bisogno? Non c’è nessuno, fra i nostri referenti culturali, con una vocazione in qualche modo pedagogica.
Il successo della televisione commerciale, che ai tempi di Moravia era ancora di là da venire, ha poi completato il quadro.
UN ARTISTA INVIDIATO. Dimenticare Moravia, in questo contesto, è stato un effetto quasi automatico. La storica casa editrice dello scrittore, la Bompiani, ha tuttavia fatto il dover suo per ricordare il ventennale di un artista che il mondo ancora ci invidia. È in libreria da qualche mese Moravia di René de Ceccatty, critico letterario di Le Monde, francese, conoscitore profondissimo dell’opera e della vita dello scrittore romano.
IL RITRATTO DI DE CECCATTY. L’opera di de Ceccatty è un imponente volume di oltre 900 pagine ma la lettura è agevole e lo stile sobrio e rigoroso. Il libro mi ha molto colpito anche se molti degli avvenimenti che vi sono narrati li conoscevo già ma il racconto li avvince sapientemente in un contesto unitario e logico dentro al quale c’è la storia letteraria e politica dell’Italia del Novecento.
Insomma, dietro la variegata e avventurosa vicenda umana del signor Alberto Pincherle, alias Moravia, c’è l’Italia tutta: delle lettere, del fascismo, della guerra, delle leggi razziali, degli eroismi e delle paure, del dopoguerra democristiano e soprattutto di una borghesia vista sempre (comunque) piccola, anche quando è ricca e affluente.

In nome del Dio letteratura

La borghesia italiana inquisita, condannata e trafitta lungo tutto il XX secolo dalla parola moraviana non è cambiata 20 anni dopo. È per questo che sarebbe utile fare il percorso contrario: non dimenticare, bensì mettere in primo piano l’opera di questo scrittore.
De Ceccatty, nel suo libro puntiglioso, lo fa con ampiezza di dati e aneddoti. Sia ben chiaro: Moravia non è perfetto, su alcuni suoi limiti molti critici sono concordi.
UNO STILE RIGOROSO. Ma la capacità di rapportarsi attraverso le storie, narrate in uno stile rigoroso che potremmo definire neoclassico, con la realtà, la politica, il costume e la Storia, è unica. Una volta ha detto: «Io non sono religioso. Per me le religioni non esistono, esistono solo quelli che credono. Però se dovessi scegliere un Dio da pregare e venerare, non avrei dubbi: il mio Dio è la letteratura».
Molte le contraddizioni, dicono. È vero. È passato da uno spirito giovanile di acquiescenza tremebonda nei confronti del fascismo («Avevo paura perché temevo che mi impedissero di scrivere») al punto da umiliarsi di persona al ministero per chiedere la liberazione dalla censura di Agostino e di non negarsi a talune benevolenze di Galeazzo Ciano, a una sostanziale adesione negli anni della maturità agli ideali della sinistra italiana.
CREATIVITÁ ECCEZIONALE. La sua condizione psicologica, per una creatività letteraria fuori dal normale, fu determinata dalla tubercolosi ossea che lo costrinse in un sanatorio negli anni dell’adolescenza (lì scrisse Gli Indifferenti) e che lo rese zoppicante per tutta la vita (un complesso mai superato) e dalle origini ebraiche da parte di padre che, nel periodo delle leggi razziali (1938), lo avrebbe potuto portare all’arresto e alla deportazione.
Da qui la necessità di cambiar nome, da Pincherle a Moravia (il cognome della nonna materna) e anche alcuni accorgimenti e compromessi con il regime che lo indurirono e, in parte, lo tradirono agli occhi dei nemici.

Un sussulto di italianità nel secolo breve

Con la propria tormentata coscienza fece a lungo i conti per la sorte toccata ai fratelli Rosselli, eroi dell’antifascismo militante e primi cugini di parte di padre (la zia Amelia Pincherle aveva sposato un Rosselli) ammazzati su commissione da sicari fascisti francesi nel periodo peggiore della violenza del regime.
Moravia era a Roma e non aveva la vocazione politica dei cugini e questa circostanza, che pure era in grado di spiegare esorcizzandola, non fu mai completamente metabolizzata. Al punto che scrisse una lettera alla zia Amelia per partecipare al grave lutto solo a guerra finita, e senza negarsi a una spietata autocritica. (Lettere ad Amelia Rosselli, Bompiani, 2010, a cura di Simone Casini).
IL DIO-LETTERATURA. Il Dio della letteratura non fu mai tradito da Moravia. Poteva venire a patti con i suoi potenziali aguzzini razziali, poteva accettare la contraddizione di borghese che come tale viveva pur disprezzando la borghesia, ma non scrisse mai un libro in funzione di qualcosa che non fosse il Dio-letteratura. Non avrebbe mai scritto un romanzo ideologico. Per lui il romanzo aveva leggi espressive proprie, ineludibili, in buona sostanza sacre.
ATTENTO E UMORALE. Era un uomo curioso e attento. Ascoltava con passione, era umorale, spesso infantile nei modi e nelle parole, ma odiava l’atteggiamento di chi ha la puzza sotto il naso. La sua vita (leggendo le pagine di de Ceccatty se ne è travolti e abbagliati) è un sussulto di italianità. Moravia morì allo spirare del secolo breve, definizione assiomatica dello storico inglese Eric Hobsbawm, all’indomani dell’anno topico della fine del comunismo, il 1989, e fu una non trascurabile coincidenza. Alla sua resa dei conti con le ideologie del secolo mancava solo la globalizzazione («Che avrebbe odiato», assicura la sua terza compagna, Carmen Llera).

Una carriera trasversale

Ha avuto due mogli e una compagna. Tutte e tre scrittrici, belle, intelligenti, vivaci, orgogliose, a loro modo impegnative. «Sempre innamorato», disse ad Alain Elkann in un libro intervista uscito nello stesso anno della morte (1990). Tre epoche diverse della sua complicata e lunga vita.
Sposò Elsa Morante nel 1941, in chiesa, accettando il compromesso perché lei era cattolica fervente.
Aveva trascorso la vita in famiglia, dal padre architetto e benestante, fino ai 33 anni: un bamboccione del tempo di guerra. Scrive de Ceccatty: «Al contrario di Elsa, Alberto non ha mai vissuto solo. Prima in famiglia fino al 1941, poi con donne, senza alcun periodo di celibato. Dal 1941 al 1962 con Elsa, dal 1962 al 1980 con Dacia Maraini, dal 1981 alla morte con Carmen Llera».
SODALIZI LETTERARI. Tre connubi fortissimi, esclusivi e totalizzanti che tuttavia, per dire della vivacità di questo straordinario scrittore che l’Italia in fondo a mala pena conosce, non gli hanno impedito di coltivare intensi sodalizi letterari che ne hanno segnato vita e opere: dalla contrastata ma viva amicizia con Curzio Malaparte, alla frequentazione londinese del mitico gruppo di Bloomsbury, con Forster, Strachey e Virginia Woolf; dall’amicizia intellettuale con Sartre e Simone de Beauvoir a quella con Antonioni e Luchino Visconti; dalla fraterna amicizia con Pier Paolo Pasolini, conosciuto nel 1955 e diventato per lui un veicolo di accrescimento e conoscenza a quella con Dario Bellezza, Sandro Penna, Vitaliano Brancati, Goffredo Parise, Federico Fellini e tanti altri.
REALTÁ E SOGNO. Non è stato l’interprete di un movimento letterario, Moravia. Li ha attraversati tutti, distanziandosene e accogliendoli, senza pregiudizi. Ha mantenuto la sua vocazione nel rigoroso palinsesto del realismo, ma non ha a priori respinto il fascino del surrealismo. È stato amico, infatti, di Buñuel e Max Ernst, che da un collage di articoli di cronaca di svariati giornali ricavò una creazione che più surrealista non avrebbe potuto essere. Amò molto Bella di Giorno di Buñuel, e disse a Catherine Deneuve: «Realtà e sogno, nella vita, spesso si identificano». E conobbe la terza donna della sua vita, la giovanissima Carmen Llera, proprio per merito di una tesi su Buñuel.

Scrittore del mondo, incompreso in patria

Poteva essere attratto da una mostra di pittori surrealisti come dall’interesse per un invito al congresso del partito comunista sovietico (vi fu infatti invitato nel 1976, da Breznev, dopo gli accordi di Helsinki). Anche se i congressi lo annoiavano, fece all’epoca una relazione da scrittore del mondo che rimase storica, del tutto estranea agli schemi rigidi della nomenclatura comunista e che il traduttore ebbe difficoltà a tradurre perché era troppo estranea a quel clima.
RIGOROSO E ATTENTO. Moravia era un intellettuale umile e attento, rigoroso, dotato di una curiosità straordinaria, a suo modo infantile, che non cercava di addomesticare. Infine, il sesso. Ammise una volta: «Il sesso per me è quello che il denaro era per Balzac». Mai parallelismo parve più corretto. Ma individuare nel sesso il quasi esclusivo veicolo d’ispirazione di Alberto Moravia è un errore che molti critici hanno commesso.
IL RAPPORTO COL SESSO. Scrive bene de Ceccatty: «Moravia non si è mai adattato a una sessualità sordida e umiliante, da uomo abbandonato e incompreso. Perché aveva, con il sesso, un rapporto mentalmente versatile». Alla fine lui stesso ammise: «Il sesso è un mistero. Per questo lo trovo sempre affascinante».
Un mistero che 61 anni di ostinata e geniale letteratura non sono riusciti a risolvere. Ha attraversato il secolo, ha interpretato sogni, cadute, trionfi (pochi) e follie d’Italia, ha scritto decine di libri ovunque tradotti e studiati eppure è stato un italiano sostanzialmente respinto e incompreso in patria. I giovani, a distanza di 20 anni dalla morte, non lo conoscono.
IL PREGIUDIZIO DI MONTANELLI. È un problema di cultura e di italianità. Montanelli, che è stato un arci-italiano per antonomasia, lo rispettava ma non lo capiva. Era più o meno della stessa età ma visse 11 anni di più. Fra tante cose che disse dell’amico Moravia anche dopo la morte ne estrapolo una: «Il giudizio su Moravia scrittore non mi appartiene. Non saprei del resto come formularlo perché la sua ultima produzione non la conosco e, da quanto ne so, credo che non l’avrei amata».
Senza volerlo Montanelli, che nello stesso pezzo dichiara che avrebbe sottoscritto il Nobel per il Moravia de Gli indifferenti e di Agostino, interpreta il ruolo dell’italiano spaccone e dell’eccesso. Che dà giudizi senza leggere e che costruisce castelli di sabbia a proprio uso e consumo. Nel solco di ciò che alla storia di un grande come Moravia ha sempre fatto male: la costruzione di stereotipi alimentati dai soliti pregiudizi.