Il caso Moro e l’indignazione contro gli ex Br secondo Purgatori

Massimo Pittarello
22/03/2018

Far parlare i terroristi in tivù nel 40ennale di via Fani «è stato surreale ma serviva a comprendere la realtà», dice il giornalista conduttore di Atlantide a Roma InConTra. Ombre e fantasmi del «nostro 11 settembre».

Il caso Moro e l’indignazione contro gli ex Br secondo Purgatori

A volte il silenzio è la miglior condanna. È con questo principio che Andrea Purgatori rimanda al mittente le accuse di aver dato troppo spazio ai brigatisti nello speciale di cinque ore andato in onda su La7, nella sua trasmissione Atlantide, in occasione del quarantennale del delitto di Aldo Moro e della strage di Via Fani. «Si sono suicidati con le loro stesse parole, non c’era bisogno di alcun mio commento», dice a Roma InConTra l’autore e conduttore di quel servizio televisivo che ha così tanto fatto parlare. Con tesi diametralmente opposte.

TUTTI HANNO DIRITTO DI PAROLA? Perché se il capo della polizia, Franco Gabrielli, si è detto scandalizzato del fatto che i terroristi abbiano uno speciale diritto di parola, mentre dovrebbero solo tacere, viceversa la brigatista Barbara Balzerani ha tuonato contro l’uso smodato, a suo dire, che i parenti delle vittime hanno fatto della loro condizione fino ad avere avuto l’impudicizia di sostenere che quello «è diventato un mestiere».

SGOMENTO PER TANTA FREDDEZZA. Sul palco di Palazzo Santa Chiara il giornalista sposa la tesi del padrone di casa, Enrico Cisnetto. Quella per cui i racconti di Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Raffaele Fiore e Mario Moretti non lasciano spazio che allo sgomento tanto sono freddi, distaccati, privi di emozione, di un’ombra di pentimento, di un soffio di pietà.

Dice una cosa bellissima e terribile il figlio di Ricci, l’autista di Moro: le vittime possono anche uscire dall’inferno interiore, i carnefici non ce la faranno mai

Sono un’asciutta cronaca che i protagonisti avvitano intorno a una folle logica, quella per cui loro «facevano politica con le armi» e avevano «l’alto compito di fare la rivoluzione», per cui pazienza se qualcuno è morto. «Ma proprio perché così surreali, aiutano a comprendere la realtà di uno scenario assurdo», chiosa Purgatori.

«ERAVAMO TUTTI DELLO STESSO LICEO». A quei tempi il clima era caldo come piombo e stretti gli intrecci di gente che si conosceva, «tanto che alla prima udienza del processo mi ritrovo due brigatisti, due avvocati e altri tre giornalisti oltre a me, tutti compagni dello stesso liceo romano», rivela Purgatori. Per avere un quadro della situazione, allora, meglio sentire tutte le campane, specie se quelle degli assassini stonano a morte, quasi indifferenti al dolore causato, irridenti nonostante il regime di libertà o semilibertà in cui vivono oggi.

COSÌ DISTACCATI PUBBLICAMENTE. Che poi alcuni tra i terroristi, così distaccati pubblicamente, siano gli stessi che hanno voluto incontrare le vittime privatamente, con uno spirito diverso, con il vestito pentito della redenzione, aggiunge Purgatori, nulla toglie al giudizio che il pubblico è giusto si formi. «Dice una cosa bellissima e terribile il figlio di Ricci, l’autista di Moro, ucciso durante il sequestro: le vittime possono anche uscire dall’inferno interiore, i carnefici invece non ce la faranno mai», aggiunge Purgatori.

Quanto alla Balzerani, sulle cui parole la procura di Firenze ha aperto un fascicolo, per l’autore de La7 «è decisamente fuori di testa, e non è un caso che nel mio speciale non compaia». D’altra parte, sostiene Purgatori, «io non ho raccontato solo il sequestro, ma ho ricostruito il percorso che dal 1968 porta fino al ’78 e per me era necessario sentire tutte le voci».

«OSCURE RICOSTRUZIONI DELLE BR». In ogni caso, quella di Moro è una vicenda complessa, con origini remote e stratificate, ma non ancora chiarita in tutti i suoi aspetti, nemmeno nelle ultime battute. «Sono oscure le ricostruzioni dei brigatisti», aggiunge il conduttore di Atlantide, perché i terroristi dissociati non hanno aggiunto nuovi dettagli rilevanti, ma solo confermato ciò che era già noto agli inquirenti. E perché ci sono strane coincidenze che fanno supporre siano coinvolti tanto i servizi segreti, italiani e stranieri, quanto la ’ndrangheta.

L'AMBIGUITÀ DEL TRENO ITALICUS. Poi ci sono testimoni tardivi e rullini fotografici scomparsi, fino alla cosa più ambigua di tutte: il fatto che agenti di sicurezza abbiano fatto scendere Moro dal treno Italicus due minuti prima della partenza, lo stesso convoglio che poi saltò in aria per una bomba.

Purgatori, allora 25enne inviato del Corriere della sera, la mattina del rapimento era in via Fani tra i morti sull’asfalto, bossoli sparsi ovunque, facce basite e una scena del crimine violentata e inquinata perfino dalle forze dell’ordine che sbandavano spaesate sul luogo dell’agguato. E allora diventa difficile ricostruire la dinamica, specialmente con i mezzi tecnici di allora.

UNA NARRAZIONE NON CONDIVISA. Oltretutto «perfino Fernando Masone», racconta Purgatori, «esperto capo della squadra mobile, era lì che non sapeva cosa fare». Insomma, quello «è stato il nostro 11 settembre». Ma è ancor più grave che, passati 40 anni, ancora non sia maturata nel Paese una reazione univoca. E nemmeno una narrazione condivisa.

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