Se Kurt Cobain oggi fosse ancora vivo

05 Aprile 2019 04.30
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Avresti ancora i tuoi capelli biondi, Kurt, i tuoi capelli biondi da angelo sconfitto? A cinquantadue anni, ce li avresti ancora? Venticinque anni dopo, ce li avresti ancora? O sarebbero radi, sbiancati, una peluria sopra un volto allargato, dove ogni solco traccia le rotte del dolore?

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Se quel colpo di fucile in faccia non te lo fossi dato, avresti sciolto i Nirvana, questo è certo. Tanto, lo stavi già facendo. Avresti continuato da solo, scegliendo altre strade, sempre tormentate, non più così sferraglianti, del resto, il grunge lo avevi incarnato e già superato con l'ultimo disco, In Utero era un canto del cigno strozzato, un lamento afasico, un ronzio disturbato che correva per i nervi dell'anima. Che saresti oggi Kurt Cobain, una coscienza civile, uno che fa concerti contro i mali del mondo, oppure uno che i mali del mondo accettava di tenerseli dentro, di morire un poco ogni giorno? Avresti imparato in qualche modo a vivere, a sopravvivere, a sottovivere dopo tanto cercare d'ammazzarti? Ti saresti liberato del peso di un mito che non volevi e cercavi, bassifondi e champagne, tuguri luridi e suite di grand hotel? Ti saresti liberato del peso di una moglie dura e sbandata, che la strada l'aveva battuta davvero, che ti spappolava mente e cuore?

Sapevo sarebbe successo, il ragazzo non poteva farcela

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Avresti cercato di capire, Kurt, se avessi posato il fucile quel 5 aprile di un'altra epoca, il 1992 dove giravano ragazzi insaccati in maglioni fuori misura, jeans tutti tagliati, scarpe da boscaiolo, come fu che quella generazione X sentiva arrivare un futuro che la spaventava, che non sapeva come accogliere? E allora ti aveva promosso a idolo, perché il tuo strepitare, il tuo ronzio costante, le tue contraddizioni di angelo schizoide erano quelle loro. E anche il tuo ucciderti fu un po' il loro, talmente spaventoso, talmente insopportabile che si rese necessario costruire un complotto, perché era meglio pensare ci avesse pensato qualcuno, una moglie, un manager, le cose che si dicono, si sospettano sempre a cazzo in questi casi, tutto ma non i tuoi demoni, che potrebbero essere i nostri. Era un altro tempo, sì, quando un suicidio faceva ancora paura, non passava liquido come una pisciata, sterile come oggi che tutto dura niente, lo si twitta, lo si “hashtagga" ed è bello che andato, digerito, espulso. Tu, l'ultimo cavaliere del dolore e della poesia del rock, destinato a portarti sul cadavere il peso di una epica che in vita non capivi, che non reggevi.

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Quali altri dischi ci avresti portato, se solo avessi potuto scampare te stesso? In quali direzioni, incontro a chi? Contro chi? Saresti tornato indietro, alle radici, oppure fuggito via, per qualche spirale elettronica? Forse avresti sputato sul rap, sulla trap, forse ti saresti serrato sempre più in quella tua anima a forma di cameretta che mai avevi davvero evaso. Forse saresti cresciuto troppo, forse per niente e adesso saresti la caricatura di te stesso. Ma, siccome muore giovane chi è caro agli dèi, è difficile per tutti noi immaginarti come uno Sting qualsiasi. È difficile immaginarti comunque. Era troppo forte l'impressione di te bianco seduto fra candele, che non fingevi il male, lo sparavi in faccia a tutti e basta e quella era sì una posa, alla fine, ma talmente urgente da diventare vera. Più vera della sofferenza stessa. C'eri tu che alimentavi te stesso, i tuoi atteggiamenti, i capricci e le vanità da rockstar prigioniera, da alfiere dell'ultima distruzione creatrice del rock, quella sensibilità morbosa, perfida, scoperta, indifesa, infantile di chi ascolta i fili d'erba crescere ti nutriva e avvelenava, ti fagocitava. Forse la cosa più vera su di te la disse Keith Richards: «Sapevo sarebbe successo, il ragazzo non poteva farcela». E se invece ce l'avessi fatta?

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Ma tutto questo non ha senso chiederselo, perché la vita che non c'è stata non ha senso. Perché, vedete, quando tutto diventa troppo pesante laggiù in fondo, quando l'overdose è nell'anima, e l'astinenza non finisce mai, quando l'anima vomita se stessa; quando ti convinci di essere solo, troppo solo, malatamente solo e quei fili d'erba crescendo fanno un rumore che nessuna chitarra può eguagliare; quando tutto perde di senso, non ha mai avuto senso, non avrà mai un senso; quando il futuro è un binario morto e nessuna droga funziona più, nessuna pasticca, nessuna scopata, nessuna moglie, nessun successo, nessuna canzone, nessun sole che sorge, nessuna notte che viene a portare sollievo esistono più; quando lo schifo di te supera la ragione, e ti senti responsabile di tutto il male dell'universo e non lo sai perché, sai solo che è così e basta, che sei tu quello sbagliato e basta, e tutto quello che hai fatto ti sembra solo una immensa colpa senza tregua, e ne hai pieni i coglioni di sentirti in colpa, di non respirare, di non capire, di essere frainteso, di essere un sasso in fondo a un fiume, di rimpiangere, di scrivere canzoni, di fare dei milioni, di milioni che ti osannano, e non capiscono, e non sospettano, e parlare non serve, e cantare non serve, e resistere non serve, e esistere non serve, allora l'unica cosa che resta da fare è quella giusta, sbagliata per il mondo, ma precisa per te. E il mondo continui pure a chiedersi cosa sarebbe stato se solo tu non avessi, se solo tu ci fossi.

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